Israele chiude il consolato britannico a Gerusalemme dopo le sanzioni sugli insediamenti

Israele

di Anna Balestrieri

Sale drasticamente la tensione tra Israele e Regno Unito dopo l’annuncio britannico di restrizioni commerciali contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania (Giudea e Samaria). Londra ha annunciato le proprie misure insieme ad altri undici Paesi; poche ore dopo, il ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar ha comunicato una serie di contromisure, tra cui la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme.

Dodici Paesi contro gli insediamenti

La decisione britannica è arrivata nell’ambito di un’iniziativa coordinata con Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Islanda, Irlanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. I dodici governi hanno annunciato l’intenzione di introdurre restrizioni nazionali o sostenere a livello europeo restrizioni commerciali contro i prodotti provenienti dagli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Nel comunicato congiunto, i governi sostengono che l’espansione degli insediamenti e la violenza dei coloni stiano compromettendo la possibilità di realizzare una soluzione a due Stati. I Paesi hanno citato in particolare il progetto di E1, nella Cisgiordania orientale, definendo inaccettabile la pubblicazione dei relativi bandi di gara.

I governi hanno tuttavia ribadito il riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza di Israele e la condanna dell’attacco di Hamas del 7 ottobre.

Londra prepara le restrizioni

Il Regno Unito ha annunciato che introdurrà restrizioni sul commercio dei beni prodotti negli insediamenti e ulteriori misure contro persone e aziende coinvolte nell’espansione degli insediamenti.

Le modalità precise delle restrizioni non sono ancora completamente definite. Uno dei problemi pratici sarà distinguere i prodotti provenienti dagli insediamenti da quelli fabbricati nel resto di Israele.

La misura, secondo i governi che la sostengono, non costituisce un boicottaggio generale di Israele, ma è specificamente rivolta ai beni prodotti negli insediamenti israeliani in Cisgiordania.

La risposta di Gerusalemme

La risposta israeliana è arrivata poche ore dopo. Il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, con l’approvazione del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha annunciato quattro contromisure nei confronti del Regno Unito.

La prima e più clamorosa è la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme. Israele ha inoltre deciso di rimuovere i rappresentanti britannici dal centro internazionale di coordinamento per Gaza a Kiryat Gat e di porre fine alle attività britanniche di addestramento delle forze dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania.

Gerusalemme ha inoltre annunciato il divieto di ingresso in Israele per dodici parlamentari ed esponenti britannici, accusati di attività anti-israeliane o antisemite e di negare l’esistenza dello Stato di Israele.

Sa’ar: «Non siamo tornati nella nostra terra dopo 2.000 anni per perderla»

Sa’ar ha accusato il governo laburista britannico di condurre una politica sistematicamente ostile nei confronti di Israele.

Il ministro ha definito le nuove sanzioni «moralmente distorte» e una «palese interferenza» negli affari di uno Stato sovrano e nel suo processo elettorale.

Secondo Sa’ar, la decisione britannica sarebbe stata presa anche per ragioni di politica interna, in vista della conferenza del Partito Laburista.

Il ministro ha inoltre respinto l’accusa secondo cui Israele starebbe procedendo ora a nuove decisioni sul progetto E1, sostenendo che le decisioni fondamentali sul progetto erano state prese più di un anno fa e che il processo di gara era già in corso.

Sa’ar ha poi rivolto un messaggio particolarmente duro al governo britannico: «Non siamo tornati nella nostra terra dopo 2.000 anni per perderla sotto la pressione di jihadisti, islamisti, antisemiti, estremisti di estrema sinistra e woke».

I dodici britannici a cui sarà vietato l’ingresso

Tra le persone alle quali Israele intende negare l’ingresso figurano diversi parlamentari britannici.

L’elenco comprende Jeremy Corbyn, Zarah Sultana, Diane Abbott, John McDonnell, Richard Burgon, Carla Denyer, Sian Berry, Ellie Chowns e Adrian Ramsay, oltre ad altri esponenti politici e attivisti.

La decisione israeliana rappresenta un ulteriore salto di livello nello scontro con Londra: per la prima volta la risposta alle misure britanniche colpisce direttamente la presenza diplomatica del Regno Unito a Gerusalemme e alcuni suoi rappresentanti politici.

Dallo scontro commerciale alla crisi diplomatica

Sa’ar ha ricordato una lunga serie di decisioni adottate dal governo britannico negli ultimi anni, tra cui il riconoscimento dello Stato palestinese, le restrizioni alle esportazioni militari verso Israele, le sanzioni contro ministri e cittadini israeliani, la sospensione dei negoziati per un accordo di libero scambio e il congelamento di alcune forme di cooperazione militare e di sicurezza.

Il ministro ha accusato Londra di adottare un approccio unilaterale che, a suo giudizio, non tiene sufficientemente conto del terrorismo palestinese e del sostegno dell’Autorità Palestinese ai condannati per terrorismo.

Ha inoltre sostenuto che le sanzioni contro gli insediamenti potrebbero avere conseguenze anche sui palestinesi: decine di migliaia di lavoratori palestinesi sono infatti impiegati nelle comunità israeliane in Cisgiordania.

La crisi tra i due Paesi va dunque ben oltre il valore economico dei prodotti interessati dalle restrizioni. Il vero terreno dello scontro è ormai diplomatico e politico: Londra vuole utilizzare la pressione economica per frenare l’espansione degli insediamenti, mentre Gerusalemme considera queste misure un’ingerenza nelle proprie decisioni sovrane.

La chiusura del consolato britannico a Gerusalemme segna così una nuova e significativa escalation nei rapporti tra Israele e uno dei suoi storici alleati occidentali.