Prima Rabin, Oslo, la pace e poi l’11 settembre: la storia vista attraverso l’obiettivo di Robert Cumins

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Per mezzo secolo ha fotografato i leader israeliani, gli accordi di pace e i momenti decisivi della storia ebraica. Poi, dal balcone di casa nel New Jersey, ha immortalato l’aereo che si schiantava sulla Torre Sud. Venticinque anni dopo, quel rullino racconta ancora quei pochi secondi che cambiarono l’America.

 

Per cinquant’anni Robert A. Cumins ha fotografato la storia prima ancora che diventasse storia. Fotografo ebreo americano, ha trascorso gran parte della sua carriera dentro la vita politica e comunitaria del mondo ebraico, seguendo da vicino Israele e i suoi leader, le federazioni ebraiche americane, le grandi occasioni della diplomazia mediorientale. Ha fotografato Yitzhak Rabin e Yitzhak Shamir, Shimon Peres e Bill Clinton. Era abbastanza vicino alla scena da documentare alcuni dei passaggi più importanti del rapporto fra Israele, Stati Uniti e mondo arabo: gli accordi di Camp David, gli Accordi di Oslo, il trattato di pace tra Israele e Giordania. Nel corso della sua carriera ha viaggiato in Israele più di 250 volte.

Questa non era soltanto la geografia professionale di un fotoreporter. Era il mondo nel quale Cumins aveva costruito la propria identità di fotografo: la storia ebraica contemporanea osservata dall’interno, attraverso le persone che la stavano facendo.

Poi, una mattina di settembre del 2001, la storia gli arrivò incontro da Manhattan.

Cumins era al volante, diretto come ogni giorno verso un bar per il caffè e la colazione. Erano le 8:58, quando, fermo a un semaforo, accese la radio. Da un elicottero, la WCBS stava raccontando che qualcosa stava accadendo al World Trade Center. Cumins aveva capito soltanto che una delle Torri era in fiamme. Pensò dapprima a un incidente.

Poi sentì che il fumo proveniva dal World Trade Center. Fece una cosa istintiva: girò la macchina e tornò a casa.

Abitava a Verona, nel New Jersey, al nono piano di un edificio dal quale, a circa 15 miglia in linea d’aria, si vedeva Lower Manhattan. Salì rapidamente, prese la macchina fotografica, caricò la pellicola e montò un lungo teleobiettivo. Non aveva un incarico. Non sapeva che cosa sarebbe successo. Era semplicemente un fotografo che aveva visto qualcosa di importante e aveva fatto ciò che aveva imparato a fare per tutta la vita: fotografare. Tutto si svolse in una manciata di minuti.

Alle 9:03, con il fumo che si alzava dalla prima torre, vide il volo United 175 dirigersi verso Lower Manhattan. Gli sembrò un’immagine perfetta: l’aereo, lo skyline, la luce limpida di quella mattina. Guardò nel mirino e scattò. Scattò una seconda volta.

In quella frazione di secondo il Boeing 767 della United Airlines, il volo 175 diretto da Boston a Los Angeles, colpì la Torre Sud. A bordo c’erano 65 persone. Cumins non si rese conto di aver appena fermato sulla pellicola l’istante precedente all’impatto.

Non lo seppe subito. Per lui, quel mattino, quelle fotografie erano soltanto alcune delle tante immagini drammatiche che stava scattando dal balcone.

Fu solo quando portò il rullino a sviluppare, circa un’ora dopo, che scoprì ciò che aveva davanti. Il fotografo del laboratorio fece scorrere all’indietro i fotogrammi. La sequenza era lì: l’aereo davanti allo skyline; poi la coda e un piccolo punto rosso; quindi l’esplosione.

Il rullino conteneva 19 fotogrammi. Quell’immagine, scattata su pellicola e non su un file digitale, sarebbe diventata la fotografia più famosa della sua carriera.

Nel giro di poche ore l’immagine arrivò a People. L’edizione del 24 settembre 2001 uscì con la fotografia di Cumins in una copertina apribile a doppia pagina.

Prima delle Torri

Ma la storia di Cumins non comincia l’11 settembre. Quella fotografia è arrivata alla fine di una lunga preparazione, quasi senza che lui se ne accorgesse.

Aveva iniziato prestissimo. A 14 anni, affascinato da John F. Kennedy, aveva mandato un telegramma al suo addetto stampa, Pierre Salinger, chiedendo di poter visitare la Casa Bianca. Salinger gli rispose di sì. Cumins arrivò a Washington con la madre, entrò nell’ufficio stampa presidenziale e assistette a una conferenza del presidente. Era il 1963.

Negli anni successivi la macchina fotografica lo avrebbe portato dentro la vita delle organizzazioni ebraiche americane. Il suo primo incarico per una federazione arrivò nel 1970; da allora gli incarichi si moltiplicarono e Cumins divenne uno dei fotografi più presenti nelle grandi riunioni e negli eventi della comunità ebraica americana. Nel frattempo cominciò a viaggiare regolarmente in Israele: il primo viaggio risale al 1973, e sarebbero diventati più di 250.

Nel 1988 ottenne qualcosa di eccezionale anche per un fotografo abituato ai potenti: dieci giorni di accesso pressoché totale alla vita quotidiana del primo ministro israeliano Yitzhak Shamir. Lo fotografò durante gli incontri di lavoro, ma anche nei momenti privati, a tavola, in famiglia, lontano dalla posa ufficiale. Le sue immagini finirono sul New York Times Magazine, su Life e su riviste di tutto il mondo.

Con Yitzhak Rabin aveva invece costruito nel tempo una familiarità tale da potergli sistemare il papillon dietro le quinte, poco prima di una serata alla Casa Bianca nell’ottobre del 1995. Dieci giorni dopo Rabin sarebbe stato assassinato. Cumins volò in Israele per fotografarne il funerale.  E c’era stato Oslo.

Il 13 settembre 1993, sul prato della Casa Bianca, mentre Yitzhak Rabin, Yasser Arafat e Bill Clinton partecipavano alla cerimonia degli Accordi di Oslo, Cumins era lì. Una sua fotografia mostra Rabin mentre disegna a mano una mappa durante le trattative. L’immagine, conservata nel suo archivio, è diventata a sua volta una piccola testimonianza di quel momento diplomatico.

Per un fotografo ebreo che aveva trascorso decenni a raccontare Israele, la politica ebraica americana e i rapporti fra Israele e il resto del mondo, erano immagini che appartenevano tutte allo stesso grande racconto. Poi arrivò quella mattina.

Il fotogramma

La fotografia dell’11 settembre ha qualcosa di quasi paradossale: il luogo da cui è stata scattata. Cumins non era a Manhattan, non era in strada, non era dentro il caos. Era sul balcone di casa, a quindici miglia dalle Torri, davanti allo skyline che aveva fotografato per anni. È forse questa la forza più inquietante di quelle immagini, perché mostrano un istante nel quale ciò che sta per accadere non è ancora accaduto.

Il fotografo che aveva passato decenni a fotografare uomini e donne che cercavano di cambiare il corso della storia, quella mattina, senza saperlo, si trovò davanti a un altro momento destinato a cambiarla. Aveva soltanto una macchina fotografica e un rullino da 19 fotogrammi. Non sapeva ancora di aver fissato per sempre gli ultimi istanti prima che tutto cambiasse.