di Anna Balestrieri
Il portale, pubblicato sulla piattaforma digitale del governo israeliano GovExtra, porta un titolo esplicito: “UN Bias in the Gaza War”. La struttura è quella di un vero e proprio centro documentale, organizzato per capitoli e corredato da rapporti, fonti primarie e materiali esterni.
Un nuovo sito ufficiale israeliano raccoglie rapporti, testimonianze e documenti per sostenere che le Nazioni Unite abbiano prodotto, durante la guerra di Gaza, un sistema di informazioni condizionato da bias, omissioni e distorsioni metodologiche. Non è soltanto un archivio di comunicati: è un tentativo sistematico di mettere in discussione uno dei principali riferimenti utilizzati da media, governi e organismi internazionali per raccontare il conflitto.
Un archivio digitale contro il “bias” dell’Onu
Il portale, pubblicato sulla piattaforma digitale del governo israeliano GovExtra, porta un titolo esplicito: “UN Bias in the Gaza War”. La struttura è quella di un vero e proprio centro documentale, organizzato per capitoli e corredato da rapporti, fonti primarie e materiali esterni.
La tesi di fondo è altrettanto esplicita: secondo il governo israeliano, le informazioni diffuse dalle agenzie delle Nazioni Unite sulla guerra non sarebbero sempre il risultato di una verifica indipendente, ma in numerosi casi deriverebbero da un circuito informativo nel quale dati, testimonianze e interpretazioni vengono ripresi e rilanciati fino ad acquisire l’apparenza di informazioni autonomamente verificate.
Il sito individua tre meccanismi principali: quello che definisce propaganda laundering, le distorsioni statistiche autoalimentate e l’omissione di elementi relativi al comportamento di Hamas e al contesto operativo della guerra.
Dal dato di Hamas al “dato dell’Onu”
Uno degli argomenti centrali riguarda le statistiche provenienti da Gaza. Il dossier sostiene che alcuni dati originariamente forniti da organismi controllati o gestiti dalle autorità di Hamas vengano successivamente ripresi dalle agenzie dell’Onu e, attraverso ulteriori citazioni, finiscano per essere percepiti dal pubblico come dati indipendentemente verificati dalle Nazioni Unite.
Il sito descrive questo processo come una sorta di catena in tre passaggi: la fonte originaria viene citata in una prima pubblicazione; successivamente l’attribuzione diventa meno evidente; infine il dato viene ripreso dai media come una cifra proveniente semplicemente “dall’Onu”.
È una contestazione che tocca uno dei nodi più delicati dell’informazione di guerra: la differenza tra utilizzare una fonte disponibile e verificare autonomamente ciò che quella fonte sostiene.
Israele non sostiene però soltanto che vengano utilizzati dati provenienti da Gaza. Il dossier accusa alcune procedure di aver prodotto, attraverso metodologie statistiche o interpretazioni contestate, risultati che sarebbero diventati successivamente auto-confermanti.
La questione della carestia
Una sezione particolarmente ampia è dedicata alle valutazioni sulla fame e sulla carestia a Gaza. Il governo israeliano contesta soprattutto la metodologia utilizzata dall’Integrated Food Security Phase Classification, l’organismo che elabora le classificazioni sulla sicurezza alimentare.
Secondo la ricostruzione israeliana, alcune soglie e alcuni dati sarebbero stati utilizzati in maniera non coerente con le metodologie precedentemente adottate. Il sito cita inoltre critiche provenienti da ricercatori e professionisti e dedica ampio spazio alle controversie sulla dichiarazione di carestia dell’agosto 2025.
La pagina sostiene, in particolare, che il processo avrebbe comportato una riduzione di fatto di alcune soglie nutrizionali e un’interpretazione dei dati che avrebbe favorito una conclusione già prospettata. Sono affermazioni fortemente contestate e, proprio per questo, il sito presenta anche documentazione metodologica destinata a sostenere la posizione israeliana.
Il punto non è marginale: le classificazioni sulla fame hanno conseguenze che vanno ben oltre il linguaggio umanitario, perché influenzano governi, opinione pubblica, organizzazioni internazionali e procedimenti giudiziari.
Il capitolo più controverso: il genocidio
Il dossier dedica inoltre una sezione alla definizione di genocidio. Il governo israeliano sostiene che il termine sarebbe stato progressivamente trasformato da una qualificazione giuridica da dimostrare in una conclusione utilizzata per interpretare gli stessi dati attraverso i quali avrebbe dovuto essere verificato.
Anche in questo caso, il sito non si limita alle dichiarazioni politiche israeliane: costruisce una narrazione documentale che comprende rapporti, dichiarazioni di funzionari e materiali provenienti da fonti esterne.
La questione resta tuttavia oggetto di profonde controversie internazionali e giuridiche.
Un sistema informativo che si autoalimenta
Un altro capitolo del portale affronta quello che il governo israeliano definisce un “self-reinforcing ecosystem”, un ecosistema informativo nel quale Onu, organizzazioni umanitarie, ONG, accademici e media si citerebbero reciprocamente.
La questione sollevata è strutturale: molte organizzazioni internazionali operano in un territorio al quale l’accesso indipendente è estremamente difficile. Di conseguenza, devono necessariamente utilizzare informazioni provenienti da attori presenti sul terreno.
Secondo il dossier israeliano, il problema nasce quando una fonte utilizzata da un’organizzazione viene successivamente considerata una conferma indipendente da parte di un’altra organizzazione, creando un circuito nel quale la stessa informazione viene ripetuta da soggetti diversi senza che ciò significhi necessariamente una verifica autonoma.
È una questione che riguarda, più in generale, il giornalismo e la ricerca durante le guerre: quando l’accesso diretto è limitato, la qualità dell’informazione dipende in misura crescente dalla trasparenza delle fonti e dalla possibilità di controllare i dati originari.
Il caso dei funzionari dell’Onu
Il sito dedica inoltre spazio a diversi funzionari delle Nazioni Unite che, secondo la ricostruzione israeliana, avrebbero incontrato conseguenze professionali dopo aver espresso valutazioni considerate favorevoli a una maggiore neutralità nel conflitto. Tra i casi citati figurano Alice Edwards, Sarah Muscroft e Matthias Schmale.
La pagina utilizza questi episodi per sostenere l’esistenza di una “toxic institutional culture”, nella quale, secondo la tesi israeliana, la neutralità sarebbe stata scoraggiata mentre posizioni considerate apertamente anti-israeliane avrebbero incontrato minori conseguenze.
Una guerra anche sul terreno della credibilità
Il significato politico del nuovo portale va dunque oltre le singole statistiche. Israele sta contestando l’autorità epistemica dell’Onu, cioè la presunzione secondo cui un’informazione proveniente dalle Nazioni Unite debba essere considerata automaticamente più affidabile perché prodotta da un’organizzazione internazionale.
È una strategia che si inserisce in una battaglia molto più ampia per il controllo della narrazione sulla guerra. Non si combatte soltanto per stabilire quali fatti siano accaduti, ma anche per stabilire chi possieda l’autorità necessaria per raccontarli.
Il governo israeliano presenta il proprio sito come un archivio documentale nel quale ogni accusa dovrebbe essere accompagnata da fonti verificabili. Il portale afferma infatti di voler offrire un “documented research record”, con le proprie affermazioni collegate a fonti primarie.
La domanda che resta aperta
Il valore più interessante del progetto, al di là della posizione politica che lo sostiene, è forse proprio la domanda che pone: quanto deve essere verificata un’informazione prima di poter essere presentata come un fatto accertato?
La domanda vale per le Nazioni Unite, ma anche per il governo israeliano, per Hamas, per le ONG, per i media e per chiunque produca informazioni durante una guerra.
Per questo il nuovo portale israeliano va letto non soltanto come uno strumento di comunicazione istituzionale, ma come un documento della guerra informativa che accompagna il conflitto sul terreno. La sua tesi è netta e fortemente politica; la verifica delle singole contestazioni richiede invece di esaminare, caso per caso, i dati originali, le metodologie adottate e le eventuali risposte delle organizzazioni chiamate in causa.
In una guerra nella quale le immagini e i numeri possono influenzare decisioni diplomatiche, giudiziarie e militari, la battaglia per la credibilità delle fonti è diventata essa stessa parte del conflitto.



