di Nina Deutsch
L’attrice e modella israeliana contesta alla relatrice speciale dell’Onu un post che accostava le sue parole sui bambini e la radicalizzazione alle giustificazioni naziste per l’uccisione di minori. Al centro della disputa un video di 23 secondi diventato virale e le presunte minacce ricevute dopo la sua diffusione.
Una richiesta di risarcimento da mezzo milione di shekel, circa 143mila euro, per un post che, secondo l’accusa, avrebbe travisato le sue parole e compromesso la sua reputazione. L’attrice e modella israeliana Sarai Givaty ha avviato un’azione legale contro Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, contestandole la diffusione di un filmato che, secondo la denuncia, avrebbe alterato il significato delle sue dichiarazioni, esponendola a una campagna di odio e danneggiandone la reputazione.
La causa è stata presentata martedì al tribunale di Gerusalemme, attraverso l’organizzazione israeliana Shurat HaDin e l’avvocata Nitsana Darshan-Leitner. La notizia è stata riportata dai media israeliani, tra cui Ynetnews e Israel National News.
Al centro del contenzioso c’è un breve estratto di un’intervista rilasciata da Givaty nel settembre 2025, rilanciato da Albanese il 19 settembre 2026 sul proprio account social. Secondo l’attrice, il filmato sarebbe stato privato di elementi essenziali del discorso originale e accompagnato da una traduzione parziale, finendo così per attribuirle una posizione che sostiene di non aver mai espresso: la giustificazione dell’uccisione di bambini.
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Il video e il paragone con la Shoah
L’intervista riguardava il cambiamento nella visione del mondo di Givaty dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023. Nel corso della conversazione, l’attrice aveva parlato della crescita dell’estremismo, chiamando in causa sia l’estrema destra sia il radicalismo islamico e sostenendo la necessità di contrastare l’indottrinamento all’odio.
La frase diventata oggetto della controversia è quella con cui Givaty esprimeva dolore per la sofferenza dei bambini, aggiungendo però che, a suo giudizio, senza interventi contro la radicalizzazione, un bambino avrebbe potuto crescere diventando un terrorista.
«Mi rattrista quando un bambino al mondo piange, mi rattrista davvero, ma capisco anche che, se non agiamo, quel bambino crescerà e diventerà un terrorista», è il senso delle parole pronunciate nell’intervista, secondo la trascrizione riportata dai media.
Il passaggio, della durata di circa 23 secondi, è stato successivamente condiviso da Albanese con un commento che chiamava in causa i processi di Norimberga e le giustificazioni utilizzate dai nazisti per legittimare l’uccisione di minori durante la Shoah.
«“I bambini cresceranno”. Questo era anche l’argomento presentato dagli alti funzionari nazisti durante il processo di Norimberga per giustificare l’uccisione dei bambini durante l’Olocausto», ha scritto la relatrice.
È proprio questo accostamento a costituire il nucleo della denuncia. Secondo Givaty, il filmato e il commento avrebbero trasformato una riflessione sulla prevenzione dell’estremismo in una presunta difesa della violenza contro i bambini, suggerendo un parallelismo con le argomentazioni dei responsabili nazisti. Una rappresentazione che l’attrice considera falsa e gravemente lesiva. La controversia riguarda quindi sia il significato delle parole pronunciate da Givaty sia l’effetto prodotto dalla loro diffusione fuori dal contesto originario.
Le accuse: minacce e danni professionali
Nell’atto di citazione, Givaty sostiene che il post di Albanese abbia superato i due milioni di visualizzazioni, raccogliendo decine di migliaia di condivisioni e circa 93mila «mi piace». La diffusione sarebbe poi proseguita attraverso altre piattaforme e testate giornalistiche, amplificando la portata della controversia.
L’attrice afferma di aver ricevuto, dopo la pubblicazione, numerosi messaggi d’odio e minacce di morte. Secondo la sua ricostruzione, l’accostamento alle giustificazioni naziste avrebbe compromesso la sua immagine pubblica, mettendo a rischio anche la sicurezza personale e le prospettive professionali.
Per chi lavora nel cinema e nella moda su scala internazionale, sostiene la denuncia, un’associazione di questo genere potrebbe avere conseguenze concrete: produttori, agenzie e marchi potrebbero decidere di interrompere collaborazioni o evitare nuovi incarichi per non essere coinvolti nella polemica.
«Come madre, sono sconvolta da questo falso paragone. Si può non essere d’accordo con le mie opinioni, ma non si possono attribuirmi dichiarazioni che non ho mai pronunciato, né dipingermi davanti a milioni di persone come qualcuno che giustifica l’uccisione di bambini», ha dichiarato Givaty, secondo quanto riportato dai media israeliani.
L’attrice ha inoltre sostenuto di non voler rimanere in silenzio di fronte a quello che considera un tentativo di danneggiare la sua reputazione e quella di Israele sul piano internazionale.
Darshan-Leitner, che assiste Givaty insieme a Shurat HaDin, ha presentato l’iniziativa come un tentativo di ottenere responsabilità legale per la diffusione di contenuti ritenuti diffamatori. L’avvocata ha inoltre contestato la possibilità che Albanese possa sottrarsi alle conseguenze giudiziarie invocando l’immunità legata al suo incarico internazionale.
Francesca Albanese: dalle sanzioni alla moda
Giurista italiana, Francesca Albanese ricopre dal 1° maggio 2022 l’incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, dopo la nomina da parte del Consiglio per i diritti umani dell’Onu.
Negli ultimi anni è diventata una delle voci più note nella denuncia delle politiche israeliane nei territori palestinesi, suscitando forti reazioni sia tra i sostenitori della causa palestinese sia tra i suoi oppositori. Nel luglio 2025 gli Stati Uniti le hanno imposto sanzioni, una decisione contestata dal presidente del Consiglio per i diritti umani dell’Onu. La vicenda ha alimentato un confronto internazionale sul suo ruolo e sulle conseguenze delle misure adottate nei suoi confronti.
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Più recentemente, Albanese è finita al centro di un’altra polemica, questa volta nel mondo della moda. La relatrice è apparsa sulla copertina e in un servizio fotografico di Love Magazine, posando con capi firmati Loro Piana e Celine, entrambi appartenenti al gruppo francese LVMH. La vicenda è stata raccontata da Il Foglio e documentata nel servizio pubblicato da Love Magazine.



