Immagine del report Caso 7.10

Sette ottobre, la domanda che Israele non riesce a chiudere. Cosa sapeva Netanyahu? Le famiglie chiedono giustizia

Israele

di Nina Deutsch
A poche settimane dalle elezioni del 27 ottobre, la tragedia più dolorosa della storia recente di Israele torna al centro della scena politica. Un dossier di 12 pagine presentato dai parenti delle vittime e degli ostaggi ricostruisce quindici anni di decisioni, avvertimenti e scelte strategiche che, secondo gli autori, avrebbero contribuito a creare le condizioni per l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

 

Il titolo dice già molto: Caso 7/10 (o 7/10 File). Ma ancora più delle pagine del dossier pesano le parole di chi quel 7 ottobre ha perso un figlio, un genitore, un fratello, un familiare. Persone che da quasi tre anni chiedono di sapere non soltanto come sia stato possibile che Hamas riuscisse a penetrare in Israele e a massacrare e rapire centinaia di persone, ma anche quali decisioni politiche abbiano contribuito a rendere possibile quella catastrofe.

La conferenza stampa si è tenuta il 15 settembre a Tel Aviv, a poche settimane dal voto del 27 ottobre, nel quale Netanyahu cerca un nuovo mandato. Una coincidenza temporale che rende inevitabilmente ancora più incandescente una vicenda già esplosiva.

Il dossier, presentato dalle vittime dell’attacco e dai parenti delle persone uccise o sequestrate, raccoglie rapporti, testimonianze e dichiarazioni già disponibili pubblicamente. La tesi centrale è precisa: il 7 ottobre non può essere letto soltanto come il risultato di un fallimento dell’intelligence nelle ore immediatamente precedenti l’attacco. Per gli autori del rapporto, il disastro sarebbe il punto terminale di una politica durata anni.

Il documento esamina in particolare quattro questioni: le decisioni di non colpire in modo decisivo i vertici di Hamas; il trasferimento di fondi provenienti dal Qatar verso Gaza, che secondo il dossier avrebbe contribuito alla crescita dell’apparato militare del gruppo; gli avvertimenti che sarebbero stati sottovalutati; e, infine, la gestione politica delle responsabilità dopo il massacro.

La domanda più difficile: Netanyahu sapeva?

È questo uno dei punti più delicati dell’intera vicenda. Non esiste, sulla base degli elementi pubblicamente disponibili, una prova che consenta di affermare semplicemente che Netanyahu sapesse in anticipo del piano del 7 ottobre e abbia deliberatamente lasciato che l’attacco avvenisse. Il dossier delle famiglie sostiene qualcosa di diverso e più articolato: che per anni siano state compiute scelte politiche che hanno consentito a Hamas di consolidarsi e che diversi segnali d’allarme non siano stati tradotti in azioni adeguate.

A rendere il quadro ancora più controverso è una recente ricostruzione di Haaretz, secondo cui il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, avrebbe personalmente avvertito Netanyahu, nei giorni finali di settembre 2023, che Yahya Sinwar stava preparando una grande iniziativa contro Israele.

Secondo quella ricostruzione, l’informazione sarebbe arrivata attraverso una catena di contatti che partiva dallo stesso Sinwar. Il leader di Hamas avrebbe parlato di una «grande sorpresa», di un «terremoto», fino a evocare una «operazione formidabile». Il presidente emiratino avrebbe quindi interpretato quei segnali come la possibile preparazione di una guerra e ne avrebbe parlato direttamente con Netanyahu.

Netanyahu nega categoricamente che una simile informazione gli sia stata trasmessa. Il suo ufficio ha definito la ricostruzione «una totale bugia», sostenendo che nessun avvertimento di questo tipo sarebbe arrivato al primo ministro. Anche gli Emirati non hanno confermato pubblicamente il contenuto della telefonata, pur affermando che i canali di comunicazione con Israele erano aperti e che le informazioni rilevanti continuavano a essere trasmesse attraverso i normali canali d’intelligence.

È un elemento che, proprio perché contestato, va trattato con cautela. Ma spiega perché la domanda sulla catena degli avvertimenti sia tornata prepotentemente al centro del dibattito israeliano.

«Se solo aveste ascoltato»

Alla conferenza stampa, la politica è stata però quasi travolta dalle testimonianze personali. Shelly Meshel-Yogev ha perso la figlia Libby Cohen Meguri, 22 anni, uccisa al festival musicale Nova. La donna ha accusato Netanyahu di aver consentito per anni il trasferimento di fondi dal Qatar a Gaza e di avere respinto raccomandazioni per colpire i vertici di Hamas.

Tra queste, ha ricordato una presunta proposta dell’allora capo dello Shin Bet Ronen Bar per eliminare Sinwar poco prima del 7 ottobre. «Se solo gli aveste dato ascolto, Libby sarebbe qui accanto a me», ha detto. «Primo ministro, perché devo piangere davanti a una tomba invece di avere una figlia a casa?». Poi il racconto si è fatto ancora più personale. Meshel-Yogev ha ricordato l’ultima telefonata con la figlia, le parole disperate e il rumore degli spari. Non è soltanto una richiesta di spiegazioni politiche. È la richiesta, da parte di una madre, di sapere se qualcosa avrebbe potuto essere fatto diversamente.

Gli ostaggi e la rabbia contro il «fallimento di tre ore»

Einav Zangauker, madre di Matan Zangauker, rapito il 7 ottobre e successivamente liberato, ha contestato con forza il tentativo di concentrare il dibattito esclusivamente sulle ore immediatamente precedenti l’attacco. «Ci rifiutiamo di cadere in questa trappola o di ridurre la discussione sul fallimento alle tre ore della mattina del 7 ottobre», ha affermato. Il riferimento è anche alle più recenti dichiarazioni di Netanyahu sui vertici militari e della sicurezza. Il primo ministro ha sostenuto che alcuni alti ufficiali avrebbero scelto deliberatamente di non svegliarlo nelle ore precedenti l’attacco, ritenendo che una sua reazione avrebbe potuto mettere in allerta l’intero apparato militare.

Sempre secondo quanto riferito dal Times of Israel, Netanyahu non ha fornito prove a sostegno di questa specifica accusa. La nuova versione rappresenta un ulteriore sviluppo rispetto alla precedente affermazione secondo cui la situazione avrebbe potuto essere diversa se fosse stato svegliato.

Per le famiglie, però, il problema è più ampio. «Chiunque avesse delle responsabilità, chiunque avesse le mani sul volante, deve assumersi le proprie responsabilità e tornare a casa», ha detto Zangauker.

Qatar, Hamas e una scelta politica durata anni

Un altro capitolo particolarmente sensibile riguarda il denaro del Qatar destinato a Gaza. Il dossier sostiene che la scelta israeliana di consentire e facilitare per anni l’afflusso di fondi verso la Striscia abbia contribuito indirettamente al rafforzamento di Hamas e alla costruzione della sua infrastruttura militare.

È una questione che non può essere ridotta alla formula «soldi al terrorismo»: il trasferimento di fondi verso Gaza è stato inserito, nel corso degli anni, in una più ampia strategia israeliana di gestione della Striscia e di contenimento del conflitto. Ma proprio questa strategia è oggi sottoposta a un esame durissimo da parte delle famiglie.

Michel Ilouz, il cui figlio Guy, 26 anni, fu rapito e poi ucciso in prigionia a Gaza, ha posto la domanda in termini brutali: «Chiediamo risposte, non propaganda». E ha aggiunto: «Non ci fermeremo finché non avremo ricevuto tutte le risposte».

«Mille sveglie» per quindici anni

Gil Dickmann ha perso la cugina Carmel Gat, rapita dal kibbutz Be’eri e uccisa durante la prigionia. Anche lui ha respinto l’idea che il fallimento possa essere concentrato nelle poche ore immediatamente precedenti l’attacco. «Netanyahu afferma di non essere stato svegliato il 7 ottobre. Ma qui, nel “Caso 7/10”, ci sono 1.000 sveglie», ha detto. È una delle immagini più forti uscite dalla conferenza stampa: non una sola sveglia, ma mille. Mille segnali, decisioni, rapporti, avvertimenti e occasioni mancate che le famiglie chiedono di ricostruire.

Noam Peri, il cui padre Chaim fu rapito vivo dal kibbutz Nir Oz e successivamente ucciso in prigionia, ha sottolineato un altro punto: a quasi tre anni dalla strage, secondo le famiglie, non è stata ancora stabilita formalmente una responsabilità complessiva per quello che considerano il più grave fallimento militare, politico e di sicurezza della storia di Israele.

L’inchiesta che ancora manca

Su questo punto, tuttavia, qualcosa si è mosso. A luglio 2026 la Knesset ha approvato in prima lettura un disegno di legge per istituire una «State-National Commission of Inquiry», cioè una commissione statale-nazionale d’inchiesta sugli eventi del 7 ottobre e sulle circostanze che portarono alla guerra. Il provvedimento, promosso dal deputato del Likud Ariel Kallner, ha ottenuto 59 voti favorevoli e nessun voto contrario o astensione nella prima lettura ed è tornato alla Commissione Costituzione, Legge e Giustizia per l’esame successivo.

È un passaggio importante, ma non equivale ancora alla conclusione di un’indagine indipendente capace di stabilire responsabilità individuali e istituzionali. Ed è proprio questo che le famiglie continuano a chiedere.

Una ferita che entra nella campagna elettorale

Il «Caso 7/10» arriva dunque in un momento politicamente scottante. Le elezioni sono fissate per il 27 ottobre e Netanyahu, primo ministro per quasi tutto il periodo preso in esame dal dossier, è nuovamente candidato.

La vicenda del 7 ottobre entra così direttamente nella campagna elettorale, ma la domanda che pone è precedente a qualsiasi schieramento: come è stato possibile che Hamas raggiungesse un simile livello di preparazione?

La risposta, se arriverà, difficilmente potrà essere contenuta in una sola notte, in un singolo errore o nel comportamento di una sola istituzione. Lo stesso dossier delle famiglie riconosce che anche l’operato dell’esercito e dei servizi d’intelligence deve essere esaminato. Ma sostiene che questo non possa cancellare il ruolo della leadership politica e le scelte maturate negli anni precedenti.

È questo, in fondo, il cuore della controversia. Non soltanto chi sapeva cosa il 7 ottobre, ma cosa si sapeva prima. Quali segnali furono ricevuti. Quali decisioni furono prese. Quali altre furono scartate. E soprattutto se una politica durata anni abbia contribuito, consapevolmente o meno, a creare un equilibrio che alla fine si è spezzato nel modo più tragico possibile. Le famiglie non chiedono una nuova ricostruzione politica del passato. Chiedono che quelle domande abbiano finalmente delle risposte. E mentre Israele si avvicina alle urne, la ferita del 7 ottobre resta aperta.