di Davide Cucciati
Secondo l’ultimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR), soltanto il 20% dei palestinesi ritiene che Hamas ne sia uscita vincitrice, contro il 39% registrato dieci mesi prima. Il sostegno generale ad Hamas è passato dal 35% dell’ottobre 2025 al 24%. E alla domanda su quale sia il mezzo più efficace per arrivare a uno Stato palestinese, la lotta armata precipita invece dal 41 al 27%, mentre la resistenza popolare pacifica passa dal 14 al 19%. (Foto: WikiMedia Commons. Fonte: WAFA)
Qualcosa sembra essersi mosso nell’opinione pubblica palestinese dopo la guerra di Gaza. A cambiare è soprattutto il giudizio sull’efficacia della strategia seguita finora.
È quanto emerge dall’ultimo sondaggio del Palestinian Center for Policy and Survey Research (PSR), istituto indipendente con sede a Ramallah, condotto tra il 5 e l’8 agosto 2026 su 1.270 palestinesi, 830 in Cisgiordania e 440 nella Striscia di Gaza, con un margine d’errore del 3,5%.
Uno dei risultati più significativi riguarda la percezione dell’esito della guerra. Soltanto il 20% dei palestinesi ritiene che Hamas ne sia uscita vincitrice, contro il 39% registrato dieci mesi prima. Il 15% attribuisce la vittoria a Israele, mentre una larga maggioranza relativa, il 60%, ritiene che non abbia vinto nessuno. Il cambiamento è particolarmente pronunciato in Cisgiordania: qui coloro che considerano Hamas vincitrice sono passati dal 48% al 21%.
Il dato si accompagna a un netto arretramento politico del movimento islamista. Il sostegno generale ad Hamas è passato dal 35% dell’ottobre 2025 al 24%, mentre Fatah resta sostanzialmente stabile, anch’essa al 24%. La perdita è più forte in Cisgiordania, dove Hamas scende dal 32 al 18%, ma è visibile anche a Gaza, dal 41 al 33%. Il travaso non avviene principalmente verso Fatah: il 38% degli intervistati non indica alcuna delle principali forze politiche o non esprime una preferenza.
Ancora più significativo è il giudizio sulla capacità di Hamas di rappresentare la popolazione palestinese. Dieci mesi fa il 41% la considerava la forza più adatta a guidare i palestinesi; oggi la percentuale è scesa al 28%. Fatah guidata da Mahmoud Abbas (Abu Mazen) raccoglie appena il 21%, mentre il 44% non considera degna di rappresentare e guidare i palestinesi nessuna delle due organizzazioni.
La lotta armata perde terreno
È sul terreno delle strategie per raggiungere uno Stato palestinese che emerge il cambiamento forse più importante. Alla domanda su quale sia il mezzo più efficace per porre fine all’occupazione e arrivare alla costituzione di uno Stato indipendente, il 44% sceglie i negoziati, rispetto al 36% di dieci mesi prima. La lotta armata precipita invece dal 41 al 27%, mentre la resistenza popolare pacifica passa dal 14 al 19%.
Secondo lo stesso PSR, il sostegno alla lotta armata si trova così al livello più basso degli ultimi quattro anni, mentre quello ai negoziati raggiunge il massimo nello stesso periodo. Particolarmente rilevante è ciò che accade nella Striscia, dove le conseguenze materiali della guerra sono state sperimentate direttamente dalla popolazione: a Gaza il 55% indica i negoziati come la strategia più efficace e soltanto il 21% la lotta armata. In Cisgiordania le percentuali sono rispettivamente del 36 e del 32%.
Un’altra domanda aiuta a comprendere il fenomeno. Agli intervistati è stato chiesto se concordassero con l’affermazione secondo cui la resistenza armata condotta da organizzazioni come Hamas non sia riuscita a proteggere i palestinesi né a porre fine all’occupazione, provocando invece la distruzione della Striscia e dei campi profughi nel nord della Cisgiordania. Nel complesso, l’opinione pubblica si divide esattamente a metà. Ma la differenza geografica è enorme: a Gaza il 65% concorda con questo giudizio; in Cisgiordania soltanto il 35%.
Non è una mano tesa a Israele
Sarebbe tuttavia fuorviante concludere che la società palestinese si sia semplicemente spostata verso posizioni concilianti con lo Stato di Israele. Lo dimostra innanzitutto la questione delle armi di Hamas. Nonostante il crollo della percezione di una vittoria del movimento e la crescente preferenza per i negoziati, il 72% degli intervistati si oppone al disarmo di Hamas prima di un completo ritiro israeliano dalla Striscia. Soltanto il 20% è favorevole. Anche qui emerge una differenza significativa: l’opposizione al disarmo raggiunge il 79% in Cisgiordania, mentre scende al 62% proprio a Gaza. Inoltre, il 72% ritiene che, qualora Hamas consegnasse le armi, il risultato non sarebbe il ritiro israeliano, bensì la ripresa della guerra senza un completo ritiro dalla Striscia. Solo il 22% si aspetta lo scenario opposto.
Houthi e Hezbollah restano popolari
Alla richiesta di valutare l’operato dei diversi attori regionali durante la guerra, il livello di soddisfazione più elevato va agli Houthi dello Yemen, con il 61%, seguiti dal Qatar con il 51% e da Hezbollah e Repubblica Islamica dell’Iran, entrambi al 50%.
Sul fronte internazionale, la Spagna raggiunge il 50% e la Cina il 40%, mentre Donald Trump si ferma al 5%. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) registra a sua volta appena il 18% di soddisfazione per il proprio operato durante la guerra.
Il PSR interpreta questi risultati come il segnale che l’apprezzamento dei palestinesi continui a essere fortemente influenzato dalla percezione di chi abbia opposto resistenza a Israele, più che dalla capacità di esercitare un’influenza diplomatica formale. È un elemento essenziale per leggere correttamente l’insieme dei risultati.
Il cambiamento fotografato dal sondaggio appare quindi più complesso di uno spostamento lungo l’asse tra radicalismo e moderazione. Hamas perde consenso, sempre meno palestinesi ritengono che abbia vinto la guerra e la lotta armata perde drasticamente credibilità come strumento per raggiungere gli obiettivi nazionali. Ma rimangono forti la diffidenza verso Israele, il rifiuto di un disarmo senza previo ritiro israeliano e l’apprezzamento per gli attori regionali percepiti come parte del fronte della “resistenza”.
È forse proprio questa la fotografia più significativa dell’agosto 2026: non l’abbandono della causa o delle rivendicazioni palestinesi, ma la crescente convinzione, soprattutto a Gaza, che il prezzo pagato dalla strategia armata non abbia prodotto i risultati promessi.



