di Anna Balestrieri
La minaccia di una ripresa delle ostilità con l’Iran, la possibilità di nuovi attacchi missilistici sulla città e il clima di instabilità seguito a tre anni di guerra hanno reso la preparazione dell’edizione di quest’anno un esercizio di resistenza quotidiana.
Per quasi trent’anni Docaviv ha trasformato Tel Aviv in uno dei principali punti d’incontro del cinema documentario internazionale. Guerre, crisi politiche e perfino la pandemia non ne avevano interrotto il cammino: durante l’emergenza sanitaria il festival si era trasferito online, conservando almeno virtualmente il rapporto con il pubblico. Nel 2026, tuttavia, la sua stessa esistenza è rimasta in dubbio fino a pochi giorni dall’apertura, avvenuta il 28 maggio e durata fino al 6 giugno.
La minaccia di una ripresa delle ostilità con l’Iran, la possibilità di nuovi attacchi missilistici sulla città e il clima di instabilità seguito a tre anni di guerra hanno reso la preparazione dell’edizione un esercizio di resistenza quotidiana. La direttrice artistica Michal Weits ha raccontato di non essere stata certa, fino all’ultimo, che il festival avrebbe realmente potuto svolgersi.
La vicenda personale di Weits si sovrappone a quella della manifestazione. Nel giugno 2025 un missile ha colpito la sua abitazione, distruggendola. Ferita e costretta a lasciare la propria casa, ha cominciato a visionare i film della nuova edizione durante la convalescenza, in un albergo destinato agli sfollati. La selezione di Docaviv 2026 nasce dunque non in una condizione di ordinaria programmazione culturale, ma dentro l’esperienza concreta della guerra.
Documentare una società fratturata
Il concorso israeliano offre un ritratto composito di un Paese attraversato da tensioni politiche, morali e identitarie. Le opere selezionate affrontano temi molto diversi: il crollo di un’impresa finanziaria controversa, il disagio interiore di un riservista dell’esercito, il lavoro di un artista forense ultraortodosso, la collaborazione tra un guardiano israeliano e uno palestinese attorno a un rinoceronte dello zoo di Gerusalemme.
Queste storie non compongono un’immagine pacificata di Israele. Al contrario, mostrano una società in cui la quotidianità continua a esistere mentre sullo sfondo incombono il conflitto, la mobilitazione militare e la separazione tra comunità.
Uno spazio significativo è riservato anche alle opere legate al produttore Ram Loevy, scomparso lo scorso anno. La retrospettiva ripercorre film che, già a partire dagli anni Sessanta, avevano cercato di portare sullo schermo personaggi arabi e vicende condivise da famiglie israeliane e palestinesi. Tra i lavori proposti figura anche un documentario realizzato da una troupe mista sulla vita dentro e fuori la Striscia di Gaza sigillata.
Eppure la presenza diretta di autori palestinesi resta limitata. Nel programma compare una sola cineasta araba israeliana e la giuria include un unico regista arabo. Weits non nasconde questa sproporzione. Ritiene che, dopo anni di bombardamenti e distruzioni, sia ancora prematuro parlare di una collaborazione culturale pienamente ricostruita. Il festival indica il dialogo come direzione possibile, ma non finge che quella strada sia già percorribile senza ostacoli.
La geografia internazionale del dissenso
La selezione straniera attraversa temi e linguaggi molto differenti. Vi figurano un’indagine sul sistema industriale costruito attorno a Tesla, il nuovo lavoro di Werner Herzog sugli elefanti, documentari dedicati alle violenze sessuali durante la guerra in Ucraina e film sulle proteste in Bielorussia e sulla repressione del dissenso nella Russia di Vladimir Putin.
A unire molte di queste opere non è soltanto la qualità cinematografica. Diversi autori provengono da Paesi segnati dalla guerra, dall’autoritarismo o dalla limitazione delle libertà civili: Ucraina, Bosnia, Bielorussia, Ungheria. Secondo la direzione del festival, proprio questa esperienza avrebbe reso alcuni di loro più disponibili a distinguere tra le politiche del governo israeliano e la società civile del Paese.
Non si tratta necessariamente di registi favorevoli a Israele. Alcuni hanno accompagnato l’invio dei film con dichiarazioni molto critiche sulla guerra a Gaza, sulle condizioni della popolazione palestinese e sulle responsabilità politiche israeliane. Docaviv ha scelto di accogliere anche queste prese di posizione.
La partecipazione al festival non viene dunque presentata come un’adesione politica, ma come la possibilità di mantenere aperto uno spazio di conflitto, critica e confronto. In questa prospettiva, il documentario non serve a semplificare la realtà, bensì a restituirne le contraddizioni.
Il boicottaggio e i film che non arriveranno
La costruzione del programma internazionale è stata tuttavia ostacolata dal boicottaggio culturale delle istituzioni israeliane, intensificatosi dopo il 7 ottobre e durante la guerra a Gaza. Alcuni registi, produttori e società di distribuzione hanno negato l’autorizzazione a proiettare le proprie opere in Israele. Di conseguenza, titoli inizialmente presi in considerazione non sono potuti entrare nel cartellone.
Il problema riguarda in modo particolare le istituzioni che, come Docaviv, ricevono una parte dei finanziamenti dallo Stato. Per chi sostiene il boicottaggio, la partecipazione a manifestazioni israeliane rischia di contribuire alla normalizzazione internazionale del Paese. Per Weits, invece, il risultato concreto è soprattutto l’isolamento di artisti e strutture culturali che spesso operano in posizione critica verso il governo.
La direttrice osserva che il boicottaggio non sembra aver prodotto cambiamenti nelle decisioni dell’esecutivo israeliano, mentre ha reso più difficile il lavoro di registi, produttori e festival. Il programma del 2026 resta comunque ampio, grazie agli autori che hanno scelto di partecipare e agli ospiti internazionali attesi a Tel Aviv.
Il nodo non è soltanto se boicottare Israele, ma se la cultura israeliana debba essere considerata una proiezione automatica del potere politico oppure uno dei luoghi in cui quel potere può essere criticato.
La pressione del governo sul cinema
Mentre una parte del mondo culturale internazionale prende le distanze dalle istituzioni israeliane, anche all’interno del Paese il settore cinematografico subisce crescenti pressioni politiche.
Il ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato la sospensione dei finanziamenti agli Ophir Awards, il principale premio cinematografico israeliano, dopo la vittoria di un film dedicato a un ragazzo palestinese della Cisgiordania che desidera vedere il mare. In seguito ha prospettato la modifica della legge che garantisce al cinema nazionale decine di milioni di dollari di sostegno pubblico.
Nelle dichiarazioni del ministro, il finanziamento statale sarebbe diventato uno strumento nelle mani di una parte ideologica del mondo culturale. Per gli operatori del settore, invece, la minaccia di sottrarre risorse alle opere considerate sgradite introduce un criterio politico nella valutazione della produzione artistica.
Non si tratta necessariamente di censura preventiva nel senso tradizionale del termine. Il meccanismo è più indiretto: la possibilità di perdere fondi, premi o riconoscimenti pubblici può favorire un clima di prudenza, paura e autocensura. È a questo ambiente che Weits allude quando richiama la necessità di sostenere i cineasti disposti a porre domande difficili, anche quando le loro opere risultano impopolari.
Il potere non deve proibire esplicitamente un film per condizionarne l’esistenza: a volte basta rendere incerto il finanziamento necessario a realizzarlo.
Creare senza garanzie
Di fronte alle minacce economiche e politiche, Weits rivendica la capacità dell’arte di trovare percorsi alternativi. Se vengono meno i finanziamenti tradizionali, sostiene, i registi possono ricorrere a strumenti più poveri, persino ai telefoni cellulari. Come esempio cita un documentario sulle donne afghane che hanno sfidato il regime dei talebani filmando con telecamere nascoste sotto gli abiti.
L’immagine è efficace, ma non elimina il problema. La possibilità di creare in condizioni clandestine o precarie non rende meno grave la distruzione delle infrastrutture culturali. Un cinema privo di risorse può sopravvivere, ma rischia di perdere continuità, professionalità, memoria e accesso al pubblico.
Docaviv si colloca precisamente in questa contraddizione. Da un lato celebra la resistenza della creazione, la sua capacità di riemergere anche quando viene repressa. Dall’altro dipende da una rete di finanziamenti, autorizzazioni, collaborazioni internazionali e spazi pubblici che la guerra, il boicottaggio e le decisioni del governo possono indebolire.
Il documentario come zona grigia
L’edizione 2026 sembra infine interrogare la funzione stessa del cinema documentario. In un contesto dominato da schieramenti contrapposti, il festival tenta di preservare una zona grigia: non uno spazio neutrale, ma un luogo nel quale la critica a Israele possa convivere con il rifiuto di identificare ogni artista israeliano con il suo governo.
È una posizione fragile. Può apparire insufficiente a chi ritiene che il boicottaggio sia un dovere morale; può risultare eccessivamente critica a chi considera ogni contestazione interna una minaccia alla coesione nazionale. Eppure proprio questa fragilità costituisce il centro politico e culturale della manifestazione.
Docaviv non promette di ricomporre le fratture del presente. Cerca piuttosto di renderle visibili, lasciando che siano i film a mostrare ciò che la propaganda, da qualunque parte provenga, tende a cancellare.
In una Tel Aviv esposta alla guerra e in un’industria cinematografica stretta tra isolamento internazionale e pressioni governative, l’apertura del festival assume così un significato che supera la semplice programmazione culturale. Non è la celebrazione ottimistica dell’arte come rifugio, ma la dimostrazione della sua ostinazione: la capacità di continuare a produrre immagini quando le condizioni politiche sembrano chiedere soltanto silenzio, disciplina o appartenenza.



