di Davide Cucciati e Roberto Zadik
Dai propositi ai fatti: come coinvolgere i giovani e insegnare loro a prendersi responsabilità? Come costruire dal nulla un mondo fatato? Come reinventarsi utilizzando la propria esperienza di una vita per costruire qualcosa di sorprendente? E infine, come togliere lo stress della vittoria dallo sport? Ecco le risposte
Un gruppo di adolescenti che organizza una giornata sui go-kart. Una coppia che decide di trasformare alcune traduzioni in una casa editrice. Una consulente d’immagine che passa dai colori Pantone alla preparazione della pasta fresca. Un padre che, insieme a un socio, dà vita a un corso di calcio dove vincere non è la priorità. Che cosa accomuna esperienze tanto diverse? Nella Comunità ebraica di Milano, Daphne Zelnick, Tamar e Gad Urlansky, Laura Loulai e Davide Rosenholz hanno trovato modi differenti di trasformare interessi, creatività, competenze ed esperienze personali in progetti concreti. Quattro storie nelle quali il lavoro incontra l’educazione e la vita comunitaria.
Daphne Zelnick: i giovani protagonisti e una nuova idea di scuola
Trovare un luogo, organizzare un’attività, coinvolgere i partecipanti e risolvere gli imprevisti. Per i ragazzi di BBYO (B’nai B’rith Youth Organization), anche una semplice uscita sui go-kart diventa un’occasione per assumersi responsabilità normalmente affidate agli adulti. È stata una delle prime iniziative organizzate dai giovani del movimento in Italia. Dall’idea alla realizzazione, i ragazzi hanno gestito direttamente l’attività, sperimentando che cosa significhi lavorare insieme per raggiungere un obiettivo.
BBYO è un movimento giovanile ebraico internazionale, nato più di un secolo fa negli Stati Uniti d’America, che Daphne Zelnick ha contribuito a introdurre in Italia circa quattro anni or sono. La sua particolarità è affidare ai ragazzi un ruolo attivo nell’organizzazione delle attività, con l’obiettivo di sviluppare capacità di leadership, autonomia e senso di responsabilità.
Oggi alla guida di BBYO Italia ci sono due co-presidenti: Davide Flom, sedici anni, studente del terzo anno di liceo scientifico, ed Elinor De Santi, studentessa del liceo classico a Firenze. La loro esperienza rappresenta la filosofia dell’organizzazione: i giovani assumono incarichi, prendono decisioni e imparano a confrontarsi con problemi concreti, mentre gli adulti li accompagnano nel percorso.
Le iniziative spaziano dagli incontri ricreativi agli appuntamenti dedicati alla conoscenza delle diverse tradizioni ebraiche. In un evento, per esempio, i ragazzi hanno allestito tavoli dedicati a differenti Paesi, proponendo giochi e specialità gastronomiche per raccontare la varietà del mondo ebraico. Ci sono stati anche incontri fuori Milano, fra cui un fine settimana a Livorno, e attività con giovani di altre città italiane.
La dimensione internazionale è uno degli elementi centrali di BBYO: attraverso incontri e convention, gli adolescenti possono conoscere coetanei provenienti da comunità molto diverse, comprese quelle europee più piccole, dove spesso mancano scuole ebraiche o occasioni regolari di aggregazione. «Penso che sia importante dare un’opportunità a tutti e che si sentano tutti un’unica famiglia», spiega Daphne.
Il suo interesse per un ambiente aperto a differenti sensibilità nasce anche dall’esperienza personale. «Vengo da una famiglia ortodossa, ho sempre osservato tutte le regole della Halakhà» racconta, ricordando di essersi sentita particolarmente a proprio agio in un contesto nel quale ragazzi con livelli diversi di osservanza religiosa potevano confrontarsi liberamente.
L’obiettivo è costruire un senso di appartenenza comune, rispettando le differenze. Per un adolescente cresciuto in una grande comunità, incontrare un coetaneo proveniente da una piccola realtà ebraica europea significa scoprire esperienze e difficoltà spesso sconosciute. Per entrambi, è un’occasione per sentirsi parte di una rete più ampia. Accanto alla socializzazione, Daphne attribuisce grande importanza alle competenze che i giovani possono acquisire. Organizzare un evento significa imparare a pianificare, distribuire i compiti, parlare con gli adulti e assumersi la responsabilità delle proprie decisioni. Anche esprimersi davanti a un pubblico richiede esercizio. Daphne ricorda l’agitazione provata in occasione di uno dei suoi primi interventi: «Io non ero pronta al mio primo discorso. Ero agitata, non sapevo cosa dire». Con il tempo, attraverso la formazione e l’esperienza, è arrivata a parlare davanti a platee molto più numerose. «Sono competenze che vanno imparate e vanno insegnate», osserva.
Questa attenzione per le capacità dei giovani attraversa anche un secondo progetto, molto diverso da BBYO: una startup che punta a utilizzare l’intelligenza artificiale per aiutare gli insegnanti a personalizzare l’apprendimento. L’idea nasce dall’esperienza maturata da Daphne negli ambienti scolastici e dal contatto con bambini che incontravano difficoltà nel seguire i metodi didattici tradizionali. Alcune situazioni osservate nel rapporto fra studenti, insegnanti e famiglie l’hanno portata a interrogarsi sull’efficacia di un insegnamento uguale per tutti.
Se gli studenti apprendono in modi differenti, perché proporre necessariamente a ciascuno lo stesso metodo?
Da questa domanda ha preso forma il progetto di una piattaforma informatica capace di raccogliere e analizzare informazioni sulle modalità di acquisizione degli alunni, per suggerire agli insegnanti strategie didattiche più adeguate. Il software, ancora da sperimentare e validare sul campo, dovrebbe aiutare a individuare esigenze, attitudini e punti di forza degli studenti, anche attraverso questionari e altri strumenti di valutazione. L’obiettivo riguarda tanto i bambini con bisogni educativi specifici quanto quelli che, pur senza incontrare particolari difficoltà, possiedono capacità che la scuola rischia di valorizzare soltanto in parte. Un alunno potrebbe comprendere meglio un concetto attraverso una spiegazione orale, un altro mediante immagini o esercizi pratici. La piattaforma vorrebbe offrire agli insegnanti indicazioni utili per adattare il metodo, senza sostituirsi alla loro professionalità.
È proprio il lavoro dei docenti a rappresentare uno dei punti di partenza della riflessione di Daphne. In classi numerose, seguire individualmente ogni studente può diventare estremamente difficile. Uno strumento capace di organizzare informazioni e suggerire approcci differenti potrebbe, nelle sue intenzioni, rendere questo compito più gestibile.
Un’altra funzione prevista riguarda il rapporto fra scuola e famiglia. Daphne immagina strumenti che possano facilitare la comunicazione, aiutando a individuare problemi e incomprensioni e prevedendo, quando necessario, il coinvolgimento di figure professionali competenti.
Il progetto deve ancora affrontare passaggi fondamentali: dalla ricerca di interlocutori disponibili alla sperimentazione nelle scuole, fino alla verifica della sua efficacia. Un’attenzione particolare dovrà essere riservata alla protezione dei dati personali, trattandosi di informazioni riguardanti minori e, potenzialmente, condizioni di salute e apprendimento.
Ma la riflessione di Daphne non si esaurisce nella tecnologia. Riguarda anche il significato stesso dell’insegnamento. Nel raccontare i propri anni di scuola, Daphne ricorda soprattutto i docenti capaci di suscitare interesse. Una professoressa riusciva a rendere vivi Dante e Manzoni attraverso letture coinvolgenti, discussioni e attività che andavano oltre il libro di testo. Un’altra portava in classe il Corriere della Sera, invitando gli studenti a leggere e interpretare le notizie, confrontandosi su ciò che accadeva nel mondo.
Secondo Daphne, oggi lo stesso lavoro potrebbe essere svolto anche partendo dai contenuti che i ragazzi incontrano sui social network. Non per sostituire lo studio con l’intrattenimento, ma per insegnare a comprendere criticamente strumenti che fanno già parte della loro quotidianità.
«Perché evitare la tecnologia nelle scuole?», si domanda. La distinzione, per lei, è fra un utilizzo indiscriminato dello smartphone e un impiego consapevole di dispositivi e programmi per finalità educative. A preoccuparla è anche la scarsa familiarità di alcuni ragazzi con strumenti informatici ormai diffusi nel mondo del lavoro. La sfida consiste nel preparare gli insegnanti a utilizzarli in modo efficace, conservando ciò che rende una lezione davvero formativa: la capacità di suscitare curiosità e sviluppare il pensiero autonomo.
BBYO e la startup educativa nascono da esperienze differenti, ma condividono una convinzione: i giovani hanno bisogno di occasioni nelle quali scoprire e mettere alla prova le proprie capacità. Nel primo caso, attraverso la responsabilità di organizzare e decidere; nel secondo, attraverso una scuola che sappia riconoscere meglio le caratteristiche di ciascuno.
Tamar e Gad Urlansky: una lettura in famiglia e poi… la casa editrice
Tutto è cominciato con alcune traduzioni realizzate nel tempo libero. Tamar aveva studiato lingue, si era specializzata in trasposizione letteraria e aveva approfondito il mondo dell’editoria. Dopo tre anni di lavoro nel settore della selezione del personale, aveva continuato a coltivare la passione per i libri traducendo racconti inglesi ormai liberi da diritti.
Da una raccolta di questi racconti ha preso forma l’idea della collana Nonno Rana Racconta. Tamar ne parlava al marito Gad, condividendo con lui i capitoli e l’entusiasmo per i personaggi, finché è arrivata una domanda destinata a cambiare le cose: «Perché non lo pubblichiamo per davvero?».
Da quell’intuizione è nata Taga Editore, la casa editrice fondata dalla coppia, con un’attenzione particolare alla letteratura per l’infanzia.
Il passaggio dall’idea alla pubblicazione, però, ha richiesto molto più della passione per i libri. Occorreva scegliere la carta, trovare fornitori, affrontare questioni amministrative, organizzare la distribuzione e predisporre gli strumenti per la vendita online. Anche la ricerca dell’illustratrice si è rivelata impegnativa: sono serviti circa due mesi per individuare la persona giusta, mentre il volto di Nonno Rana ha preso forma attraverso numerosi schizzi e tentativi.
Un’esperienza che ha mostrato a Tamar e Gad quanto lavoro organizzativo si nasconda dietro un libro destinato ai bambini.
La scelta di rivolgersi ai più piccoli nasce da una visione precisa: «Il mondo dei bambini è colorato, pieno di meraviglia e, soprattutto, libero da pregiudizi, ingrediente fondamentale per l’accettazione di qualcosa di diverso». Per la coppia, i libri possono diventare strumenti attraverso i quali coltivare curiosità, immaginazione e apertura verso gli altri. Sono valori che ritrovano anche nella propria vita familiare e nella tradizione ebraica: «Taga non è separata dalla famiglia che stiamo costruendo: ne riflette, nel suo piccolo, gli stessi principi e la stessa idea di futuro».
«I valori della Torà e l’emunà in Hashem» rappresentano, per Tamar e Gad, riferimenti importanti anche nelle scelte quotidiane e professionali. L’attività editoriale diventa così un’estensione di ciò che desiderano trasmettere attraverso la famiglia. Il catalogo, peraltro, non si limita alla narrativa per l’infanzia. A luglio è stato pubblicato anche Il Mikveh, un libretto tascabile pensato per accompagnare la donna nella preparazione spirituale all’immersione rituale.
Guardando al futuro, la coppia vorrebbe ampliare le pubblicazioni per bambini e sviluppare una connessione culturale ed editoriale fra Italia e Israele: «Nuove collaborazioni, nuovi autori, nuovi progetti e, perché no, la possibilità di creare un ponte editoriale tra realtà e culture diverse».
Un progetto nato da una storia raccontata fra marito e moglie, che oggi richiede scelte imprenditoriali, impegno e la capacità di trasformare la creatività in libri da mettere nelle mani dei lettori.
Laura Loulai: dalla moda alla cucina, fra Italia e Persia
Da una parte abiti, colori e forme; dall’altra farina, impasti e ricette. Due mondi apparentemente lontani, che nel percorso di Laura Loulai finiscono per incontrarsi. Nata e cresciuta a Milano da genitori persiani, per oltre trent’anni ha lavorato nel mondo della moda, per poi avvicinarsi sempre di più all’immagine, allo stile e alla comunicazione. Tra le esperienze che ricorda con maggiore vivacità ci sono i tre anni trascorsi a Montecarlo lavorando per Pantone, il celebre marchio legato al mondo dei colori, nel settore tessile. «È stata proprio un’immersione nel colore: le tinte Pantone, i colori del mare e del sole e quelli dei francesi del Sud che, contrariamente ai milanesi, aborrono il nero e amano i pigmenti».
Da anni collabora con Consenso, l’agenzia di comunicazione guidata da Daniel Fishman, attraverso la quale ha lavorato sull’immagine e sulla comunicazione di esponenti politici, professionisti e personaggi pubblici. Tra questi, Letizia Moratti, della quale conserva un ricordo particolarmente positivo: «È stato molto bello lavorare con Letizia Moratti, persona di grande umanità e gentilezza che si è affidata a me senza problemi». Nel suo percorso figura anche Stefano Bonaccini.
Da questa esperienza è nata l’evoluzione verso Alto Profilo, dove oggi si occupa, insieme a Fishman e a un team di professionisti, di consulenza d’immagine e personal branding: «Il mio lavoro parte dall’ascolto e dalla conoscenza della persona, per costruire un’immagine autentica, coerente e autorevole – racconta Laura –. Credo che l’eleganza non sia semplicemente una questione di abiti, ma un linguaggio: deve raccontare chi siamo senza mai trasformarci in qualcun altro».Un percorso nel quale hanno avuto un ruolo anche le sue origini e la formazione ricevuta. Laura riconosce che l’incontro fra culture differenti, vissuto fin dall’infanzia anche attraverso la scuola ebraica, ha contribuito a sviluppare la sua apertura mentale. A questo si aggiunge la conoscenza di cinque lingue, tutte utilizzate nel corso della sua carriera.
Una sensibilità che, pur applicata a una materia completamente diversa, ritorna anche nell’altra attività entrata nella sua vita: la cucina. È Laura stessa a individuare due elementi comuni fra le sue professioni: «Il dover entrare in sintonia ed empatia con le persone (la psicologia è fondamentale in ambedue) e la ricerca del bello e della perfezione».
La cucina occupa da sempre un posto importante nella sua vita e oggi è diventata anche una parte del suo lavoro. Laura tiene lezioni di cucina italiana, insegnando a preparare pasta fresca, pizza, tiramisù e gelato e condividendo la passione per una cultura gastronomica che sente profondamente sua. A frequentare le sue lezioni sono soprattutto israeliani e americani, ma anche italiani che scelgono questa esperienza per festeggiare un compleanno o trascorrere un momento insieme ad amici e colleghi.
Se la cucina italiana è diventata anche una professione, quella persiana conserva per Laura un significato soprattutto familiare. Pur ricevendo numerose richieste, per il momento non ha organizzato corsi dedicati alle ricette della propria tradizione: «La cucina persiana, invece, è qualcosa di diverso: è famiglia, memoria e tradizione. È quella che ho imparato in casa e che continuo a portare avanti soprattutto per i miei figli e i miei nipoti». Una continuità che trova intorno alla tavola dello Shabbat la propria espressione più intima: «Lo Shabbat, in particolare, è un appuntamento imprescindibile: cucinare per loro, ritrovarsi intorno a una tavola e tramandare quei sapori è un modo per mantenere viva la mia storia».
Nel percorso di Laura convivono così due culture, quella italiana e quella persiana, e due attività professionali che, dietro alle differenze, condividono l’attenzione per l’identità e per il modo di comunicarla: «Forse è proprio nell’incontro tra queste due culture, quella italiana e quella persiana, che mi riconosco di più: due mondi diversi che convivono naturalmente nella mia vita, nel mio lavoro e nel mio modo di accogliere e condividere».
Davide Rosenholz: il calcio senza la pressione di vincere
L’idea è nata pensando ai propri figli. Davide Rosenholz, ex musicista e vicepresidente dell’associazione Superkids, voleva offrire loro la possibilità di giocare a calcio in un ambiente nel quale il divertimento e la partecipazione avessero la precedenza sui risultati.
Da quell’intuizione, circa due anni fa, è nato un corso di calcio non competitivo, portato avanti insieme al socio Giancarlo Casazza nell’ambito dell’associazione Superkids. All’inizio partecipavano dodici bambini. Oggi il progetto ne coinvolge circa ottanta, grazie all’adesione di famiglie che hanno riconosciuto nell’iniziativa una proposta differente rispetto allo sport giovanile più orientato alla competizione: «Il corso di calcio è nato da un’idea per i miei figli – racconta Rosenholz –. Poi ho capito che un corso di calcio non competitivo poteva piacere a genitori come me».
La crescita del progetto ha confermato quella intuizione. «Ci sono tante famiglie che hanno aderito totalmente al concetto di corso non competitivo in una società che sta andando nella direzione opposta», osserva.
L’iniziativa è aperta a bambini ebrei e non ebrei, provenienti da famiglie osservanti o laiche. Il calcio diventa così un’occasione di incontro e socializzazione, oltre che uno strumento per imparare a rispettare le regole, collaborare e sentirsi parte di un gruppo. Per Rosenholz, quest’ultimo aspetto è particolarmente importante. Fra i bambini, giocare a calcio può essere «molto importante anche per non essere tagliato fuori», perché permette di condividere esperienze e interessi con i coetanei.
Prima dell’esperienza sportiva, Davide si è dedicato alla musica, suonando nella band Soon, con la quale sta preparando un concerto per il trentennale dell’uscita del disco. Due attività che considera percorsi distinti, accomunati soprattutto dalla necessità di lavorare insieme agli altri: «Forse l’unico punto in comune è il gruppo come forma di lavoro – spiega –. In entrambi i campi si ha bisogno di collaborare con gli altri: ognuno con la sua competenza specifica». In una band, come in una squadra, occorre saper ascoltare, conoscere il proprio ruolo e contribuire a un risultato collettivo. Ma nel corso di calcio l’obiettivo principale rimane consentire a ciascun bambino di partecipare, indipendentemente dalle capacità agonistiche.
Un’impostazione che trova un parallelo nell’attenzione riservata dalla scuola calcio norvegese alla partecipazione e alla riduzione della pressione competitiva nelle fasce d’età più basse (peraltro, nel corso dell’ultimo Mondiale, la Norvegia ha eliminato il Brasile di Carlo Ancelotti). Rosenholz ammette di non conoscere nel dettaglio quell’approccio, ma, dopo averne sentito parlare, ne condivide la filosofia: «Ai bambini oggigiorno si chiedono troppe cose e troppi risultati, ma la loro creatività e indole può solo uscire fuori quando si sentono del tutto liberi, senza troppe pressioni, soprattutto nello sport».
È la convinzione che guida il suo progetto: offrire ai bambini uno spazio nel quale giocare, migliorare, costruire amicizie e scoprire le proprie capacità, senza che ogni partita debba diventare un esame.



