di Walker Meghnagi, presidente della Comunità ebraica di Milano
Viviamo un tempo di profondi cambiamenti, nel quale molte delle nostre certezze vengono messe in discussione. È naturale sentirsi disorientati, soprattutto di fronte alle sfide che il popolo ebraico sta vivendo. Eppure, come ci spiega la tradizione ebraica e in particolare i giorni di Rosh Hashanà, Yom Kippur e Sukkot, ogni cambiamento può essere anche un’opportunità di crescita. Queste festività, a ben guardare, sono un formidabile inno al cambiamento.
Mi sono sempre chiesto da dove abbia preso il mondo occidentale l’idea che le persone possano cambiare. Rav Jonathan Sacks ci spiega che non è un’idea scontata. Molte grandi culture non riflettono in termini evolutivi. Per i Greci, ad esempio, esiste un fato, un destino a cui è impossibile scampare. Credevano che il nostro carattere fosse il nostro destino, qualcosa di immutabile, con cui nasciamo. Si nasceva eroi oppure dei dell’Olimpo oppure comuni mortali, senza possibilità di trasmigrare da una condizione all’altra. Per la tradizione ebraica è l’opposto. Non c’è un destino definitivo, c’è sempre una seconda o terza chance: come ha scritto Isaac Bashevis Singer, “Dobbiamo essere liberi; non abbiamo scelta”. L’ebraismo è il primo sistema di pensiero al mondo a sviluppare un chiaro senso del libero arbitrio. Nessuno è prigioniero del proprio destino. Questa è l’idea alla base della Teshuvà, spiegano i Maestri. Attraverso la Teshuvà possiamo riconoscere i nostri errori, imparare da essi e scegliere di diventare persone migliori. Il cambiamento non è solo possibile: è parte della nostra identità. Non siamo predestinati a continuare ad essere ciò che siamo in un determinato momento. Ancora oggi, questa rimane un’idea essenziale, il cuore della nostra identità, malgrado l’innegabile resistenza e difficoltà che ogni cambiamento implica (chi di noi non l’ha sperimentato?)
Una idea radicale che oggi Rosh Hashanà e Yom Kippur ci pongono davanti, in maniera urgente: cambiare, capire dove stiamo “atterrando”, in che mondo siamo, dove ci sveglieremo e come affrontarlo, come combattere i nemici esterni e interni, come comunicare. Come rifondarci, sia come individui sia come Kehillà, sia nella nostra vicinanza a Israele.
Che questo possa essere per tutti noi un anno buono e dolce come la mela intinta nel miele. Un anno di meriti ed elementi positivi copiosi come i chicchi della melagrana. Un anno in cui affrontare il futuro con coraggio, responsabilità e fiducia.
Shanà Tovà umetukà a tutti.



