di Davide Cucciati
Il fenomeno è documentato dai dati del ministero dell’Interno israeliano: nel 2025, nei quattro principali centri drusi del Golan, sono state registrate 3.750 richieste di naturalizzazione, contro le 570 dell’anno precedente. Nella sola Buq’ata il numero è passato da 107 a 1.194, oltre dieci volte tanto. Una crescita che permette di misurare quanto rapidamente stia cambiando il rapporto della popolazione locale con lo Stato israeliano.
A Buq’ata, sulle Alture del Golan, alle elezioni israeliane del 2022 votarono soltanto 190 persone su 749 aventi diritto, con un’affluenza del 25,4%. Il prossimo 27 ottobre potrebbero recarsi alle urne fra 300 e 500 residenti. È la previsione del sindaco William Abu Awad, raccolta dalla giornalista Diana Bletter del Times of Israel, e rappresenta uno dei segnali di una trasformazione che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficilmente immaginabile: un numero crescente di drusi del Golan sta scegliendo di diventare cittadino israeliano, dopo decenni nei quali questa decisione era considerata da molti un tradimento della propria identità siriana.
Il fenomeno è documentato dai dati del ministero dell’Interno israeliano: nel 2025, nei quattro principali centri drusi del Golan, sono state registrate 3.750 richieste di naturalizzazione, contro le 570 dell’anno precedente. Nella sola Buq’ata il numero è passato da 107 a 1.194, oltre dieci volte tanto. Una crescita che permette di misurare quanto rapidamente stia cambiando il rapporto della popolazione locale con lo Stato israeliano.
Ciononostante, la maggioranza degli abitanti di Buq’ata non possiede ancora la cittadinanza israeliana. Secondo i dati anagrafici aggiornati all’8 marzo 2026, il villaggio contava 7.153 residenti, dei quali 2.929 cittadini israeliani, pari al 40,9%, e 4.224 residenti permanenti senza cittadinanza, il 59,1%. Lo status di residente permanente permette già di lavorare, studiare, accedere ai servizi sanitari e partecipare alle elezioni locali. A scoraggiare ulteriori passi verso l’integrazione con lo Stato israeliano contribuiscono il legame nazionale con la Siria, le pressioni familiari e sociali e le difficoltà burocratiche. Nei quattro villaggi, per esempio, non esiste un ufficio locale del ministero dell’Interno competente per le naturalizzazioni: i richiedenti devono recarsi a Katzrin, dove possono incontrare tempi di attesa prolungati.
Israele conquistò le Alture del Golan alla Siria durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967 e nel 1981 vi estese la propria legislazione e amministrazione. Per decenni, gran parte dei drusi di Majdal Shams, Buq’ata, Mas’ade ed Ein Qiniyye ha continuato a identificarsi con la Siria. Numerosi giovani frequentavano le università siriane, mentre le famiglie mantenevano legami oltreconfine, attraverso matrimoni e rapporti commerciali. Molti ritenevano inoltre che il Golan sarebbe prima o poi tornato sotto sovranità siriana.
La naturalizzazione poteva comportare conseguenze sociali rilevanti. Gohina Alkalanai, dipendente dell’ufficio comunale di Buq’ata che si occupa delle licenze per le attività commerciali, ha raccontato al Times of Israel che in passato chi richiedeva la cittadinanza rischiava l’ostracismo, fino all’esclusione da matrimoni e altre cerimonie comunitarie. Anche partecipare alle elezioni israeliane poteva essere considerato un gesto di rottura con le tradizioni familiari.
Quel rapporto con la Siria ha cominciato a indebolirsi durante la guerra civile iniziata nel 2011. Ma sono stati soprattutto due eventi recenti a imprimere una forte accelerazione al cambiamento: l’uccisione di dodici bambini e ragazzi drusi a Majdal Shams nel luglio 2024 e le violenze contro la comunità drusa siriana nella provincia di Sweida, avvenute un anno dopo.
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Le stragi di Sweida e la rottura con il governo di al-Sharaa

Il 27 luglio 2024 un razzo colpì un campo da calcio a Majdal Shams, uccidendo dodici bambini e ragazzi. Israele attribuì l’attacco a Hezbollah, che negò la propria responsabilità. All’epoca la Siria era ancora governata da Bashar al-Assad, alleato dell’organizzazione terroristica sciita libanese. Laith Abu Saleh, padre di Fajr, uno dei bambini uccisi, ha raccontato alla giornalista Yaelle Ifrah dell’agenzia AFP di non aver ricevuto neppure un messaggio di cordoglio dalle autorità siriane.
Il secondo evento si è verificato dopo la caduta di Assad, rovesciato nel dicembre 2024 da una coalizione ribelle guidata da Ahmed al-Sharaa, precedentemente conosciuto come Abu Mohammad al-Jolani. Ex dirigente del Fronte al-Nusra, organizzazione jihadista un tempo affiliata ad al-Qaeda, al-Sharaa è diventato presidente della Siria nel gennaio 2025. Il 12 luglio, nella provincia meridionale di Sweida, a maggioranza drusa, uno scontro fra gruppi armati beduini e drusi degenerò rapidamente in combattimenti. Il governo di al-Sharaa inviò nella regione reparti dei ministeri della Difesa e dell’Interno, dichiarando di voler ristabilire l’ordine. Secondo Human Rights Watch, alcune forze governative si schierarono a sostegno dei gruppi beduini, mentre militari e uomini degli apparati di sicurezza furono coinvolti in esecuzioni sommarie, saccheggi e distruzioni di abitazioni civili. Amnesty International ha verificato l’esecuzione extragiudiziale di almeno 46 drusi, fra cui due donne, da parte di forze governative o affiliate il 15 e 16 luglio 2025. Le uccisioni avvennero in abitazioni private, in una piazza, in una scuola, in un ospedale e in una sala cerimoniale.
Le violenze ebbero anche una componente settaria: alcuni aggressori insultarono le vittime per la loro appartenenza religiosa e tagliarono con la forza i baffi di uomini drusi, un’umiliazione particolarmente significativa per il loro valore simbolico nella tradizione drusa. Human Rights Watch ha documentato sequestri e uccisioni commessi anche da gruppi armati beduini e da milizie druse, queste ultime responsabili di violenze contro civili beduini.
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Il presidente siriano ha condannato gli abusi, promesso di perseguirne i responsabili e accusato Israele di utilizzare la protezione dei drusi come pretesto per indebolire la Siria. Rimane tuttavia documentato il coinvolgimento diretto di uomini delle forze governative e di gruppi a esse collegati. Human Rights Watch ha inoltre criticato l’insufficienza delle misure adottate per accertare le responsabilità, soprattutto ai livelli superiori della catena di comando.
Israele intervenne nel conflitto con attacchi aerei contro obiettivi militari siriani, anche a Damasco. Il governo Netanyahu dichiarò di voler proteggere la popolazione drusa e costringere le forze coinvolte nelle violenze a ritirarsi. Damasco denunciò l’operazione come una violazione della propria sovranità, mentre alcuni analisti hanno osservato che Israele perseguiva anche l’obiettivo strategico di limitare la presenza militare siriana vicino al Golan.
Al di là delle differenti interpretazioni sulle motivazioni dell’intervento, per molti drusi del Golan l’azione israeliana ha rappresentato un punto di svolta. Wael Mugrabi, sindaco di Ein Qiniyye, ha spiegato che Israele era intervenuto mentre il resto del mondo rimaneva inattivo. Secondo Mugrabi, quelle operazioni hanno modificato profondamente il sentimento di appartenenza di numerosi residenti.
La delusione verso la Siria, dunque, non riguarda soltanto il regime di Assad. Per una parte della comunità, le violenze avvenute sotto il nuovo governo di al-Sharaa hanno compromesso anche le speranze suscitate dalla caduta del precedente presidente.
Il primo voto, tra riconoscenza verso Netanyahu e richieste di uguaglianza
La trasformazione del rapporto con Israele comincia ora a riflettersi anche nella partecipazione politica. A Buq’ata, secondo il sindaco Abu Awad, molti nuovi elettori potrebbero scegliere il Likud di Benjamin Netanyahu come segno di riconoscenza per l’intervento israeliano in difesa dei drusi siriani.
Non è però un orientamento unanime, né esistono ancora dati elettorali che consentano di confermare quella previsione. Alle elezioni del 2022, fra i 190 residenti di Buq’ata che votarono, la lista più sostenuta fu il Partito di Unità Nazionale guidato da Benny Gantz, con il 37,4% dei voti (71), seguita da Israel Beitenu di Avigdor Lieberman, con il 25,8% (49). Il Likud di Netanyahu si fermò al 17,4% (33). La previsione del sindaco suggerisce dunque un possibile cambiamento rispetto alle preferenze espresse nel 2022, sebbene il numero molto ridotto dei votanti di allora e l’assenza di dati sulle intenzioni di voto impongano prudenza.
Le testimonianze raccolte il 12 ottobre a Buq’ata dalla giornalista Diana Bletter, che ha incontrato alcuni nuovi cittadini israeliani negli uffici dell’amministrazione comunale, restituiscono un quadro politico più articolato.
Gohina Alkalanai lavora nell’ufficio comunale che si occupa delle licenze per le attività commerciali. Ha ottenuto la cittadinanza israeliana due anni fa e si prepara a votare per la prima volta, ma non ha ancora deciso a quale partito accordare la propria preferenza. La sua attenzione è rivolta soprattutto ai problemi economici del territorio: la guerra con Hezbollah ha danneggiato il turismo e costretto numerose piccole imprese a chiudere. Alkalanai cerca quindi rappresentanti politici disposti a investire nell’istruzione e nella ripresa economica delle comunità del nord di Israele. Come ha spiegato alla giornalista, non intende accontentarsi delle promesse elettorali, ma vuole capire quali candidati siano realmente intenzionati a mantenere gli impegni.
Nello stesso ufficio, Bletter ha intervistato Lana Abu Shaheen, 24 anni, addetta agli acquisti e laureata all’Università di Tel-Hai. Madre di un bambino di due anni, ha presentato richiesta di cittadinanza circa un anno fa, soprattutto per evitare che il figlio crescesse con un documento di viaggio nel quale la nazionalità risultasse indefinita. Anche il padre, inizialmente riluttante per il forte legame con le proprie origini siriane, ha successivamente deciso di richiedere la cittadinanza.
Le sue preferenze politiche riflettono una posizione tutt’altro che scontata. Abu Shaheen apprezza Netanyahu per l’intervento israeliano a protezione dei drusi siriani, ma vorrebbe vederlo alla guida di una coalizione di sinistra. Critica invece Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, che ritiene ostili ai cittadini non ebrei. Pur dichiarando di non aver mai subito personalmente discriminazioni in Israele, considera l’uguaglianza dei diritti una condizione essenziale della convivenza.
La giornalista ha raccolto altre testimonianze fra quattro giovani dipendenti dell’ufficio comunale dei servizi sociali: Aya Amashe, Rahaf Zahwe, Seba Abu Shibly e Lila Abu Shaheen, quest’ultima non imparentata con Lana. Tre hanno ottenuto la cittadinanza israeliana, mentre la quarta non ha ancora presentato domanda per rispetto del suocero, contrario alla naturalizzazione. Seba Abu Shibly ha raccontato di essere entusiasta all’idea di votare, senza tuttavia rivelare quale partito intenda sostenere.
Le testimonianze mostrano così un cambiamento reale, ma non uniforme. Per alcuni residenti la naturalizzazione rappresenta una scelta di sicurezza e appartenenza nazionale; per altri è soprattutto uno strumento per partecipare alle decisioni che incidono sulla vita quotidiana. Altri ancora continuano a considerarla incompatibile con la propria identità siriana.
A Buq’ata, intanto, la trasformazione è visibile anche nelle strade. Durante la visita del 12 ottobre, Bletter ha osservato manifesti elettorali agli incroci e nelle piazze, mentre i residenti discutevano pubblicamente dei partiti e dei candidati. Un contrasto significativo con il passato, quando persino la partecipazione alle elezioni israeliane era considerata da molti un tabù.
Dopo decenni nei quali l’identità drusa del Golan era strettamente associata al legame con la Siria, una parte della comunità sta ridefinendo il proprio rapporto con Israele. Il voto del 27 ottobre permetterà di capire quanto questa trasformazione identitaria sia diventata anche partecipazione alla vita politica dello Stato ebraico.



