Gece 2026. Il libro di Ruth

di Esterina Dana
Uno dei moduli della mattinata della Giornata Europea della cultura ebraica a Milano era dedicato al Libro di Ruth, tenuto da Levi Shaikevitz. La costruzione narrativa del Libro di Ruth segue un percorso che va dalla mancanza alla pienezza, dalla morte alla continuità, dalla precarietà alla rinascita. 

Il Libro di Ruth racconta una vicenda apparentemente privata che, attraverso una serie di scelte individuali, assume progressivamente un significato molto più ampio. È una storia di carestia, lutto e povertà che diventa soprattutto un racconto di hesed, cioè di benevolenza, fedeltà, solidarietà e responsabilità verso l’altro.

La vicenda è ambientata all’epoca dei Giudici (XI-X avanti e.v.). Una carestia costringe Elimelech, la moglie Naomi e i loro due figli a lasciare Betlemme e a trasferirsi nella terra di Moab. I figli sposano due donne moabite, Ruth e Orpà. Dopo la morte di Elimelech e dei due figli, Naomi rimane vedova e senza discendenza. Quando decide di tornare a Betlemme, invita le due nuore a rientrare nelle loro famiglie. Orpà accetta, mentre Ruth sceglie di restare accanto a Naomi. Come straniera, avrebbe la possibilità di tornare nella propria terra, ma decide liberamente di condividere il destino di Naomi. «Dove andrai andrò; dove dormirai, dormirò; il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio».

La sua scelta non nasce da un obbligo né da un vantaggio personale: è un atto di fedeltà e responsabilità. Il popolo di Naomi diventa il suo popolo e il Dio di Naomi diventa il suo Dio. Ruth non è quindi soltanto la nuora di Naomi, ma una persona che sceglie consapevolmente una nuova appartenenza.

Giunte a Betlemme, le due donne vivono in condizioni di grande precarietà. Durante la mietitura, Ruth va a spigolare nei campi, raccogliendo le spighe rimaste, secondo le disposizioni della Torah a tutela dei poveri. Il campo appartiene a Boaz, parente della famiglia di Elimelech. Boaz riconosce la dignità e la fedeltà di Rut e decide di proteggerla.

Con il passare del tempo, Naomi individua in Boaz la possibilità di garantire continuità alla famiglia. Entra così in gioco la figura del go’el, il parente chiamato a riscattare i beni familiari e a tutelarne la continuità. Quello più prossimo rinuncia al proprio diritto, così Boaz può sposare Ruth. Dalla loro unione nasce Oved, nonno di Davide. Quella che sembrava la storia di due donne sole e senza futuro entra così nella genealogia della monarchia israelita.

Nel libro, la parola «amore» compare esplicitamente soltanto alla fine, quando le donne ricordano a Naomi l’amore di Ruth: «Ecco questo figlio che è nato ti darà conforto, è il figlio che è nato da tua nuora che ti ama».

Ma l’amore è presente lungo tutto il racconto attraverso i gesti concreti dei protagonisti. È proprio questo il significato più profondo del hesed: non un sentimento astratto, ma una bontà che si traduce in azioni, nella capacità di andare oltre ciò che sarebbe semplicemente richiesto.

Rut manifesta il chesed scegliendo di non abbandonare Naomi quando non avrebbe alcun vantaggio personale nel restarle accanto. Boaz risponde con altrettanta generosità e responsabilità, proteggendo Ruth e contribuendo alla ricostruzione della famiglia.

Il rapporto tra Ruth e Naomi costituisce il cuore emotivo del racconto. Non è soltanto un legame familiare, ma una relazione fondata sulla scelta, sulla responsabilità e sulla capacità di prendersi cura dell’altro. Il libro sembra così attribuire un valore fondamentale non soltanto all’origine e alla nascita, ma anche alle scelte attraverso le quali una persona costruisce la propria appartenenza.

Il hesed significa andare al di là di sé, fare molto più di quanto ci viene richiesto, mettere se stessi in secondo piano per pensare all’altro e aiutarlo. Nel dare qualcosa all’altro, lasciamo in lui una parte di noi e, paradossalmente, possiamo ritrovare noi stessi proprio attraverso il dono. Dare conduce all’amare: significa mettere se stessi da parte e dedicarsi all’altro.

La costruzione narrativa del Libro di Ruth segue un percorso che va dalla mancanza alla pienezza, dalla morte alla continuità, dalla precarietà alla rinascita. La nascita di Oved non rappresenta quindi soltanto la conclusione felice di una vicenda familiare: attraverso la genealogia, la storia personale di Ruth e Naomi viene inserita nella storia collettiva di Israele. La donna straniera che aveva lasciato Moab diventa antenata di Davide. La sua origine straniera non impedisce la sua integrazione; al contrario, la sua scelta e la sua fedeltà diventano parte della storia stessa del popolo.

È forse questo il messaggio più attuale del racconto: l’appartenenza non è soltanto una questione di origine e la solidarietà non è soltanto una parola. Entrambe diventano reali attraverso le scelte e i comportamenti.