L’ambasciatore ucraino: “Israele e Ucraina contro lo stesso asse del male”. Dopo le tensioni, prove di riavvicinamento

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di Davide Cucciati

Alla vigilia del trentacinquesimo anniversario dell’indipendenza ucraina, che si celebra il 24 agosto, l’ambasciatore di Kyiv in Israele Yevgen Korniychuk ha descritto i rapporti tra i due Paesi attraverso un’espressione che riporta alla mente la terminologia utilizzata a inizio millennio da George W. Bush: Ucraina e Israele starebbero combattendo contro lo stesso “asse del male”, seppure su fronti diversi.

“Voi siete contro l’Iran e noi contro la Russia”, ha recentemente dichiarato Korniychuk al Jerusalem Post. Ucraini e israeliani, ha osservato, sono stati colpiti dagli stessi droni di produzione o progettazione iraniana, successivamente modificati e prodotti anche dalla Russia. “Sentiamo di combattere contro lo stesso nemico in angoli diversi dello stesso campo di battaglia”.

Sono dichiarazioni significative perché arrivano al termine di quattro anni nei quali le relazioni tra Israele e Ucraina sono state tutt’altro che semplici.

Le frizioni iniziano già nel 2022

Le incomprensioni emersero fin dalle prime settimane dell’invasione russa. Il 20 marzo 2022 Volodymyr Zelensky intervenne in videocollegamento davanti alla Knesset chiedendo a Israele maggiore sostegno, sanzioni contro Mosca e sistemi di difesa aerea. Nel tentativo di parlare direttamente alla sensibilità israeliana, il presidente ucraino paragonò però l’aggressione russa alla Shoah e richiamò espressioni come “soluzione finale”.

La scelta provocò una reazione particolarmente negativa in una parte del mondo politico israeliano. L’allora ministro Yoaz Hendel, pur ribadendo il proprio sostegno all’Ucraina, accusò Zelensky di distorcere la memoria della Shoah; anche altri parlamentari contestarono il paragone e ricordarono il ruolo avuto da collaborazionisti ucraini nello sterminio degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Un’analisi pubblicata dal Jerusalem Post poche ore dopo il discorso osservava che l’insistenza sulla Shoah aveva finito per oscurare proprio la richiesta di maggiore assistenza militare che Zelensky intendeva rivolgere a Israele. Il giorno successivo anche un editoriale del quotidiano israeliano criticò quelle analogie come “unnecessary”, pur riconoscendo che dal punto di vista di Kyiv la riluttanza israeliana a imporre sanzioni alla Russia fosse comprensibilmente frustrante. Gerusalemme, però, aveva allora un problema strategico concreto: la presenza militare russa in Siria e la necessità di preservare libertà d’azione contro le infrastrutture iraniane e di Hezbollah.

La frizione aveva quindi due livelli. Da una parte Kyiv chiedeva a Israele di scegliere con maggiore decisione il campo occidentale e fornire sistemi di difesa; dall’altra Gerusalemme considerava troppo aggressive alcune richieste ucraine e manteneva un rapporto prudente con Mosca per ragioni direttamente legate alla propria sicurezza.

Dai sistemi israeliani ai Patriot

Proprio la difesa aerea è diventata negli anni successivi uno dei simboli di questa relazione complicata. Nel marzo 2022 Zelensky arrivò a chiedere pubblicamente a Israele anche Iron Dome. Gerusalemme mantenne però il rifiuto di fornire sistemi d’arma all’Ucraina, concentrando inizialmente il proprio sostegno sull’assistenza umanitaria e su equipaggiamenti protettivi. Con il passare del tempo, però, qualcosa si è mosso. Nel gennaio 2025 Reuters riferì che circa 90 intercettori Patriot provenienti dalle scorte israeliane erano stati trasferiti dagli Stati Uniti in Polonia in vista della consegna all’Ucraina. L’ufficio del primo ministro israeliano confermò allora che un sistema Patriot era stato restituito agli Stati Uniti, senza però confermare ufficialmente che la sua destinazione finale fosse Kyiv.

Nel settembre dello stesso anno Zelensky dichiarò esplicitamente che un sistema Patriot proveniente da Israele era ormai operativo in Ucraina. Non si trattava quindi formalmente di una donazione bilaterale israeliana, ma il passaggio resta significativo: materiale precedentemente utilizzato per la difesa dello spazio aereo israeliano è entrato nel dispositivo che protegge le città ucraine dai missili russi.

La disputa sul grano

Le tensioni non appartengono soltanto ai primi anni della guerra.

Ancora nell’aprile 2026 Kyiv e Gerusalemme si sono scontrate sul caso del grano proveniente dai territori ucraini occupati dalla Russia. Le autorità ucraine accusarono una nave diretta verso Israele di trasportare prodotti agricoli sottratti illegalmente nelle aree occupate e chiesero a Gerusalemme di impedirne lo scarico. Israele rispose che la documentazione presentata da Kyiv non conteneva inizialmente elementi sufficienti per un intervento legale.

Alla fine, la nave lasciò le acque israeliane senza scaricare il carico. Reuters riferì che l’Ucraina presentò l’esito come il risultato della propria pressione diplomatica e legale. È quindi particolarmente significativo che Korniychuk, nell’intervista del 20 agosto, citi proprio il dossier del grano tra i risultati positivi ottenuti nei rapporti bilaterali. L’ambasciatore afferma che gli importatori israeliani sono ora in contatto con le autorità ucraine e che non acquistano più grano proveniente dai territori occupati.

“Abbiamo ottenuto parecchio negli ultimi mesi”, ha dichiarato, sostenendo che entrambi i Paesi possono essere soddisfatti dell’attuale livello di collaborazione.

Ancora a luglio, Zelensky era “stanco di rincorrere Bibi”

La ricucitura appare ancora più recente osservando quanto avvenuto appena poche settimane fa a Washington.

Il 30 luglio Il Foglio, in un retroscena di Micol Flammini, raccontava una relazione personale e politica tutt’altro che calorosa tra il presidente ucraino e Benjamin Netanyahu. I due leader si erano incrociati a Washington, dove entrambi si trovavano in occasione delle commemorazioni per il senatore Lindsey Graham. Secondo il quotidiano diretto da Claudio Cerasa, Zelensky cercava da tempo un incontro con Netanyahu. Gli israeliani avrebbero inizialmente manifestato interesse, ma il confronto si sarebbe infine ridotto a pochi minuti a margine della cerimonia, in un clima tutt’altro che rilassato. Il quotidiano sottolineava una persistente frustrazione ucraina nei confronti del governo Netanyahu: Kyiv riteneva naturale approfondire il rapporto con Israele, soprattutto alla luce della collaborazione tra Iran e Russia, mentre da parte israeliana continuava a percepire molta più freddezza.

Ma proprio nello stesso articolo emergeva un elemento destinato a diventare centrale nelle settimane successive: dopo le difficoltà al livello dei capi di governo, qualcosa aveva iniziato a muoversi al livello dei ministri degli Esteri.

Andrii Sybiha e Gideon Sa’ar, nonostante precedenti contrasti, stavano infatti rafforzando i contatti diretti. Il 28 luglio, Reuters confermava che Sa’ar aveva parlato con Sybiha delle sfide comuni ai due Paesi, compresa la minaccia rappresentata dall’Iran, manifestando interesse ad approfondire la cooperazione.

Iran, tecnologia e difesa: il nuovo terreno comune

L’elemento decisivo è il progressivo intreccio tra la guerra russa in Ucraina e il confronto tra Israele e Iran. Mosca ha fatto ampio uso di droni Shahed di progettazione iraniana contro le città ucraine, sviluppandone nel tempo proprie versioni e una capacità produttiva autonoma. Kyiv ha quindi acquisito sul campo un’esperienza difficilmente eguagliabile nella guerra contro droni, missili e sistemi elettronici di origine iraniana. Israele combatte da anni contro l’Iran e contro le infrastrutture militari e i proxy regionali sostenuti da Teheran. È in questo quadro che va letta la frase del Jerusalem Post secondo cui “l’alleanza tra Israele e Ucraina si estende a molti settori, tra cui la tecnologia e la difesa.”

La trasformazione dell’Ucraina in uno dei principali laboratori mondiali della guerra con droni, sistemi autonomi e contromisure elettroniche ha accresciuto enormemente il valore tecnologico dell’esperienza militare ucraina. Israele, dal canto suo, possiede un ecosistema di difesa aerea, intelligence e tecnologia militare tra i più sviluppati al mondo. La convergenza è ormai entrata anche nei canali istituzionali.

La presenza ebraica in Ucraina

Nell’intervista l’ambasciatore dedica inoltre ampio spazio alla presenza ebraica nel Paese.

Korniychuk ricorda gli ebrei che servono nelle forze armate ucraine, i preparativi per il tradizionale pellegrinaggio di Rosh HaShana a Uman (per il quale prevede circa 40 mila visitatori) e l’imminente ottantacinquesimo anniversario del massacro di Babyn Yar, dove, nel settembre 1941, oltre 33 mila ebrei di Kyiv furono assassinati in due giorni. L’ambasciatore auspica per la commemorazione una delegazione israeliana di alto livello.

È una realtà che Mosaico ha raccontato direttamente. Nel reportage “A Kiev, tra Torà e trincee: Rav Milman e la rete ebraica di Rav Azman”, pubblicato nel luglio 2025, veniva descritta una vita ebraica che continua nonostante la guerra: il tempio Brodsky di Kyiv, la rete assistenziale costruita intorno a Rav Moshe Reuven Azman e soprattutto l’attività di Rav David Milman, dal 2023 rabbino e ufficiale dell’esercito ucraino, impegnato anche nelle zone di combattimento. Secondo le stime raccolte allora da Mosaico, almeno un migliaio di ebrei servivano nelle forze armate ucraine.

Sempre per Mosaico, Yosef Zissels, storico dissidente sovietico e vicepresidente del Congresso Ebraico Mondiale, aveva descritto un ebraismo ucraino molto articolato, con oltre 600 organizzazioni attive e comunità ortodosse, conservative, riformate e Chabad. Zissels stimava inoltre in circa 200 mila le persone presenti in Ucraina aventi diritto all’aliyah secondo la Legge del Ritorno.

La questione ebraica, quindi, continua a essere una componente viva del rapporto tra i due Paesi.

Una ricucitura ancora in corso

Le parole di Korniychuk non cancellano le divergenze che hanno segnato i rapporti tra Israele e Ucraina negli ultimi quattro anni. Nel 2022 il discorso di Zelensky alla Knesset provocò irritazione per il ricorso ai paragoni con la Shoah, mentre Kyiv criticava duramente la prudenza israeliana nei confronti di Mosca e il rifiuto di fornire direttamente sistemi d’arma avanzati all’Ucraina. Nell’aprile 2026 il caso del grano proveniente dai territori occupati ha prodotto un nuovo scontro diplomatico. Ancora alla fine di luglio, il rapporto personale tra Netanyahu e Zelensky appariva freddo.

Le responsabilità delle incomprensioni, tuttavia, non sono state soltanto israeliane. Anche Kyiv ha assunto nel tempo posizioni difficili da conciliare con le sensibilità di Gerusalemme. Nel settembre 2023, durante una visita di Zelensky al Parlamento canadese, il presidente ucraino partecipò alla standing ovation tributata a Yaroslav Hunka, un veterano della 14ª Divisione Waffen-SS “Galizien”, presentato dallo speaker canadese Anthony Rota come un combattente per l’indipendenza dell’Ucraina contro la Russia. Quando emerse il suo passato, la vicenda provocò uno scandalo internazionale e portò alle dimissioni di Rota, che si assunse la piena responsabilità dell’invito e del riconoscimento. La delegazione ucraina non era stata informata preventivamente dell’iniziativa.

Kyiv, inoltre, non è sempre stata allineata alle posizioni israeliane nelle sedi internazionali. Nel dicembre 2024 l’Ucraina votò, insieme alla larga maggioranza dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, a favore di una risoluzione critica nei confronti degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi, compresa Gerusalemme Est, e nel Golan. Si tratta di episodi molto diversi tra loro, ma che aiutano a comprendere come le difficoltà nei rapporti tra i due Paesi siano nate da divergenze reciproche, sensibilità storiche differenti e priorità geopolitiche spesso non coincidenti.

Eppure, proprio mentre il dialogo al livello dei leader continua a incontrare difficoltà, le diplomazie stanno lavorando.

Il dossier del grano sembra essere stato disinnescato. Materiale Patriot proveniente da Israele ha raggiunto l’Ucraina attraverso gli Stati Uniti. I ministri degli Esteri hanno aperto un canale di confronto sulla minaccia iraniana. Kyiv e Gerusalemme discutono di tecnologia, difesa e innovazione, mentre una nuova sessione del dialogo strategico dovrebbe essere ospitata nella capitale ucraina.

La ragione più profonda di questa ricucitura è probabilmente geopolitica.

Russia e Iran hanno progressivamente avvicinato due conflitti che nel febbraio 2022 sembravano appartenere a mondi diversi. Gli Shahed che per anni hanno attraversato i cieli ucraini derivano da una tecnologia sviluppata da Teheran, successivamente adattata e prodotta anche dalla Russia. Ucraina e Israele hanno così accumulato, ciascuno sul proprio fronte, esperienze dirette nella difesa aerea, nella guerra dei droni, nella guerra elettronica e nella protezione delle infrastrutture civili.

La convinzione espressa oggi da Korniychuk è che i due Paesi si trovino sempre più spesso davanti agli stessi sistemi d’arma, alle stesse reti di cooperazione militare e, almeno in parte, agli stessi avversari.

Quattro anni dopo le prime incomprensioni, l’“asse del male” evocato dall’ambasciatore resta naturalmente una formula diplomatica. Ma descrive una realtà sempre più concreta: Russia e Iran hanno intrecciato i propri interessi militari, e proprio quell’intreccio sta spingendo Israele e Ucraina, dopo anni di diffidenze e reciproche incomprensioni, a cercare un terreno comune.