Mazal Tov! L’Islanda ha il suo Beit Shvidler Jewish Center, il primo centro ebraico della storia del Paese

Mondo

di Nina Deutsch
Dopo oltre un secolo di presenza ebraica senza una sede stabile, la comunità di Reykjavik inaugura uno spazio dedicato alla preghiera, alla cultura e all’incontro. Un traguardo reso possibile dal lavoro dei rabbini Avraham e Mushky Feldman.

«Abbiamo sognato questo momento per anni e ora ci troviamo immersi in questo sogno che è diventato realtà». Con queste parole il rabbino Avraham Feldman ha annunciato l’apertura del Beit Shvidler Jewish Center of Iceland, il primo centro ebraico permanente nella storia dell’Islanda. La struttura è dedicata al filantropo Eugene Shvidler, il cui contributo è stato determinante per l’acquisto e la ristrutturazione dello spazio. La notizia è stata pubblicata lo scorso luglio sul sito ufficiale Chabad.org, segnando una tappa destinata a entrare nella storia della piccola nazione nordica.

L’Islanda, con i suoi poco più di 390 mila abitanti, è spesso percepita come un’isola lontana, sospesa nel Nord Atlantico, distante dalle grandi rotte europee e raramente al centro dell’attenzione internazionale. Ancora meno si pensa alla presenza ebraica. Eppure gli ebrei vivono sull’isola da oltre un secolo, anche se per gran parte di questo tempo Reykjavik è rimasta l’unica capitale europea priva di un rabbino residente e di una sinagoga stabile. Una presenza discreta, spesso invisibile, che oggi trova finalmente un luogo capace di raccontarne la storia e di proiettarla nel futuro.

La svolta è arrivata nel 2018, quando Avraham e Mushky Feldman sono approdati in Islanda come emissari di Chabad-Lubavitch. Per anni hanno costruito la comunità partendo praticamente da zero: incontri nelle loro abitazioni, celebrazioni organizzate in sale di hotel e spazi temporanei, relazioni coltivate una persona alla volta. Un lavoro silenzioso, fatto soprattutto di ascolto e di legami personali.

«La nostra priorità principale era semplicemente quella di entrare in contatto con le persone a livello personale, a livello individuale, e scoprire cosa, secondo loro, mancasse», ha raccontato il rabbino Feldman in un’intervista al Jerusalem Post. Non era una questione di numeri. «Ogni individuo è un mondo intero», ha spiegato, sottolineando come offrire anche a una sola famiglia la possibilità di vivere pienamente la propria identità ebraica possa fare una differenza enorme.

Il nuovo centro non nasce soltanto come luogo di culto, ma anche come spazio culturale aperto al dialogo con la società islandese. La futura esposizione permanente dedicata alla vita ebraica sull’isola è stata infatti concepita per raccontare non solo le persecuzioni del passato, ma soprattutto la storia, i contributi e la vitalità della presenza ebraica in Islanda, con l’obiettivo di favorire la conoscenza reciproca e il confronto tra culture.

Quella rete di rapporti, costruita con pazienza, ha fatto emergere una realtà poco conosciuta: molti ebrei presenti in Islanda non si conoscevano neppure tra loro. Con il passare degli anni sempre più persone hanno iniziato a contattare i Feldman e oggi la comunità riunisce alcune centinaia di ebrei provenienti da Paesi, tradizioni e percorsi religiosi diversi, accomunati dal desiderio di avere finalmente un punto di riferimento stabile.

Il nuovo Beit Shvidler Jewish Center rappresenta il coronamento di questo percorso. Distribuito su tre piani e con una superficie di circa 836 metri quadrati, ospita un negozio di prodotti ebraici e kosher, spazi destinati a eventi comunitari, un’area pensata per un futuro caffè o ristorante kosher e la Galleria della Vita Ebraica in Islanda, una mostra permanente che racconta oltre cento anni di presenza ebraica sull’isola. È inoltre prevista la realizzazione di un mikveh, nell’edificio acquistato in precedenza dalla comunità.

La scelta dell’edificio non è stata immediata. In un primo momento la comunità aveva acquistato una struttura più piccola, ma durante la fase dei progetti e delle autorizzazioni si è presentata l’opportunità di acquisire uno spazio molto più grande. «Abbiamo dovuto chiederci se restare fedeli al piccolo sogno o trasformarlo in qualcosa di davvero speciale», ha ricordato Feldman. Una decisione che ha permesso di immaginare un centro non soltanto per le esigenze attuali, ma anche per quelle delle future generazioni.

Negli ultimi anni non sono mancati momenti destinati a lasciare il segno. Nel 2018 Reykjavik ha ospitato la prima accensione pubblica delle luci di Hanukkah della sua storia. Nel febbraio 2020 è stato completato il primo Sefer Torah mai inaugurato in Islanda: le ultime lettere sono state scritte dai membri della comunità e il rotolo è stato portato in processione lungo la via principale della capitale sotto una chuppah, attirando l’attenzione e la curiosità di numerosi cittadini.

Un altro passo storico è arrivato nel 2021, quando l’Islanda ha riconosciuto ufficialmente l’ebraismo come religione. Da quel momento matrimoni, cerimonie di imposizione del nome e funerali ebraici hanno ottenuto pieno riconoscimento civile, un passaggio che ha consolidato il percorso di crescita della comunità.

L’apertura del nuovo centro è stata accolta con messaggi di sostegno anche dalle istituzioni islandesi. In una lettera ufficiale, il primo ministro ha definito il Beit Shvidler Jewish Center «un’importante pietra miliare per la comunità ebraica e per la società islandese», aggiungendo che sarà «un luogo di cultura, apprendimento e dialogo, destinato ad arricchire la nostra comunità negli anni a venire».

Anche la presidente dell’Althing, il Parlamento islandese, ha sottolineato il valore dell’iniziativa, ricordando che per la prima volta gli ebrei dell’isola dispongono di uno spazio stabile dove riunirsi, celebrare le festività, trasmettere le proprie tradizioni e costruire il futuro della comunità.

Per il rabbino Feldman, però, il significato di questo progetto va oltre l’inaugurazione di un edificio. «Insieme stiamo scrivendo il capitolo islandese della storia del popolo ebraico», ha detto durante la cerimonia.

Un capitolo iniziato oltre cent’anni fa in modo silenzioso e che oggi, nel cuore di Reykjavik, trova finalmente una casa: un luogo destinato non solo a custodire la memoria, ma anche a dare nuovo slancio alla vita ebraica in una delle nazioni più remote d’Europa.