Reggio Emilia, gli educatori ebrei americani esclusi se non prendono le distanze da Israele: il caso arriva sulla stampa israeliana. Meghnagi: “Una schedatura su base razziale”

Italia

 di Anna Balestrieri

La delegazione del Paradigm Project ha rinviato il viaggio dopo le contestazioni e la richiesta di sottoscrivere una dichiarazione sulla guerra e sulle politiche israeliane. A Reggio Emilia arriveranno soltanto 25 educatori da Israele. La vicenda ha raggiunto il Times of Israel e Jewish Insider. Al centro della polemica, il confine tra la legittima critica a un governo e la pretesa di sottoporre insegnanti ebrei a un esame politico sulla loro identità e sulle loro convinzioni. Per Walker Meghnagi, Presidente CEM, “È una schedatura su base razziale. È la negazione totale dell’inclusione che a parole si dice di voler promuovere. È antisemitismo. Chiedo che l’amministrazione comunale di Reggio Emilia si dimetta”.

Una visita di formazione pedagogica trasformata in una controversia sull’identità ebraica, sul sionismo e sul rapporto con Israele. È quanto è accaduto a Reggio Emilia, dove la delegazione di educatori delle scuole ebraiche americane attesa per il Reggio Emilia Approach ha deciso di rinviare il viaggio previsto dall’11 al 16 ottobre. Il gruppo israeliano, invece, ha confermato la partecipazione: dal 12 al 16 ottobre arriveranno in città 25 insegnanti ed educatori.

La vicenda, inizialmente circoscritta al dibattito locale, ha ormai superato i confini italiani. L’8 ottobre il Times of Israel ha pubblicato un intervento di Rivy Poupko Kletenik, educatrice ebrea americana e madre di Pesha Kletenik, dirigente della Manhattan Day School, una delle istituzioni coinvolte nel viaggio. Nello stesso giorno anche Jewish Insider ha ricostruito la vicenda, raccogliendo le testimonianze delle scuole interessate e le posizioni degli organizzatori.

Il dato più significativo è che un gruppo di insegnanti, intenzionato a studiare un modello educativo riconosciuto a livello internazionale, ha finito per rinunciare alla visita dopo che la propria appartenenza ebraica, i legami con Israele e le posizioni politiche attribuite ai partecipanti sono diventati oggetto di contestazione pubblica.

 

Dalla formazione pedagogica alla controversia politica

Il viaggio era stato organizzato dal Paradigm Project, una rete professionale statunitense che riunisce educatori della prima infanzia. L’obiettivo era studiare direttamente il Reggio Emilia Approach, il modello pedagogico sviluppato nella città emiliana nel secondo dopoguerra e adottato da numerose scuole in tutto il mondo, comprese quelle ebraiche americane.

La visita avrebbe dovuto coinvolgere insegnanti provenienti dagli Stati Uniti e da Israele, accomunati dall’interesse per la formazione e lo scambio di esperienze. Ma l’annuncio della loro presenza ha suscitato contestazioni da parte di attivisti filopalestinesi e di settori del sindacato, con l’accusa che alcune delle istituzioni di provenienza dei partecipanti avrebbero sostenuto l’esercito israeliano.

La controversia è rapidamente uscita dal terreno della discussione pedagogica. Le identità dei partecipanti sono state rese pubbliche e i loro profili personali e istituzionali sui social media sono stati esaminati per individuare elementi interpretati come prova del loro sostegno a Israele e alle Forze di difesa israeliane.

Pesha Kletenik ha descritto così la situazione in una comunicazione alla propria comunità, riportata dal Times of Israel: «Purtroppo, la città si è opposta alla visita del nostro gruppo al centro e alle sue scuole dell’infanzia a causa della nostra identità di sionisti». Ha inoltre riferito di un’assemblea pubblica alla quale hanno partecipato diverse centinaia di persone e di una grande manifestazione davanti al centro.

Non si è trattato, dunque, soltanto di discutere le responsabilità del governo israeliano o di contestare una determinata politica. A essere messi sotto esame sono stati anche i partecipanti in quanto persone identificate come sioniste e legate a istituzioni ebraiche.

 

La Carta per l’educazione democratica e la richiesta di una presa di distanza

Nel tentativo di gestire la controversia, Reggio Children ha fatto riferimento alla Carta «Per una educazione democratica e partecipata», elaborata insieme all’Istituzione Scuole e Nidi d’Infanzia del Comune e alla Fondazione Reggio Children. Il documento richiama principi quali la tutela dei diritti umani, il contrasto a ogni discriminazione, il ripudio della guerra e il rifiuto della militarizzazione delle scuole.

La questione più controversa ha riguardato però la richiesta rivolta ai partecipanti di prendere esplicitamente le distanze dalle politiche del governo Netanyahu. Secondo la ricostruzione di Jewish Insider, agli educatori è stato chiesto di sottoscrivere una dichiarazione nella quale si afferma di prendere le distanze dall’occupazione di Gaza e dalle violazioni dei diritti dei bambini e degli esseri umani nei territori occupati e in ogni altra parte del mondo.

La presidente di Reggio Children, Maddalena Tedeschi, ha sostenuto che la richiesta riguardava un impegno personale ed esplicito contro la violenza e la guerra. L’organizzazione ha quindi presentato la Carta come un riferimento comune per chiunque partecipi alle attività del network.

Ma la distinzione è sostanziale: un conto è chiedere a tutti i partecipanti di rispettare principi universali contro la violenza e la discriminazione; un altro è introdurre, per una delegazione individuata anche in base alla propria appartenenza ebraica e ai legami con Israele, una richiesta di presa di posizione politica che rischia di trasformare una formazione professionale in un test di conformità ideologica.

Il punto non è sottrarre Israele o il suo governo alle critiche. Le politiche di qualsiasi Stato possono essere discusse, contestate e sottoposte a giudizio. Il problema emerge quando la partecipazione a un’attività educativa viene subordinata a una dichiarazione politica individuale e quando l’attenzione si concentra sull’identità dei partecipanti, sui loro legami comunitari e sulle loro convinzioni.

«In questo clima non possiamo vivere l’esperienza prevista»

Il Paradigm Project ha comunicato agli educatori che il viaggio non si sarebbe svolto come programmato. Nella dichiarazione riportata da Jewish Insider, l’organizzazione ha ricordato che la visita era stata concepita per un unico scopo: conoscere il Reggio Emilia Approach e riportare gli insegnamenti acquisiti nelle proprie classi.

Il progetto richiedeva, secondo gli organizzatori, «un ambiente sereno e aperto». Alla luce del clima creatosi in città, hanno concluso di non poter garantire ai partecipanti l’esperienza per la quale il viaggio era stato organizzato.

La decisione è stata quindi quella di rinviare la visita, non di chiudere definitivamente ogni possibilità di collaborazione. Il Paradigm Project ha espresso la speranza che il rapporto con Reggio Children non sia compromesso in modo irreparabile e che in futuro si possa tornare a lavorare insieme.

Reggio Children, da parte sua, ha dichiarato di rispettare la decisione degli educatori americani e ha ribadito la volontà di proseguire il dialogo quando le condizioni lo consentiranno. Ha inoltre confermato l’arrivo dei 25 insegnanti ed educatori israeliani.

Resta però una contraddizione difficile da ignorare: un’istituzione che fa dell’apertura, della partecipazione e del riconoscimento delle potenzialità di ogni bambino i cardini della propria filosofia educativa si è trovata al centro di una vicenda nella quale alcuni educatori hanno ritenuto di non poter partecipare serenamente proprio a causa delle proprie identità e dei legami con Israele.

 

Il caso arriva in Israele e negli Stati Uniti

L’intervento pubblicato sul Times of Israel ha dato alla vicenda una dimensione ulteriore. Rivy Poupko Kletenik ha raccontato il dolore della figlia, che avrebbe dovuto partecipare al viaggio, e la delusione di una comunità educativa che per anni ha guardato all’esperienza reggiana come a un modello da studiare e fare proprio.

Nel suo intervento ha richiamato anche la storia familiare della figlia, ricordando la nonna sopravvissuta ad Auschwitz, e ha espresso lo sgomento per il fatto che una discendente di una sopravvissuta alla Shoah si sia trovata a vivere una situazione percepita come una nuova forma di esclusione.

È un passaggio personale e doloroso, che non equivale a sostenere che la vicenda sia paragonabile alla persecuzione nazista. Ma rende evidente quanto la richiesta di rinnegare o prendere le distanze da una parte della propria identità politica e comunitaria possa essere vissuta da alcune persone ebree come un’esperienza di delegittimazione.

Anche Jewish Insider ha riferito le reazioni delle scuole coinvolte. Melissa Davis, dirigente della sede sud della Milton Gottesman Jewish Day School di Washington, ha definito la cancellazione una perdita per la comunità scolastica, sottolineando che gli insegnanti e, indirettamente, i loro alunni non potranno beneficiare dell’esperienza formativa prevista.

La vicenda ha quindi aperto una discussione che riguarda anche il mondo educativo americano: come mantenere rapporti professionali con istituzioni internazionali quando il dibattito politico rischia di trasformare le persone in rappresentanti forzati di uno Stato o di un governo?

Quando l’antidiscriminazione diventa una prova di appartenenza

Il caso di Reggio Emilia pone una questione che va oltre la singola visita e che non può essere risolta semplicemente contrapponendo sostenitori e oppositori del governo israeliano.

Nessuna istituzione educativa è tenuta a rinunciare ai propri principi. È legittimo promuovere il ripudio della guerra, la tutela dei bambini, il rispetto dei diritti umani e il rifiuto di ogni forma di discriminazione. È altrettanto legittimo discutere delle conseguenze delle operazioni militari israeliane e chiedere conto delle responsabilità politiche e giuridiche degli Stati.

Ma questi principi devono valere per tutti, senza discriminazioni basate sulla religione, sulla provenienza o sulle convinzioni personali. La critica a un governo non può diventare automaticamente un sospetto nei confronti di chi appartiene alla comunità nazionale, religiosa o culturale associata a quel governo.

Gli educatori americani non erano una delegazione diplomatica israeliana, né rappresentavano il governo Netanyahu. Erano professionisti chiamati a partecipare a un percorso di formazione. Valutare la loro partecipazione sulla base di contenuti pubblicati sui social media o di posizioni politiche attribuite alle istituzioni di provenienza significa rischiare di confondere la responsabilità individuale con l’appartenenza collettiva.

Il paragone con il 1938, evocato da alcuni commentatori nel dibattito italiano, richiede prudenza: le leggi razziali e la persecuzione antiebraica fascista appartengono a una storia specifica e non possono essere equiparate meccanicamente a una controversia contemporanea. Il richiamo storico, tuttavia, può servire a ricordare un principio fondamentale: l’esclusione di persone dalla vita pubblica e culturale in ragione della loro appartenenza ebraica non diventa accettabile perché viene formulata nel linguaggio dei diritti o dell’antidiscriminazione.

La domanda che rimane è semplice: se una delegazione di insegnanti ebrei americani non può partecipare a un programma internazionale senza essere chiamata a chiarire preventivamente la propria posizione su Israele, quale idea di pluralismo si sta difendendo?

Reggio Emilia continuerà a ospitare gli educatori israeliani e Reggio Children ha dichiarato di voler mantenere aperto il dialogo con gli americani. Ma il viaggio rinviato ha già lasciato un segno. Non soltanto per le opportunità formative perdute, ma per il messaggio che rischia di trasmettere: che l’accesso a uno spazio di confronto professionale possa dipendere non da ciò che si viene a imparare o a insegnare, ma dalle convinzioni politiche che gli altri attribuiscono alla propria identità.

Un’educazione davvero democratica dovrebbe partire dal principio opposto: nessuno deve essere costretto a superare un esame di appartenenza politica per poter partecipare a un’esperienza di apprendimento.

 

ANTISEMITISMO: MEGHNAGI, “A REGGIO EMILIA METODI DA TERZO REICH”
In una dichiarazione rilasciata alla Agenzia si stampa Adnkronos, il Presidente della Comunità ebraica Italiana Walker Meghnagi, ha detto “Al Comune di Reggio Emilia si
promuovono progetti sull’inclusione e sui valori democratici, si invitano docenti americani di religione ebraica per attività didattiche e di dialogo, e poi si pretende di imporre loro dittatorialmente di prendere posizione su una vicenda politica, solo ed esclusivamente perché per il Comune di Reggio Emilia questi insegnanti appartengono alla ‘razza ebraica’. È un principio di schedatura su base razziale. I metodi e il clima instaurati da certi Comuni emiliani mi ricordano molto quelli di Goebbels e quanto scriveva il gerarca fascista Roberto Farinacci, “ebrei razza immonda da seppellire in quanto tali”.

Walker Meghnagi, presidente della Comunità Ebraica di Milano, commenta la notizia   sulla delegazione di insegnanti ed educatori di scuole ebraiche provenienti dagli Usa, organizzata dal Paradigm Project, che ha rinunciato a una visita studio programmata a Reggio Emilia e presso le strutture di Reggio Children. Agli educatori sarebbe stato chiesto di rilasciare una dichiarazione su Israele e sul conflitto a Gaza. “Non si può chiedere a un cittadino americano, a un docente, a un ebreo, di rispondere come ebreo, in quanto tale – sottolinea Meghnagi -. È la negazione totale dell’inclusione che a parole si dice di voler promuovere. È antisemitismo. Chiedo che l’amministrazione comunale di Reggio Emilia si dimetta. Per il metodo indegno utilizzato e per l’enorme danno di immagine provocato all’Italia, visto che la notizia campeggia ormai in tutti i telegiornali americani e sta facendo il giro del mondo. L’Italia non può permettersi di passare per un Paese che discrimina gli ebrei in quanto ebrei”.