La sukkà dei Bne Menashe

La simbologia della succà tra precarietà e protezione

Ebraismo

di Rav Reuven Colombo

La festa di Succòt cade quest’anno nei giorni dal 26 settembre al 4 ottobre. Che cosa rappresenta la succà? È la nostra dimostrazione che la fede nell’aiuto divino non deve mai mancare nel nostro cuore. E non dobbiamo dimenticare mai di stare vicino a chi ne ha bisogno

 

Molte sono le cose che si potrebbero dire sulla festa di Succòt, però in questo frangente vorrei soffermarmi solo su quanto scrisse cento anni fa, nell’anno 1926, il Maestro Rabbì Moshe Feinstein (Voblasc’ 3 marzo 1895 – New York, 23 marzo 1986), considerato tra i più grandi Rabbini del 900, e concludere con un piccolo insegnamento del Maestro Yehudà Klaiin.

Due sono le questioni analizzate da Rav Feistein. La prima: in un poema liturgico scritto nel Medioevo e recitato durante la Tefillà della seconda mattina della festa, è scritto che la Mitzvà della Succà ha un valore pari a tutti i precetti della Torà uniti assieme. Bisogna comprendere il motivo di tale importanza della Succà.La seconda questione: nel Talmùd in Succà 11b è riportata la nota disputa tra Rabbi Eliezer e Rabbi Akiva se con «Succòt» s’intenda ricordare che il Signore ci fece abitare nel deserto all’interno di nuvole protettive o si debba rammentare che gli ebrei abitarono per quarant’anni in semplici capanne. In pratica, il rav si chiede il senso del bisogno di ricordare e festeggiare, come afferma Rabbì ‘Akivà, la permanenza in semplici capanne costruite nel deserto. Di seguito riportiamo le risposte di Rav Feinstein.

La Mitzvà della Succà non è celebrata in una casa o in un Tempio come tutte le altre festività ma è necessario uscire verso l’esterno sebbene, come al tempo in cui gli ebrei uscirono dall’Egitto, si debba per questo vivere spesso attorniati da gente in contrasto con il nostro popolo. L’ombra della Succà ci deve insegnare che anche nei momenti di difficoltà nella nostra storia l’aiuto del cielo sarà sempre su di noi.

La Succà è la nostra dimostrazione che la fede nell’aiuto divino non deve mai mancare nel nostro cuore. Nel trattato talmudico di Avodah Zarah (pagina 3a) è detto che, nel futuro, il Santo, Benedetto Egli Sia, metterà alla prova le nazioni del mondo con la Mitzvà della Succà. Egli, all’arrivo del Mashiach, farà entrare tutti i popoli della terra all’interno di una capanna, poi manderà un forte calore solare e ogni nazione distruggerà a calci le casupole certi che Dio non abbia il modo di fornire sostegno a chi si trova in difficoltà. Ciò non accadrà mai al popolo ebraico. Noi avremo sempre nel cuore, anche nei momenti di difficoltà, la fede che Dio non ci abbandonerà mai. Saremo gran parte della nostra storia immersi tra i Gentili e spesso sentiremo il calore dell’odio riversato su di noi ma la certezza dell’ombra divina, dell’aiuto dal cielo e del senso nascosto che tutto ciò che accadrà nella nostra storia costruirà comunque il nostro futuro, non mancherà mai.

Spesso nella nostra vita avremo anche difficoltà personali, saremo a volte privi di una fissa dimora, ma anche in questo caso non perderemo mai la fiducia di un futuro e l’amore per Dio.

Ma il valore della Succà dato da Rabbì ‘Akivà può essere anche un altro. La Succà, alla fine della festa, sarà sostituita da una vera casa.

 

Precarietà e fede

La Succà è il simbolo della precarietà della vita, della certezza che un giorno il nostro corpo lascerà questo mondo; ma la forza della nostra fede vissuta e trasmessa ai nostri figli ci porterà ad avere una grande casa nel cielo. La Succà è dunque il senso della nostra Emunà – della nostra fede che può essere realmente dimostrata solo grazie all’osservanza della Torà e dei precetti in essa scritti. Ecco perché la Succà è comparabile all’intero mondo delle Mitzvòt. Per usare le parole del Rav: «tutta la vita di questo mondo è la più grande delle vanità e l’essenza della vita è quando si cammina nella via della Torà, anche se si dovesse provare grande difficoltà o spendere grandi somme e anche se ciò causasse a noi il disprezzo altrui. Ognuno deve sapere che la nostra fede, il nostro amore per il cielo è la vera vita, perché un giorno il nostro corpo, sede della nostra anima, è instabile come una semplice capanna.

La generazione del deserto, che raggiunse un livello spirituale elevatissimo e meritò nuvole di gloria, fece comunque anche delle vere Succòt affinché ognuno potesse imparare e interiorizzare che il mondo è solo un corridoio, lungo o corto, una corsia che alla fine farà entrare la nostra anima in una sede stabile e duratura accanto a Dio o, se penseremo in vita solo alle nostre forze ed averi, in un inferno privo di ogni difesa».

Il tempo della succà

Dalle parole del Rav possiamo capire anche il motivo per cui la festa di Succòt è posticipata di ben sette mesi dall’inizio delle «nuvole di protezione» mandate da Dio e dal principio delle costruzioni di capanne in quanto tutto ciò avvenne nel mese di Nissan dopo la liberazione dall’Egitto. Il mese di Tishrì è il momento in cui l’uomo raccoglie il prodotto dei campi e posa il tutto nella propria casa. Il raccolto potrebbe insuperbire la mente e portare a pensare di non avere più bisogno dell’aiuto del Santo, Benedetto Egli Sia. Ecco perché proprio in tale momento si ricorda che l’esistenza in questo mondo è precaria, costruendo una povera capanna simbolo di una vita provvisoria e temporanea.

Vorrei concludere con un insegnamento di Rav Yehudà Klaiin, reduce del campo di concentramento di Birkenaw dove perse tutta la sua famiglia, ma non perse mai il suo amore verso Dio. Il senso di una vera vita, – spiega rav Klaiin, – può essere dato anche dalle pareti della Succà e non solo dall’ombra del tetto della capanna. Uno strano Midrash racconta che Giobbe, colpito da atroci accadimenti, rivolse a Dio solo una domanda: «Ho perso tutto ciò che avevo e non mi interessa. Ma perché ho perduto i miei figli? Loro studiavano Torà, pregavano con cuore e si invitavano ogni giorno l’un l’altro nelle proprie casa. Se io sono un peccatore, loro in che cosa hanno mai peccato?» Una notte, continua il Midrash, Giobbe sognò una Succà con tre mura, secondo la norma, ma alla fine del sogno la terza parete crollò. Giobbe si svegliò e disse: «Ora ho compreso l’errore fatto dai miei figli».

Rav Klaiin spiega: «È scritto nella Mishnà (Avòt 1, 2) che il mondo poggia su tre cose: sullo studio della Torà, sulla preghiera e sulla misericordia. Se manca una di queste il mondo potrebbe cadere. Il tetto della Succà è il nostro mondo, la fede e l’aiuto di Hashèm e il nostro futuro. I figli di Giobbe studiavano, pregavano ma si invitavano solo l’un l’altro. Chi aveva bisogno non trovava spazio nella loro casa e la terza parete stramazzò facendo cadere l’ombra del tetto simbolo dell’aiuto dal cielo. Se vogliamo che la nostra Succà sia eterna ricordiamoci sempre di questi tre sostegni, lo studio e l’osservanza, le Tefillòt e soprattutto a dare sostegno e aiuto a chi ne ha bisogno». Dio ci starà sempre accanto e noi saremo accanto a Lui. Ma non dimentichiamo mai di stare vicino a chi ne ha bisogno. Questa è e sarà sempre la grande Succà di Israele.