di Anna Balestrieri
«A Reggio Children mi hanno chiesto di rispondere per Israele. Ma io sono americana: è una delle forme più antiche di antisemitismo». Pesha Kletenik, direttrice della Manhattan Day School di New York, racconta a Mosaico la vicenda che ha portato alla cancellazione del viaggio degli educatori ebrei americani».
Nipote di una sopravvissuta ad Auschwitz, denuncia il doppio standard di un’istituzione che proclama inclusione e dialogo. «Pensate davvero che Benjamin Netanyahu mi abbia telefonato per chiedermi il permesso di entrare a Gaza?». Pesha Kletenik ricorre all’ironia per mettere a nudo quello che considera il paradosso al centro della controversia di Reggio Emilia. «Sono nata a Miami, in Florida. Ho un solo passaporto, quello americano. Non ho nemmeno il diritto di voto in Israele. Perché dovrei rispondere delle decisioni del suo governo?».
Kletenik era tra gli educatori ebrei americani che avrebbero dovuto partecipare a un programma di formazione presso Reggio Children, il centro internazionale che promuove il celebre Reggio Emilia Approach, modello pedagogico conosciuto e apprezzato in tutto il mondo. Il viaggio è stato cancellato dopo le contestazioni suscitate dalla presenza della delegazione ebraica americana e la controversia relativa a una dichiarazione politica sulla guerra a Gaza. Secondo la ricostruzione di Kletenik, ai partecipanti sarebbe stato chiesto di sottoscrivere preventivamente un testo che prendeva esplicitamente le distanze dall’«occupazione di Gaza» e dalle violazioni dei diritti umani nei territori occupati. Reggio Children ha contestato il fatto che la firma sarebbe stata una condizione obbligatoria per partecipare. Di più: Marwa Mahmoud, assessore alle politiche educative di Reggio Emilia, ha provato a smentire tutta la vicenda: «Insegnanti respinti perché ebrei, porte chiuse, profili controllati. Sono falsità». Ma poi sono arrivate le scuse del sindaco di Reggio Emilia Marco Massari. «Riconosco che sia stato un errore cercare una concertazione con le due delegazioni attraverso una dichiarazione su Gaza e sui territori occupati – ha detto il primo cittadino, e ancora: – Come sindaco, a nome degli attori del sistema educativo coinvolti nell’interlocuzione, voglio scusarmi, soprattutto con chi non si è sentito accolto a Reggio». La vicenda, inizialmente circoscritta al dibattito locale, ha poi superato i confini italiani. L’8 ottobre il Times of Israel ha pubblicato un intervento di Rivy Poupko Kletenik. Nello stesso giorno anche Jewish Insider ha ricostruito la vicenda, raccogliendo le testimonianze delle scuole interessate e le posizioni degli organizzatori.
Per Pesha Kletenik la questione è tutt’altro che astratta. Sua nonna è una sopravvissuta, mentre un altro ramo della famiglia è fuggito dalle discriminazioni nell’Unione Sovietica. Lei stessa ha conseguito un master in studi sulla Shoah presso la Yeshiva University e ha dedicato parte della propria formazione alla memoria dei genocidi. Nella conversazione con Bet Magazine-Mosaico, la sua indignazione si accompagna però a una convinzione altrettanto forte: il dialogo resta possibile, persino dopo un’esperienza dolorosa come questa.
Il Reggio Emilia Approach è conosciuto in tutto il mondo per la sua filosofia di inclusione, ascolto e rispetto delle differenze. Che cosa ha provato vedendo questi stessi principi apparentemente contraddetti dal trattamento riservato alla vostra delegazione?
L’intera esperienza è stata molto dolorosa. Ed è scoraggiante soprattutto perché gli educatori dovrebbero lavorare per costruire un mondo migliore, per aumentare il dialogo. Presentare una dichiarazione unilaterale, basata su supposizioni nei nostri confronti, non dimostra certo questi valori. Siamo insegnanti della prima infanzia e della scuola elementare, non esperti del conflitto mediorientale, di genocidi o di diritto bellico. Non mi era mai stato chiesto di commentare altri conflitti nel mondo. Perché proprio questo? Sono ebrea, naturalmente ho un legame con la terra d’Israele, ma sono una cittadina americana. Chiedermi di rispondere del governo israeliano significa ricorrere a una delle forme più antiche di antisemitismo.
Reggio Children sostiene che la propria Carta sull’educazione democratica sia fondata su principi universali. Sa se ad altre delegazioni siano state richieste dichiarazioni politiche analoghe?
Da quanto mi risulta, siamo stati gli unici. Ho visto che è prevista la visita di un gruppo proveniente dalla Turchia. Dovranno pronunciarsi sulle decisioni del loro governo? E la Cina? Mi è stato detto che si intendeva introdurre una dichiarazione da far sottoscrivere a tutti, ma l’unico conflitto esplicitamente menzionato era quello israelo-palestinese. Perché?.
Secondo alcune ricostruzioni, i profili social personali e professionali dei partecipanti sarebbero stati esaminati per verificarne i legami con Israele e le posizioni politiche. Come giudica questa situazione?
Come cittadina americana la considero assolutamente inaccettabile. Negli Stati Uniti ognuno ha diritto alle proprie opinioni politiche. Sono pronta a collaborare con qualsiasi organizzazione ebraica che voglia intraprendere un’azione legale per quanto accaduto. Credo che la nostra comunità abbia commesso un errore, in passato, nel non chiedere con sufficiente fermezza conto degli episodi di antisemitismo.
Penso a quanto è successo nelle università americane, soprattutto nei campus più prestigiosi, dove molti studenti ebrei hanno finito per non sentirsi più al sicuro. Abbiamo sempre difeso la libertà di parola e di pensiero, ma quando questa comincia a ledere i diritti degli altri bisogna intervenire. Ecco perché credo che sia essenziale chiamare quanto accaduto con il suo nome: antisemitismo. Non è solidarietà verso i palestinesi. Se si vuole aiutare i palestinesi, si può fare attivismo per loro. Discriminare una persona nata e cresciuta negli Stati Uniti, chiedendole una dichiarazione sulle decisioni di un governo straniero, non aiuta nessuno.
Sua nonna è sopravvissuta ad Auschwitz. Che cosa le ha trasmesso la storia della sua famiglia?
Da una parte della mia famiglia viene la storia della Shoah, dall’altra quella di chi è fuggito dall’Unione Sovietica a causa delle discriminazioni. Sono cresciuta con un insegnamento fondamentale: essere orgogliosamente ebrea e non avere paura di dichiarare ciò in cui credo. È così che educo anche i miei figli.
Qualche volta ho chiesto a mio figlio se volesse indossare un cappellino da baseball quando prende la metropolitana a Manhattan, per non essere immediatamente riconoscibile come ebreo. Mi ha risposto: perché dovrei?
La storia ebraica ha conosciuto molti periodi difficili. Non è la prima volta. Negli Stati Uniti, per esempio, un tempo esistevano quote che limitavano l’accesso degli ebrei alle facoltà di medicina. E allora abbiamo creato i nostri ospedali universitari, che sono diventati tra i migliori del Paese.
Quando è successo tutto questo a Reggio Emilia, ho pensato: forse dovremmo aprire un centro di formazione qui, a Manhattan. Un centro dedicato alle migliori pratiche nell’educazione della prima infanzia.
Lei ha studiato la storia della Shoah e dei genocidi. Riconosce, in questa vicenda, qualche meccanismo di attribuzione di responsabilità collettiva già noto alla storia dell’antisemitismo?
È esattamente così che la interpreto. È un esempio chiarissimo di colpevolizzazione collettiva, una delle forme più antiche dell’antisemitismo. Pensiamo ai Protocolli dei Savi di Sion. L’antisemitismo non è soltanto un pregiudizio: è anche una teoria del complotto che assume, di volta in volta, la forma di ciò che preoccupa maggiormente la società. Come osserva Deborah Lipstadt, è una discriminazione che può colpire contemporaneamente verso l’alto e verso il basso: gli ebrei vengono accusati di controllare il mondo e, nello stesso tempo, di essere parassiti della società. Di controllare le banche e di causare malattie.
Negli Stati Uniti, per molto tempo, gli ebrei non sono stati considerati bianchi. Poi, quando l’essere bianchi è diventato sinonimo, in certi discorsi, di privilegio coloniale, improvvisamente gli ebrei sono diventati bianchi anche loro.
La cosa dolorosa è che quando altri gruppi subiscono discriminazioni, la comunità ebraica interviene per denunciarle. Quando siamo noi a essere discriminati, troppo spesso ci ritroviamo soli.
A Reggio Emilia la memoria dell’antifascismo e della Resistenza è una componente fondamentale dell’identità cittadina. Come interpreta questa contraddizione?
Ogni volta che si dice alle persone che su una determinata questione esiste una sola opinione corretta, ci si avvicina, prima o poi, al fascismo. Quando c’è una sola voce ammessa, una sola verità. Voglio essere chiara: riconosco che a Gaza ci sia sofferenza. Non ne sono felice. Ma perché non si può dire contemporaneamente che a Gaza c’è sofferenza e che è inaccettabile prendere esseri umani in ostaggio e torturarli nei tunnel? Perché non possiamo affermare entrambe le cose? Il problema nasce quando si pretende di imporre una sola prospettiva morale.
Chi ha contestato la vostra visita sostiene di opporsi al governo israeliano, non agli ebrei. Dove passa, secondo lei, il confine tra critica politica e discriminazione?
Sono nata a Miami, in Florida. Ho un solo passaporto. Vivo negli Stati Uniti. Se qualcuno mi chiedesse di difendere una decisione dell’amministrazione Trump, risponderei che sono una semplice cittadina privata. Perché dovrei rispondere personalmente delle decisioni del mio stesso governo? E qui stiamo parlando addirittura di un governo straniero, di un Paese nel quale non ho diritto di voto. Per me il confine è stato superato fin dall’inizio. Reggio Children è un centro dedicato allo sviluppo e all’educazione dei bambini. Perché dovrebbe prendere posizione su un conflitto geopolitico? Io stessa, come dirigente scolastica, quando mi viene chiesto di commentare questioni che non rientrano nelle mie competenze, rispondo che non sono un’esperta. Posso parlare di bambini, posso parlare di psicologia, perché sono anche psicologa. Ma non pretendo di avere competenze su ogni questione internazionale.
Che cosa avrebbe dovuto fare Reggio Children per restare fedele ai propri principi educativi?
«Avrebbe potuto dire semplicemente: riconosciamo che questo conflitto provoca molta sofferenza, ma noi siamo qui per formare insegnanti ed educare bambini. Non ci occupiamo di eventi geopolitici e non siamo esperti di queste questioni.
Io conoscevo le posizioni politiche diffuse in quell’ambiente e non mi sono mai sognata di dire che non volevo imparare da loro a causa delle loro opinioni su Israele. Al contrario, mi sarei avvicinata con curiosità, avrei cercato il dialogo.
Loro invece, secondo la mia esperienza, mi hanno detto sostanzialmente: non vogliamo nemmeno che tu venga finché non riconosci che la tua opinione è sbagliata. Come si può chiamare questo dialogo?.
Se potesse incontrare oggi i responsabili di Reggio Children, che cosa chiederebbe loro?
Comincerei chiedendo perché abbiano ritenuto opportuno domandare a una cittadina americana di pronunciarsi su un evento in Medio Oriente. Se mi rispondessero che è perché sono ebrea, spiegherei loro quanto profondamente antisemita sia questa impostazione. Mi viene in mente un episodio accaduto alcuni anni fa in Polonia. Visitavo un museo statale e la guida raccontava che uno dei momenti più tragici della Seconda guerra mondiale, per i polacchi, era stato il massacro di Katyn. A un certo punto ho alzato la mano e ho chiesto: non considerate altrettanto tragico che un milione di cittadini polacchi siano stati vittime del genocidio nazista, deportati nei campi di concentramento e assassinati nelle camere a gas? La guida mi ha risposto: “Oh, quelli sono ebrei. Ne parlerete quando visiterete Auschwitz”. Ecco il problema. Quando accettiamo che gli ebrei non siano considerati alla stessa stregua degli altri cittadini, contribuiamo a perpetuare l’antisemitismo. Non sto dicendo che tutto sia paragonabile alla Shoah. Ma non possiamo accettare di essere trattati secondo criteri diversi.
Lei dirige una scuola ebraica a New York. Come ha spiegato ai suoi studenti quanto accaduto in Italia?
Ne ho parlato con loro durante un’assemblea per commemorare il 7 ottobre. La controversia era esplosa proprio nei giorni precedenti. Ho detto ai ragazzi che avrei voluto poter raccontare loro che, a tre anni dal 7 ottobre, la situazione dell’antisemitismo nel mondo era migliorata.
Ho spiegato che io e un’altra educatrice avremmo dovuto partecipare a un programma di formazione in Italia e ho raccontato che cosa era successo. Ho detto loro che non avrei rinunciato alla mia identità sionista e che non avrei firmato una dichiarazione contraria ai miei valori. Dopo che la vicenda è finita sui giornali e in televisione, abbiamo dovuto rafforzare la sicurezza della nostra scuola.
So di ricoprire un ruolo pubblico in una comunità ebraica molto visibile. Molti degli altri partecipanti erano insegnanti della prima infanzia e forse non si sentivano altrettanto a proprio agio nel parlare con la stampa. Io sapevo che mi sarebbe stato chiesto di farlo. E considero una mia responsabilità prendere pubblicamente posizione e spiegare perché ritengo che quanto è accaduto sia antisemitismo.
Nonostante tutto, sarebbe disposta a tornare a Reggio Emilia?
Assolutamente sì. E vorrei raccontarle una storia.
Durante il mio master in studi sulla Shoah alla Yeshiva University ho conosciuto un collega tedesco, Julian. Aveva deciso di seguire quel programma perché voleva comprendere che cosa avesse fatto la sua famiglia durante il nazismo.
Una parte del nostro percorso prevedeva un viaggio di studio in Polonia. Ad Auschwitz sapevo, con una certa precisione, dove mia nonna era stata separata dai suoi familiari, che furono poi mandati alle camere a gas. Era arrivata durante le deportazioni degli ebrei ungheresi, una fase della quale esiste molta documentazione fotografica.
Mi stavo avvicinando a quel punto, alla rampa dove probabilmente era avvenuta la separazione. Sapevo che per me sarebbe stato un momento difficilissimo. Ho fatto un respiro profondo. Poi mi sono voltata e ho visto Julian che camminava accanto a me. Ci siamo guardati. In quel momento ho provato un’ondata incredibile di speranza e gratitudine. Ho pensato che, se il mondo può diventare un posto migliore, è proprio perché noi due stiamo camminando qui insieme. Più tardi l’ho raggiunto e gli ho detto: Julian, voglio ringraziarti per aver camminato accanto a me sulla rampa dove mia nonna è stata separata dalla sua famiglia, che non ha mai più rivisto.
Lui è scoppiato a piangere. Mi ha detto che non sapeva come avrei reagito alla sua presenza e mi ha ringraziata per avergli permesso di starmi accanto. Ecco, per me è questo il significato del dialogo. Ci sono ebrei che dicono che non torneranno mai più in Polonia, che non parleranno mai con i tedeschi. Io penso che così si finisca soltanto per perpetuare il problema.
Se le persone di Reggio Emilia volessero parlare con me, sarei disponibile. Non cercherei di cambiare le loro opinioni su Israele. Hanno diritto alle proprie convinzioni, così come io ho diritto alle mie, alla mia storia e al mio legame con la terra d’Israele. Chiedermi di cancellare quel legame significa chiedermi di cancellare una parte fondamentale della mia identità. Ma se fossero disponibili a imparare insieme, a fare un passo avanti, tornerei senza esitazione. Accetto le loro scuse, certo. Non desidero essere una vittima dell’antisemitismo. Desidero contribuire a rendere il mondo migliore. Non insegno ai miei studenti a odiare questo o quello. E penso che anche gli ebrei, se lo facessero, finirebbero soltanto per riprodurre lo stesso problema dall’altra parte. Sono un’educatrice. Voglio costruire ponti. La pace non si costruisce escludendo le persone. La pace sarebbe stata chiedermi: raccontaci come hai vissuto questi anni, come ebrea. Quello sarebbe stato un punto di partenza.
Traduzione della lettera che Pesha Kletenik ha inviato al consiglio di amministrazione
della Manhattan Day School di New York
Lettera al consiglio: annullamento della visita a Reggio Emilia
Oggetto: una notizia dolorosa da condividere
Gentili membri del consiglio, vi scrivo per informarvi di un recente sviluppo spiacevole e profondamente inquietante. Desideravo che ne foste informati direttamente da me, prima che l’accaduto diventasse di dominio pubblico. Come abbiamo annunciato durante la serata di presentazione dell’anno scolastico dedicata alla scuola dell’infanzia, io e Morah Ashley avevamo in programma di recarci a Reggio Emilia, in Italia, con il Paradigm Project, un’organizzazione che ogni anno riunisce educatori ebrei provenienti da tutto il mondo, compresi educatori israeliani, per un percorso di formazione professionale presso il Centro Internazionale Reggio Children.
Purtroppo, la città si è opposta alla visita del nostro gruppo al centro e alle sue scuole dell’infanzia a causa della nostra identità di sioniste. È stata convocata un’assemblea cittadina alla quale hanno partecipato diverse centinaia di persone, mentre all’esterno del centro si è svolta una grande manifestazione di protesta. Le identità di alcune di noi sono state rese pubbliche e i profili personali e istituzionali sui social media sono stati esaminati e presentati come prova del nostro sostegno a Israele e alle Forze di difesa israeliane (IDF).
Ci è stato comunicato che avremmo potuto partecipare soltanto firmando una dichiarazione che contenesse il seguente impegno:
«Io, __________, dopo aver letto e preso visione del documento Per un’educazione democratica e partecipata e, in qualità di educatore e insegnante che crede nei valori del dialogo, della pace, della partecipazione, dell’inclusione e della costruzione di ponti, dichiaro con la presente di prendere le distanze dall’occupazione di Gaza e dalla violazione dei diritti dei bambini e dei diritti umani nei territori occupati, così come in ogni altra parte del mondo».
Alla luce di questa condizione, insieme a ulteriori preoccupazioni per la sicurezza, il Paradigm Project ha annullato il viaggio. Non ci sfugge che queste iniziative fossero in corso da circa sei mesi e siano giunte al culmine il 7 ottobre, una data di profondo significato per il popolo ebraico. Con la partenza prevista a pochi giorni di distanza, non c’era semplicemente tempo sufficiente per negoziare una soluzione diversa. Ho la sensazione che ciò sia stato intenzionale. Io e Morah Ashley siamo sconvolte sotto molti aspetti e profondamente addolorate per l’antisemitismo di cui siamo state bersaglio. È particolarmente scoraggiante che tutto questo sia accaduto presso un’istituzione internazionale dedicata all’educazione dei bambini piccoli e alla speranza di contribuire a costruire un mondo migliore. È inoltre profondamente inquietante che la nostra partecipazione sia stata subordinata a una dichiarazione politica, richiesta sulla base della nostra identità e delle nostre convinzioni. Il sito web del centro mostra con orgoglio i gruppi internazionali di insegnanti che prendono parte ai suoi programmi, compreso un gruppo proveniente dalla Turchia. Per quanto ne so, a nessun altro gruppo è stato chiesto di firmare una dichiarazione di dissociazione politica come condizione per partecipare. È difficile ignorare questo doppio standard. Eppure, non voglio che questa esperienza ci distolga dal lavoro al quale siamo impegnati. Continuo a pensare agli eroi del volo flydubai durante Sukkot, che hanno avuto il coraggio di fare irruzione nella cabina di pilotaggio quando un terrorista ha tentato di prendere il controllo dell’aereo. Il loro coraggio rappresenta una potente metafora del momento che stiamo vivendo. In un mondo che sembra diventare sempre più instabile, ciascuno di noi ha la responsabilità di farsi avanti con coraggio, a modo proprio, e di contribuire a guidare la nostra comunità e la nostra società verso condizioni più serene, sicure e moralmente solide. Stiamo ancora riflettendo su cosa significhi tutto questo per i nostri programmi di formazione professionale.
Non intendiamo rinunciare al nostro obiettivo di far evolvere e rafforzare il programma dedicato alla prima infanzia. Se possibile, questa esperienza ha ulteriormente rafforzato in me la convinzione dell’importanza di creare spazi in cui gli educatori possano imparare, crescere e confrontarsi in modo significativo, senza che venga loro chiesto di rinnegare la propria identità. Troveremo una sede che ci accolga nella nostra identità piena e orgogliosamente rivendicata. E forse, con il tempo, la nostra comunità ne costruirà una propria: un centro di formazione per la prima infanzia ancora più prestigioso, nel quale educatori provenienti da tutto il mondo possano incontrarsi nello spirito di un apprendimento autentico, dell’inclusione e del rispetto reciproco.
Infine, una considerazione personale: sostengo con orgoglio i messaggi espressi nella missione della MDS e sul nostro sito web, così come quelli che condivido sui miei account personali sui social media. Il mio sostegno a Israele è inequivocabile e non me ne scuso. I miei post riflettono questo impegno: che si tratti di condannare la disinformazione sull’IDF, di documentare i miei otto viaggi in Israele dal 7 ottobre — tre dei quali compiuti insieme agli studenti della MDS — oppure di mostrare una bandiera israeliana nella foto del mio profilo. Non prenderò le distanze da queste posizioni. Riflettono convinzioni profonde, il mio legame con la nostra patria e il mio impegno nei confronti di Am Yisrael, il popolo ebraico.
Vi ringrazio, come sempre, per la collaborazione e il sostegno costante.
Am Yisrael Chai — il popolo d’Israele vive.
Dr.ssa Pesha Kletenik Preside



