Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Essere ebrei significa essere disposti ad ascoltare la voce lieve e silenziosa dell’eternità, che ci esorta a viaggiare, a muoverci, ad andare avanti, continuando il viaggio di Abramo verso quella destinazione sconosciuta, posta all’estremo orizzonte della speranza. Prima ascoltiamo il racconto di come egli iniziò il suo viaggio. Poi facciamo un passo avanti per trovare il nostro destino.
(Il commento di Rabbi Sacks è lungo, ma vi invito a non fermarvi a metà: proseguite la lettura fino alla fine. È un percorso di riflessione che, passo dopo passo, ci riserva intuizioni preziose e ci lascia qualcosa su cui continuare a pensare).
«Il Signore disse ad Abram: “Vattene — dalla tua terra, dal tuo luogo di nascita e dalla casa di tuo padre — verso la terra che Io ti mostrerò”». (Genesi 12:1)
Queste parole sono tra le più determinanti nella storia dell’umanità. Proprio in quel momento nacque una nuova fede, una fede che è durata per due terzi del corso della civiltà e che ancora oggi rimane giovane e vigorosa. Abramo non diede origine soltanto a ciò che oggi chiamiamo ebraismo. Fu anche l’ispirazione di altre due religioni — il cristianesimo e l’islam — entrambe delle quali fanno risalire a lui la propria discendenza, biologica o spirituale, e che oggi annoverano tra i loro aderenti più della metà dei sei miliardi di persone che vivono sulla faccia della Terra.
Non ci fu nessuno come Abramo, eppure la Torà è straordinariamente sobria nel raccontare la sua figura. Da bambini abbiamo imparato che fu il primo iconoclasta, la persona che, ancora giovane, distrusse gli idoli nella casa di suo padre. Ma questo è un Midrash, una tradizione, dedotta da accenni presenti nel testo biblico piuttosto che da un’affermazione esplicita. Nel testo della Torà propriamente detto, non ci viene raccontato nulla della sua infanzia, della sua giovinezza, dei suoi primi anni con Sara o di qualsiasi altro periodo precedente al momento in cui Dio gli rivolse queste parole fatidiche.
Per quanto ne sappiamo, Abramo non corrisponde a nessuna immagine convenzionale dell’eroe religioso. Non è, come Noè, l’unico sopravvissuto di un mondo che corse verso la propria distruzione. Non è, come Mosè, un legislatore e un liberatore. Non è come i profeti successivi, persone che trascorsero la vita affrontando i re, confrontandosi con i propri contemporanei e «dicendo la verità a chi detiene il potere».
Certamente, è un uomo di virtù esemplare. Accoglie gli stranieri e offre loro da mangiare. Combatte una battaglia a favore delle città della pianura per salvare suo nipote Lot. Prega per loro in uno dei più grandi dialoghi della letteratura religiosa. Attende pazientemente un figlio e poi, quando arriva il comando, è disposto a offrirlo in sacrificio, per scoprire soltanto allora che il Dio della verità non vuole che sacrifichiamo i nostri figli, ma che li custodiamo con amore. Ma se ci venisse chiesto di descriverlo con degli aggettivi, le parole che ci verrebbero in mente — mite, gentile, affabile — non sarebbero quelle solitamente associate al fondatore di una nuova fede. Sono qualità alle quali ciascuno di noi potrebbe aspirare. Nessuno di noi può essere un Abramo, ma tutti possiamo prenderlo come modello di riferimento. Forse questa è la lezione più profonda di tutte.
In Sincerity and Authenticity, Lionel Trilling (1905-1975 critico letterario statunitense) fece la seguente osservazione:
«Non tutte le culture sviluppano l’idea dell’eroico. Una volta ebbi occasione di osservare, … , che nella letteratura rabbinica non vi è alcuna traccia dell’idea eroica. Quando parlano della virtù, i rabbini non menzionano mai la virtù del coraggio, che Aristotele considerava fondamentale per il carattere eroico. L’indifferenza dei rabbini verso l’idea del coraggio è tanto più sorprendente se si considera che sapevano che molti di loro sarebbero morti per la propria fede. Ciò che è particolarmente pertinente al nostro discorso è che i rabbini, in quanto esseri morali, non vedono mai se stessi in questo modo: è come se il comandamento che vietava la creazione di immagini si estendesse anche al loro modo di concepire la propria esistenza morale personale».
Tuttavia Trilling non è del tutto preciso. I rabbini parlarono del coraggio, ghevurà. Ma ha ragione nell’affermare che l’ebraismo non ebbe eroi nel modo in cui li ebbero i Greci e le altre culture. Un eroe è qualcuno convinto della propria importanza. È consapevole di svolgere un ruolo sul palcoscenico del mondo, sotto lo sguardo ammirato dei suoi contemporanei. I rabbini, affermava Trilling, «sarebbero stati del tutto pronti a comprendere la definizione dell’eroe come attore e ad affermare che, in quanto tale, egli non meritava l’attenzione degli uomini seri». Abramo è il modello di un eroe non eroico, uno che — per usare una bella espressione di Maimonide — «fa ciò che è giusto perché è giusto», e non per ottenere popolarità o fama. Se dovessimo definire l’ebraismo in termini abramitici, lo definiremmo come l’eroismo della vita ordinaria: essere disposti a vivere secondo le proprie convinzioni anche se tutto il mondo la pensa diversamente; essere fedeli alla chiamata dell’eternità, e non al rumore del presente. Questo ci porta alla frase fondamentale, le prime parole di Dio rivolte a colui che avrebbe ricevuto una nuova alleanza: Lech Lechà. È possibile che già in queste due parole vi sia un indizio di ciò che sarebbe venuto?
Rashi, seguendo un’antica tradizione esegetica, traduce l’espressione con «va’ per te stesso» (Rashi, Genesi 12:1). Suggerisce che queste parole significassero in realtà: «Parti per il tuo beneficio e per il tuo bene. Là farò di te una grande nazione; qui non avrai il merito di avere figli». A volte dobbiamo rinunciare al nostro passato per acquisire un futuro. Dio stava già insegnando ad Abramo che ciò che sembra un sacrificio, nel lungo periodo, non lo è. Abramo stava per dire addio alle cose che per noi hanno il significato più profondo: la nostra terra, il nostro luogo di nascita e le case dei nostri genitori, i luoghi ai quali apparteniamo. Era un viaggio dal familiare verso l’ignoto, un salto nell’incertezza. Per poter compiere quel salto è necessaria la fiducia: nel caso di Abramo, non la fiducia in un potere visibile, ma nella voce del Dio invisibile. Alla fine, tuttavia, Abramo avrebbe scoperto di aver realizzato qualcosa che altrimenti non avrebbe potuto realizzare. Avrebbe dato vita a una nuova nazione, la cui grandezza consisteva precisamente nella capacità di vivere secondo quella voce e di creare qualcosa di nuovo nella storia dell’umanità. Lech Lechà, dunque, significa più di «Và». Significa: «Và per te stesso».
Un’altra interpretazione midrashica intende l’espressione come «Va’ con te stesso»: viaggiando da un luogo all’altro, estenderai la tua influenza non su una sola terra, ma su molte.
Quando il Santo, benedetto Egli sia, disse ad Abramo: «Lascia la tua terra, il tuo luogo di nascita e la casa di tuo padre…», a che cosa assomigliava Abramo? A un vaso di profumo con un coperchio ben chiuso, riposto in un angolo, così che la sua fragranza non potesse diffondersi. Non appena fu spostato da quel luogo e aperto, il suo profumo cominciò a diffondersi. Allora il Santo, benedetto Egli sia, disse ad Abramo: «Abramo, vi sono in te molte buone azioni. Viaggia da un luogo all’altro, affinché la grandezza del tuo nome si diffonda nel Mio mondo». (Bereshit Rabbah 39:2)
Ad Abramo fu comandato di lasciare il proprio luogo per testimoniare l’esistenza di un Dio che non è limitato a un luogo: Creatore e Sovrano dell’intero universo. Abramo e Sara dovevano essere come un profumo, lasciando una traccia della propria presenza ovunque andassero. In questo Midrash è implicita l’idea che il destino dei primi ebrei prefigurasse già quello dei loro discendenti. Furono dispersi in tutto il mondo per diffondere in tutto il mondo la conoscenza di Dio. In modo insolito, qui l’esilio non è visto come una punizione, ma come una conseguenza necessaria di una fede che vede Dio ovunque. Lech Lechà significa «Và con te stesso»: le tue convinzioni, il tuo modo di vivere, la tua fede.
Una terza interpretazione, questa volta più mistica, intende l’espressione come «Va’ verso te stesso». Il viaggio ebraico, affermava Rabbi David di Lelov, è un viaggio verso la radice dell’anima. «Soltanto nella Terra Santa», affermava Rabbi Ephraim Landschutz, «un ebreo può trovare la fonte del proprio essere». Rabbi Zushya di Hanipol disse: «Quando arriverò in cielo, non mi chiederanno: “Zushya, perché non sei stato Mosè?”. Mi chiederanno: “Zushya, perché non sei stato Zushya?”». Ad Abramo veniva chiesto di lasciare alle spalle tutte le cose che ci fanno essere qualcun altro, perché è soltanto intraprendendo un viaggio lungo e solitario che scopriamo chi siamo veramente. «Và verso te stesso».
Esiste, tuttavia, una quarta interpretazione: «Va’ da solo». Soltanto una persona disposta a stare da sola, singolare e unica, può adorare il Dio che è solo, singolare e unico. Soltanto chi è capace di lasciarsi alle spalle le fonti naturali della propria identità può incontrare Dio, che sta al di sopra e al di là della natura. Un viaggio verso l’ignoto è una delle più grandi espressioni possibili della libertà. Dio voleva che Abramo e i suoi figli fossero un esempio vivente di cosa significhi servire il Dio della libertà, nella libertà e in nome della libertà. Che cosa significa questo?
Alasdair MacIntyre (1929-2025 filosofo britannico) una volta osservò che esistono due tipi di atei: chi non crede in Dio e chi considera l’ateismo stesso una sorta di religione. Tra questi ultimi, alcuni dei più grandi esempi furono ebrei — distaccatisi dalla fede, convertiti o non credenti — e tra i più famosi vi sono Spinoza, Marx e Freud. Invece di limitarsi a negare le verità dell’ebraismo, si impegnarono a elaborare alternative sistematiche.
Alla base della Torà vi sono due libertà: la libertà di Dio e la libertà degli esseri umani. Nell’ebraismo, Dio non è una forza impersonale. Agisce — nella creazione, nella rivelazione e nella redenzione — sulla base non della necessità, ma della scelta. Scegliendo di creare l’umanità a propria immagine, ha dotato anche noi della capacità di scegliere. Non esistono né il fato né la predestinazione. «Chiamo il cielo e la terra a testimoniare», disse Mosè, «che ho posto davanti a te la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita».
Fu proprio questo che Spinoza, Marx e Freud si proposero di contestare. Ognuno di loro cercò di dimostrare che non siamo liberi. L’essere umano è un animale prevedibile. La nostra natura e il nostro carattere sono soggetti a leggi quasi scientifiche. Esiste una scienza del comportamento umano, così come esiste una scienza degli atomi. La storia, personale o collettiva, è una forma di inevitabilità. Siamo ciò che siamo perché non avremmo potuto essere diversi. Contro tutto questo, l’ebraismo è una protesta vivente. Abramo e i suoi figli furono chiamati a vivere una vita di libertà radicale: ed è questo il cuore della triplice chiamata di Dio.
Marx affermava che l’uomo è un prodotto delle forze sociali, a loro volta modellate dagli interessi della classe dominante, i proprietari dei beni, tra i quali il più importante è la terra. Perciò Dio disse ad Abramo: «Lascia la tua terra».
Spinoza affermava che gli esseri umani sono determinati dagli istinti innati e dalle pulsioni biologiche — oggi questo viene chiamato determinismo genetico — ricevuti alla nascita. Perciò Dio disse ad Abramo: «Lascia le circostanze della tua nascita».
Freud affermava che siamo come siamo a causa dei traumi dell’infanzia, dell’influenza dei nostri primi anni, delle relazioni e delle rivalità con i nostri genitori, soprattutto con nostro padre. Perciò Dio disse ad Abramo: «Lascia la casa di tuo padre».
Lech Lechà significa: lascia alle spalle tutto ciò che rende gli esseri umani prevedibili, privi di libertà, capaci di incolpare gli altri e di sottrarsi alle proprie responsabilità. I figli di Abramo furono chiamati a essere il popolo che sfidava le leggi della natura perché rifiutava di definirsi come il prodotto della natura. Nietzsche comprese particolarmente bene questo aspetto dell’ebraismo. Questo non significa che le forze economiche, biologiche o psicologiche non abbiano alcun ruolo nel comportamento umano. Ce l’hanno. Ma, con sufficiente immaginazione, determinazione, disciplina e coraggio, possiamo elevarci al di sopra di esse. Abramo ci riuscì. E così fecero i suoi figli nella maggior parte delle epoche.
Coloro che vivono all’interno delle leggi della storia sono soggetti alle leggi della storia. Qualsiasi cosa sia naturale, affermava Maimonide, è soggetta alla disintegrazione e al decadimento. È ciò che è accaduto praticamente a ogni civiltà che sia apparsa sul palcoscenico del mondo. Abramo, tuttavia, sarebbe diventato il padre di un am olam, un popolo del mondo, che non si sarebbe né disintegrato né decaduto. Perciò doveva essere un popolo disposto a stare al di fuori delle leggi della natura. Ciò che per le altre nazioni è naturale — la terra, la casa, la famiglia — nell’ebraismo è oggetto di un comandamento religioso. Sono cose per le quali bisogna impegnarsi. Implicano un viaggio. Non sono concesse fin dall’inizio, né possono essere date per scontate. Abramo doveva lasciare alle spalle le cose che fanno della maggior parte delle persone e dei popoli ciò che sono, e porre le fondamenta di una terra, di una casa ebraica e di una struttura familiare che rispondessero non alle forze economiche, alle pulsioni biologiche e ai conflitti psicologici, ma alla parola e alla volontà di Dio. Lech Lechà, in questo senso, significa essere pronti a intraprendere un viaggio spesso solitario: «Và da solo».
Essere ebrei, essere figli di Abramo, significa avere il coraggio di essere diversi, di sfidare gli idoli del proprio tempo, quali che siano gli idoli e qualunque sia l’epoca. In un’epoca di politeismo, ciò significava vedere l’universo come il prodotto di un’unica volontà creatrice e, quindi, non come qualcosa di privo di significato, ma come qualcosa di coerente e dotato di significato.
In un’epoca di schiavitù, significava rifiutarsi di accettare lo stato delle cose in nome di Dio e, al contrario, sfidarlo in nome di Dio. Quando il potere veniva adorato, significava costruire una società che si prendesse cura di chi non aveva potere: la vedova, l’orfano e lo straniero. Durante i secoli in cui la maggior parte dell’umanità era immersa nell’ignoranza, significava onorare l’istruzione come chiave della dignità umana e creare scuole per garantire a tutti l’alfabetizzazione. Quando la guerra era la prova dell’umanità, significava impegnarsi per la pace. Nelle epoche di individualismo radicale come quella odierna, significa sapere che non siamo ciò che possediamo, ma ciò che condividiamo; non ciò che compriamo, ma ciò che doniamo; significa sapere che esiste qualcosa di più elevato dell’appetito e del desiderio: la chiamata che ci raggiunge dall’esterno di noi stessi, proprio come raggiunse Abramo, invitandoci a dare un contributo al mondo.
Il giornalista non ebreo Andrew Marr scrisse una volta che gli ebrei «sono stati davvero diversi; hanno arricchito il mondo e lo hanno sfidato». È questo il coraggio di viaggiare da soli, se necessario; di essere diversi; di nuotare controcorrente; di parlare, in un’epoca di relativismo, delle verità assolute della dignità umana sotto la sovranità di Dio. Questo coraggio nacque dalle parole Lech Lechà. Essere ebrei significa essere disposti ad ascoltare la voce lieve e silenziosa dell’eternità, che ci esorta a viaggiare, a muoverci, ad andare avanti, continuando il viaggio di Abramo verso quella destinazione sconosciuta, posta all’estremo orizzonte della speranza. Prima ascoltiamo il racconto di come egli iniziò il suo viaggio. Poi facciamo un passo avanti per trovare il nostro destino.
Scritto da Rabbi Jonathan Sacks zzl nel 5768 (2007)



