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Gaza, Hamas scioglie il governo. Milshtein: “Mossa tattica. Israele ha sempre meno opzioni”

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di Davide Cucciati
Interpellato da Mosaico, Michael Milshtein, colonnello in congedo, già responsabile del Dipartimento per gli Affari Palestinesi nell’intelligence militare israeliana e oggi direttore del Palestinian Studies Forum presso il Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, invita a non sottovalutare l’annuncio, ma nemmeno a leggerlo come una vera svolta.

Il 6 luglio Hamas ha annunciato lo scioglimento del proprio governo de facto nella Striscia di Gaza e la disponibilità a trasferire l’amministrazione civile alla National Committee for the Administration of Gaza, la NCAG, un organismo tecnico palestinese con base al Cairo. Secondo Reuters, Hamas ha presentato la decisione come un passo in avanti nell’attuazione del piano sostenuto dagli Stati Uniti per il futuro di Gaza. Israele, però, ha liquidato la mossa come uno “stunt”, una messinscena, sostenendo che senza disarmo il gruppo continuerà comunque a controllare la Striscia.

Il punto è proprio questo: Hamas sta davvero cedendo il potere, oppure sta solo cambiando forma al proprio controllo? La domanda attraversa da giorni le principali testate internazionali. Reuters ha ricordato che, pur dichiarando sciolto l’organismo che supervisionava i ministeri, Hamas manterrebbe personale amministrativo, apparati tecnici e influenza sulla sicurezza e sulla polizia nelle aree ancora sotto il suo controllo. Il Board of Peace nominato da Donald Trump ha preso atto dell’annuncio, ma ha precisato che giudicherà Hamas sulla base delle “azioni, non delle promesse”.

A maggio Axios aveva già indicato il nodo centrale: l’attuazione del piano americano dipende dal disarmo di Hamas, ma i colloqui sulla demilitarizzazione erano entrati in stallo. Axios scriveva che il Board of Peace stava valutando di iniziare ad applicare il piano nelle zone di Gaza non controllate da Hamas, proprio perché il tentativo di convincere il gruppo a cedere le armi pesanti non aveva prodotto risultati.

Michael Milshtein

Interpellato da Mosaico, Michael Milshtein, colonnello in congedo, già responsabile del Dipartimento per gli Affari Palestinesi nell’intelligence militare israeliana e oggi direttore del Palestinian Studies Forum presso il Moshe Dayan Center dell’Università di Tel Aviv, invita a non sottovalutare l’annuncio, ma nemmeno a leggerlo come una vera svolta: “È una mossa simbolica e tattica, ma allo stesso tempo importante”, spiega Milshtein. “Hamas non è pronta a cedere il proprio ruolo di attore principale a Gaza e non è pronta a disarmarsi. Ma questa mossa fa comunque parte di un’iniziativa più ampia da parte dei mediatori, Qatar, Turchia e Egitto, per promuovere la strada verso la seconda fase, verso l’assetto politico di Gaza, e per dimostrare che il processo sta avanzando”.

La questione, secondo l’analista israeliano, riguarda anche il rapporto tra Benjamin Netanyahu e Donald Trump. “Questo crea un dilemma per Israele”, osserva. “Fino a questo momento abbiamo parlato di un interesse comune tra Hamas e i mediatori. Ma ora il dilemma riguarda in particolare Netanyahu, che vorrebbe continuare la guerra. Il pericolo è che Trump si convinca che la visione di Hamas e dei mediatori non sia cattiva”. In altre parole, Hamas potrebbe aver trovato un modo per trasformare la propria sopravvivenza politica in un passaggio diplomatico. Non più il governo visibile della Striscia, ma una presenza decisiva dietro un’amministrazione formalmente tecnica.

Il modello Hezbollah e la facciata tecnocratica

È la stessa preoccupazione espressa da Ahmed Fouad Alkhatib, analista palestinese originario di Gaza e voce molto critica verso Hamas. In un lungo intervento pubblicato sui social, Alkhatib definisce le notizie su Hamas che “mette fine al proprio governo” e “si prepara a cedere il controllo” come “un altro trucco” e “una non notizia vestita da concessione”. Secondo lui, il gruppo non avrebbe “alcuna intenzione di rinunciare al potere reale o di disarmarsi”.

Alkhatib insiste proprio sulla distinzione tra facciata amministrativa e potere effettivo. A suo giudizio, le dimissioni del capo del cosiddetto “Emergency Committee”, la struttura di governo emersa dopo il 7 ottobre, sarebbero soltanto “la rimozione di un prestanome”. Le sue funzioni, scrive, sarebbero già state assunte da un altro amministratore temporaneo di Hamas, mentre tutti attendono l’arrivo della NCAG.

La formula più forte di Alkhatib è questa: Hamas starebbe cercando di “riciclare il proprio apparato attuale nella nuova amministrazione” destinata a nascere dal processo transitorio promosso dall’amministrazione Trump e supervisionato dal Board of Peace. Non una rinuncia al potere, dunque, ma una sua riorganizzazione.

Alkhatib parla di una strategia “prevista da tempo”: Hamas starebbe passando “dal controllo diretto al dominio indiretto, in stile Hezbollah”. Il vantaggio sarebbe evidente: “costa meno”, “protegge il gruppo dalla responsabilità” e permette a “nuovi volti civili” di assorbire la rabbia della popolazione, mentre Hamas conserva “il controllo decisivo su ogni leva significativa del potere nella Striscia di Gaza”.

Milshtein arriva a una conclusione molto simile. Alla domanda se un governo tecnocratico palestinese possa davvero amministrare Gaza, la risposta è netta: “Il governo tecnocratico è inutile e non riuscirà a governare Gaza”. Il motivo, secondo lui, è semplice. “Non possono controllare Gaza. La loro base è al Cairo. Non hanno influenza e non hanno presenza nella Striscia”. Poi aggiunge un passaggio particolarmente significativo: “Quando parlo con le persone a Gaza mi dicono: se saranno invitati a Gaza, verranno, ma sarà una mossa di facciata. Hamas sta creando una struttura artificiale, una specie di quasi regime. Hamas sarà comunque il dominant player e manterrà la propria influenza militare e civile”. Il parallelo, per Milshtein, è quello libanese. “È molto simile alla situazione in Libano, dove abbiamo il governo libanese che non decide su nulla. Chi decide è Hezbollah”. La questione, dunque, non è se Hamas sieda formalmente nei ministeri. La questione è chi controlla le armi, chi controlla la sicurezza, chi controlla le risorse, chi decide chi può governare e chi no.

Anche Alkhatib lega il problema al disarmo. “Nulla di tutto questo assomiglia al disarmo”, scrive. Secondo lui, le Brigate al Qassam starebbero lavorando “senza sosta” per riparare le reti di tunnel e ricostruire le scorte di munizioni, anche usando ordigni inesplosi e bombe israeliane rimaste da due anni di guerra. È un’accusa grave, da verificare sul terreno, ma politicamente coerente con il nodo posto da Israele, dagli Stati Uniti e dallo stesso Board of Peace: senza disarmo, la governance civile rischia di essere solo una copertura.

Il problema è anche narrativo: Alkhatib accusa parte della copertura mediatica di aver già “riformulato Hamas come collaborativa, ragionevole, perfino costruttiva”. Questo, scrive, “oscura il ruolo di Hamas come principale ostacolo alla ripresa di Gaza” e finisce per funzionare a vantaggio del gruppo, non solo nei media più indulgenti verso Hamas, ma anche in una parte del discorso politico mainstream.

Israele, Trump e le opzioni che si restringono

Per Milshtein, Israele si trova ormai davanti a un ventaglio di opzioni sempre più ristretto: “Israele ha sempre meno opzioni”, afferma. “Hai nominato l’opzione dell’occupazione di Gaza, e questo porterebbe alla sconfitta di Hamas. Ma è Trump che ora decide, e non credo che darà luce verde a Netanyahu per occupare Gaza”. Resta quindi la prosecuzione dell’attuale situazione, una guerra di logoramento senza reale sbocco politico. “L’unica opzione è continuare l’attuale situazione: guerra d’attrito, con l’esercito israeliano sulla yellow line. Ogni settimana Netanyahu dirà che abbiamo occupato un altro mezzo chilometro di Gaza, senza che questo cambi nulla a Gaza. Hamas continuerà a controllare Gaza e a essere l’attore principale”.

L’altra strada è proprio quella aperta dalla mossa di Hamas e dei mediatori. Ma, secondo Milshtein, bisogna guardare bene cosa contiene. “Ci sono due cose che vanno enfatizzate in questa soluzione”, spiega. “La prima è il disarmo di Hamas. I tre mediatori hanno ormai capito che è inutile sperare che Hamas si disarmi totalmente e quindi puntano a un compromesso: una cessione parziale e graduale delle armi da parte di Hamas. Questa via potrebbe convincere anche Donald Trump”.

La seconda riguarda il ruolo crescente di Qatar e Turchia. “Donald Trump è rimasto positivamente colpito dal ruolo della Turchia e del Qatar nello scenario iraniano e in quello libanese”, sostiene Milshtein. “Potrebbe convincersi che la visione dei mediatori sia esattamente l’implementazione delle sue stesse dichiarazioni relative alla creazione di una nuova Gaza”. Lo scenario che ne deriverebbe sarebbe molto delicato per Israele. “Non mi stupirei se Trump dovesse costringere Netanyahu ad accettare questo assetto”, afferma Milshtein. “Ciò implicherebbe un ritiro, forse totale, di Israele da Gaza, che dovrebbe anche accettare il dispiegamento di forze straniere nella Striscia”.

Un possibile contrappeso, secondo l’analista israeliano, potrebbe essere Nickolay Mladenov, incaricato di guidare il Board of Peace su Gaza. Axios aveva già indicato Mladenov come uno dei protagonisti dei negoziati sulla demilitarizzazione e aveva scritto che il piano prevedeva, in una prima fase, la rinuncia da parte di Hamas alle armi pesanti e al sistema dei tunnel, come premessa per l’ingresso del governo tecnico palestinese, della nuova polizia palestinese, della forza internazionale di stabilizzazione e per un ulteriore ritiro israeliano: “Un contrappeso potrebbe essere rappresentato da Nickolay Mladenov”, spiega Milshtein, “che pretende invece l’immediato e totale disarmo di Hamas. Ma dipende ancora tutto da Donald Trump”.

Il criterio finale, secondo Alkhatib, non sarà il nome dell’organismo che governerà Gaza, ma la libertà concreta dei gazawi. Hamas che “scioglie il proprio governo”, scrive, andrà giudicata da parametri molto semplici: se gli abitanti di Gaza potranno condividere post su Facebook senza essere “torturati, picchiati o trascinati nelle stanze degli interrogatori negli ospedali”. Finché questo non cambia, conclude, “i titoli sono teatro” e la presa di Hamas su Gaza “rimane intatta”. Il quadro finale è quindi quello di una svolta ambigua. Hamas può sciogliere una struttura amministrativa senza rinunciare al potere reale. Può accettare un comitato tecnico senza abbandonare la propria influenza militare. Può presentare come compromesso una trasformazione del proprio ruolo, da governo esplicito a forza dominante dietro le quinte.

Per Israele, il rischio è trovarsi davanti a una scelta già vista: continuare una guerra di logoramento che non cambia la realtà politica di Gaza, oppure accettare un assetto internazionale che congeli Hamas come attore non più ufficiale, ma ancora decisivo. La conclusione di Milshtein è un avvertimento: “Dobbiamo essere pronti a ogni sorpresa da Gaza e da Washington”.