Esperti legali: l’IDF ha “esagerato” con gli avvertimenti ai civili di Gaza

Israele

di Michele Di Benedetti

Secondo diversi esperti internazionali di diritto dei conflitti armati, durante l’operazione militare israeliana nella Striscia di Gaza del 2014 l’IDF avrebbe adottato misure per la protezione dei civili ben oltre quanto richiesto dal diritto internazionale. Il timore espresso dagli studiosi è che questo approccio possa creare un precedente difficile da sostenere per altre democrazie impegnate in conflitti asimmetrici contro organizzazioni terroristiche.

La questione è analizzata da Willy Stern, docente della Vanderbilt Law School, in un articolo pubblicato sul Weekly Standard dopo un periodo trascorso a fianco degli avvocati del dipartimento di diritto internazionale dell’IDF, noto come “Dabla”, e di alcuni comandanti impegnati sul terreno.

Migliaia di avvertimenti prima degli attacchi

Secondo Stern, l’esercito israeliano avrebbe compiuto sforzi eccezionali per ridurre il numero delle vittime civili. I residenti di Gaza sarebbero stati avvertiti attraverso migliaia di telefonate, volantini, messaggi televisivi e radiofonici, oltre che attraverso appelli rivolti a figure influenti della società locale affinché incoraggiassero la popolazione ad allontanarsi dalle aree interessate dalle operazioni.

Queste misure, tuttavia, avrebbero avuto anche un costo operativo. Stern osserva che gli avvertimenti fornivano in alcuni casi alla popolazione — e potenzialmente anche ad Hamas — informazioni utili sulle operazioni e sugli spostamenti delle forze israeliane.

Secondo il giurista, i comandanti dell’IDF sarebbero arrivati a un livello di cautela superiore a quello imposto dalle norme internazionali. Per ogni attacco aereo contro un obiettivo terroristico, gli avvocati di Dabla dovevano inoltre approvare una specifica “target card”, contenente i dati relativi all’obiettivo e alle conseguenze previste dell’operazione.

Il confronto con la strategia di Hamas

L’analisi di Stern contrappone queste procedure alla documentazione militare di Hamas sequestrata dall’IDF nel quartiere di Shuja’iyya durante l’operazione del 2014.

Secondo quanto riportato nell’articolo, i documenti descrivevano una strategia basata sull’inserimento dei combattenti e delle infrastrutture militari all’interno delle aree abitate, sfruttando la presenza dei civili come elemento di protezione.

Il contrasto, sostiene Stern, sarebbe quindi particolarmente marcato: da una parte un esercito che avrebbe imposto a se stesso standard estremamente elevati per evitare vittime civili, dall’altra un’organizzazione accusata di utilizzare deliberatamente la presenza dei civili come parte della propria strategia militare.

Il timore di un precedente per le altre democrazie

A criticare l’eccesso di cautela israeliano non sono soltanto osservatori israeliani. Wolff Heintschel von Heinegg, esperto di diritto militare dell’European University Viadrina di Francoforte, aveva collaborato con Dabla nella formazione dei comandanti israeliani sul diritto dei conflitti armati.

Pur riconoscendo che l’IDF avrebbe compiuto “grandi e nobili sforzi” per evitare vittime civili, Heinegg riteneva che Israele adottasse molte più precauzioni di quelle giuridicamente necessarie.

Il problema, secondo l’esperto tedesco, riguarda soprattutto il precedente che potrebbe essere creato: se gli standard adottati dall’IDF venissero considerati come un modello obbligatorio, altre democrazie potrebbero trovarsi sottoposte alle stesse aspettative durante conflitti contro organizzazioni armate non statali.

Una valutazione simile viene attribuita anche a Pnina Sharvit Baruch, già responsabile di Dabla e ricercatrice dell’Institute for National Security Studies. Secondo Baruch, consulenti legali di altri eserciti le avrebbero più volte manifestato la preoccupazione che le restrizioni autoimposte dall’IDF possano diventare un problema per le altre democrazie impegnate nella lotta contro gruppi armati organizzati.

«Avvertimenti oltre quanto richiesto dalla legge»

Michael Schmitt, direttore dello Stockton Center for the Study of International Law presso lo US Naval War College, concordava sul rischio di un precedente internazionale.

Secondo Schmitt, gli avvertimenti israeliani “vanno certamente oltre ciò che richiede la legge”, arrivando talvolta anche oltre ciò che sarebbe operativamente ragionevole in altri contesti.

Il timore è che l’esperienza israeliana venga successivamente trasformata in uno standard generale per le forze armate occidentali: gli Stati Uniti e altre democrazie potrebbero essere chiamati a replicare le stesse misure anche in conflitti profondamente diversi per natura e condizioni operative.

L’argomento sollevato dagli esperti introduce così un paradosso centrale della guerra asimmetrica: quanto più un esercito democratico cerca di limitare le vittime civili, tanto più rischia di trasformare le proprie precauzioni in un nuovo standard giuridico e operativo che potrebbe essere difficile da applicare in altri conflitti.