di Nina Deutsch
Dopo dodici anni di progettazione, costruzione e collaudi, il più grande sottomarino mai entrato nella Marina israeliana ha raggiunto Haifa dalla Germania in 23 giorni. La propulsione AIP gli permette di restare immerso più a lungo, mentre la grande vela e le tecnologie nascoste alimentano le domande sulle sue vere capacità. Una storia che passa anche da uno scandalo e dalla memoria dell’INS Dakar, affondato nel 1968.
Per quasi tutto il viaggio è rimasto dove un sottomarino deve stare: sotto la superficie. Poi, a poche miglia nautiche da Haifa, l’INS Drakon è riemerso dal Mediterraneo. Davanti c’era la costa israeliana; alle spalle, 3.792 miglia nautiche, quasi 8.000 chilometri, e 23 giorni di navigazione da Kiel, in Germania.
A bordo, oltre all’equipaggio, c’erano alcuni giornalisti ammessi eccezionalmente a raccontare l’ultima parte del viaggio inaugurale. Prima di lasciare la base navale, però, era stato ritirato tutto: cellulari, dispositivi elettronici e perfino i portachiavi. Secondo i funzionari della sicurezza informatica, un nemico potrebbe infatti estrarre potenzialmente informazioni classificate sul sottomarino dai dati raccolti da tali dispositivi.
Una macchina costruita attorno al segreto
Il suo arrivo a Haifa chiude una storia cominciata circa dodici anni fa, tra progettazione, costruzione e collaudi nei cantieri Thyssenkrupp Marine Systems di Kiel. Una storia che, prima ancora di entrare in servizio, ha incrociato una delle più controverse vicende politico-militari israeliane.
Oggi l’INS Drakon è il sesto sottomarino della Marina israeliana, il terzo della classe Dolphin II e il più sofisticato, grande e pesante mai entrato nella flotta: 74 metri di lunghezza e circa 2.600 tonnellate. Ma le dimensioni sono soltanto la parte visibile della storia.
Il gigante che deve restare invisibile
Il punto non è quanto sia grande la Drakon, ma quanto a lungo possa evitare di farsi vedere.
Il battello dispone di un sistema di propulsione indipendente dall’aria, AIP, che permette a un sottomarino diesel-elettrico di rimanere immerso molto più a lungo senza dover tornare in superficie. Per una piattaforma che basa gran parte della propria utilità sulla discrezione, è una caratteristica decisiva.
Il comandante della 7ª flottiglia sottomarini israeliana, identificato dal Times of Israel come capitano “Yud”, ha spiegato che «il sistema AIP è molto importante» perché «aumenta il livello di furtività di diversi ordini di grandezza».
Stealth non significa essere letteralmente invisibili: significa ridurre la possibilità di essere individuati e le occasioni nelle quali il battello deve esporsi. E proprio ciò che della Drakon non viene raccontato alimenta le domande più interessanti.
La Marina israeliana mantiene infatti segrete gran parte delle caratteristiche operative del nuovo sottomarino, limitandosi a parlare di tecnologie «innovative e avanzate» destinate ad aumentare la flessibilità della flotta.
La grande vela e i segreti sotto la superficie
Durante la costruzione e le prove in mare sono comparse fotografie che mostravano una novità evidente: la vela, la struttura che emerge dallo scafo, è molto più grande rispetto a quella dei precedenti sottomarini israeliani.
Sono così cominciate le analisi. Alcuni esperti hanno ipotizzato che quella struttura possa essere stata modificata per accogliere sistemi di lancio verticale; altre analisi hanno indicato la possibilità di ospitare apparecchiature per operazioni speciali, veicoli subacquei senza equipaggio o sistemi per la raccolta di informazioni.
Ma qui passa una linea importante: né Israele né la Germania hanno confermato pubblicamente l’esistenza di un sistema di lancio verticale sulla Drakon. Sono ipotesi basate soprattutto sull’analisi delle immagini e della configurazione esterna.
Ed è proprio questo il paradosso dei sottomarini: anche non sapere esattamente cosa nascondano può diventare parte della loro forza.
Quel nome cambiato dal peso della storia
La Drakon avrebbe dovuto chiamarsi Dakar, in omaggio all’INS Dakar, il sottomarino israeliano scomparso nel 1968 durante il viaggio inaugurale dal Regno Unito verso Israele. A bordo c’erano 69 uomini.
Il riutilizzo del nome provocò però le proteste di alcune famiglie dei marinai morti. La soluzione fu cambiare nome: Drakon, “Drago”, mentre Dakar verrà utilizzato per la futura generazione di sottomarini israeliani.
Durante il trasferimento verso Israele, però, il passato è tornato sotto la prua della nuova nave.
L’equipaggio ha fermato il sottomarino nel punto in cui affondò il vecchio Dakar. Il battello è riemerso; i marinai hanno indossato le uniformi bianche cerimoniali e sono stati recitati Yizkor, Kaddish e altri passi liturgici.
Un momento dal forte valore simbolico: il nuovo gigante tecnologico della Marina israeliana fermo sopra il luogo in cui, quasi sessant’anni prima, un altro sottomarino era scomparso con tutto il suo equipaggio.
Dodici anni di lavoro e una lunga attesa
La costruzione della Drakon non è stata lineare. Il progetto, inizialmente vicino a quello degli altri Dolphin II, venne modificato in modo sostanziale. Secondo le ricostruzioni disponibili, nel 2018 la Marina israeliana decise un cambiamento strategico che comportò ritardi e costi aggiuntivi.
Il Times of Israel parla di circa dodici anni tra progettazione, costruzione e collaudo; Ynetnews, raccontando l’arrivo a Haifa, parla invece di quasi quattordici anni di preparazione complessiva. Le due cifre riflettono dunque fasi diverse della lunga gestazione del programma.
Anche il trasferimento verso Israele non è stato del tutto semplice. Israel Hayom ha riferito che Norvegia e Danimarca avevano vietato al sottomarino l’ingresso nelle proprie acque territoriali durante le prove.
Alla fine la rotta è stata completata: Kiel, il canale di Kiel, la Manica, Gibilterra e poi tutto il Mediterraneo fino a Israele.
Uno scandalo alle spalle
La Drakon è anche il prodotto di una decisione politica diventata uno scandalo.
L’acquisto dei sottomarini tedeschi è stato al centro della cosiddetta Submarine Affair, una vicenda che ha coinvolto funzionari pubblici, uomini d’affari e collaboratori di alto livello e ha sollevato accuse di concussione. Gli accordi per i sottomarini Thyssenkrupp sono stati valutati complessivamente intorno ai 2 miliardi di dollari.
Una commissione statale d’inchiesta israeliana ha criticato il processo decisionale relativo all’acquisto del sesto sottomarino. Secondo le conclusioni riportate dal Times of Israel, Benjamin Netanyahu spinse per l’acquisto basandosi su presupposti che la commissione giudicò infondati e senza affrontare adeguatamente le conseguenze economiche della decisione, discostandosi dalle normali procedure previste per le grandi acquisizioni militari.
Netanyahu tuttavia, viene precisato, non è stato incriminato in un procedimento penale per le specifiche accuse relative all’acquisto dei sottomarini, mentre diversi suoi collaboratori sono stati accusati.
Così la Drakon arriva oggi nella Marina israeliana con due storie parallele alle spalle: quella tecnologica, fatta di progettazione e sviluppo, e quella politica, segnata da uno dei più discussi programmi di approvvigionamento militare del Paese.
La Drakon non è ancora operativa
L’arrivo a Haifa non coincide con l’ingresso immediato in servizio.
La Drakon dovrà ancora ricevere e integrare i sistemi israeliani, compresi i sistemi d’arma e d’intelligence. Secondo la Marina, questa fase richiederà circa due-tre mesi, prima degli ulteriori passaggi necessari alla piena operatività.
Il comandante Ayin, molto emozionato per il «viaggio pazzesco», descrive il proprio equipaggio come una squadra di altissimo livello. «Sanno di stare facendo la storia», ha detto, aggiungendo che sono «addestrati a operare ovunque ce ne sia bisogno, senza farsi vedere». Ha aggiunto: «È facile essere un leader quando si hanno persone valide». E forse è proprio questa la chiave per capire una macchina come la Drakon: tecnologia e uomini, insieme, progettati per operare dove il mondo non può vederli.
Non a caso, nel comunicato ufficiale sulla cerimonia di Haifa, l’IDF ha descritto l’arrivo della Drakon come un passo verso una Marina «più segreta, più lontana, più profonda e più letale». Il resto – quali siano realmente le capacità del nuovo sottomarino quando chiude il portello, spegne i contatti con il mondo esterno e scompare sotto il Mediterraneo – rimane, per scelta, nel silenzio.



