Haifa

Haifa al voto, tra nuova immigrazione russofona e incertezza araba

Israele

di Anna Balestrieri
La città, storicamente considerata un laboratorio di convivenza, oggi riflette alcune delle principali trasformazioni della società israeliana: l’arrivo di una nuova generazione di immigrati da Russia e Ucraina, il disagio crescente di molti cittadini arabi e la ridefinizione degli equilibri politici locali.

Haifa, la più grande città mista ebraico-araba di Israele, si prepara alle prossime elezioni in un clima politico segnato da tensioni, sfiducia e profondi cambiamenti demografici. La città, storicamente considerata un laboratorio di convivenza, oggi riflette alcune delle principali trasformazioni della società israeliana: l’arrivo di una nuova generazione di immigrati da Russia e Ucraina, il disagio crescente di molti cittadini arabi e la ridefinizione degli equilibri politici locali.

In una competizione elettorale che potrebbe decidersi per poche migliaia di voti, Haifa è diventata una città da osservare con attenzione.

La “Putin Aliyah” e una sensibilità politica diversa

Negli ultimi dieci anni, circa 250 mila cittadini russi e ucraini sono immigrati in Israele. Una parte significativa si è stabilita a Haifa e nei suoi dintorni, attratta dal costo della vita più accessibile rispetto a Tel Aviv, dalla presenza di università, scuole e reti russofone già radicate.

Questa nuova ondata migratoria viene spesso definita “Putin Aliyah”. A differenza dell’immigrazione proveniente dall’ex Unione Sovietica negli anni Novanta, molti dei nuovi arrivati appartengono a una classe urbana, istruita e professionale, proveniente da grandi città come Mosca, San Pietroburgo o Kyiv. Molti hanno lasciato i loro Paesi a causa dell’autoritarismo crescente, delle restrizioni alle libertà personali, della crisi economica o, dopo il 2022, della guerra in Ucraina.

La loro esperienza politica li rende particolarmente sensibili ai segnali di erosione democratica. Alcuni riconoscono in Israele dinamiche che ricordano loro la Russia di Putin: attacchi ai media, delegittimazione dell’opposizione, concentrazione del potere e uso della sicurezza come terreno di consenso.

Una nuova mappa del voto russofono

Per decenni, una parte importante dell’elettorato russofono si è riconosciuta in posizioni laiche ma nazionaliste, trovando spesso rappresentanza in partiti come Yisrael Beiteinu di Avigdor Lieberman. La nuova immigrazione russo-ucraina sembra però muoversi in modo diverso.

Molti nuovi cittadini non hanno ancora una conoscenza piena dell’ebraico o del sistema politico israeliano, e questo potrebbe ridurre la partecipazione al voto. Tuttavia, tra coloro che intendono votare, emerge una tendenza verso partiti di centro o centrosinistra, oppure verso liste percepite come più liberali e laiche.

A Haifa, questa dinamica potrebbe avere un peso concreto. La città conta circa 300 mila abitanti; gli arabi rappresentano intorno al 10 per cento della popolazione, mentre i russofoni sono circa un quarto. In uno scenario elettorale frammentato, l’affluenza di questi gruppi potrebbe incidere sul risultato nazionale.

Haifa, laboratorio imperfetto di convivenza

Haifa è spesso descritta come una città più aperta e laica rispetto ad altri centri israeliani. È l’unica città a maggioranza ebraica del Paese dove gli autobus pubblici circolano durante lo Shabbat, ed è nota per la presenza di quartieri misti, istituzioni culturali condivise e una lunga tradizione di attivismo civico.

Negli ultimi anni, però, il modello ha mostrato crepe evidenti. Gli scontri tra ebrei e arabi del maggio 2021 hanno lasciato un segno profondo in molti residenti. Per alcuni cittadini arabi, quel momento ha messo in discussione l’idea stessa di una convivenza reale, mostrando quanto fragile fosse il tessuto sociale della città.

Haifa continua a vivere fianco a fianco, ma molti si chiedono se questo significhi davvero vivere insieme.

La sfiducia dei cittadini arabi

Tra i cittadini arabi di Haifa cresce un sentimento di disillusione politica. Alcuni denunciano una distanza sempre maggiore dalle istituzioni nazionali, altri criticano anche i partiti arabi, accusati di concentrarsi sulle dinamiche interne e sulle liste elettorali più che sui problemi concreti delle comunità.

La partecipazione araba sarà uno dei fattori più importanti delle prossime elezioni. Un’affluenza alta potrebbe rafforzare il peso parlamentare delle liste arabe e rendere più complessa la formazione di un governo che le escluda del tutto. Al contrario, l’astensione rischierebbe di ridurre ulteriormente la capacità di influenza politica di una minoranza già segnata da sfiducia e marginalizzazione.

Alcuni attivisti locali stanno lavorando proprio su questo punto: convincere i giovani arabi che il voto, pur non risolvendo tutto, resta uno strumento per incidere. Il nodo non è soltanto quanti seggi conquisteranno i partiti arabi, ma se gli elettori sentiranno ancora di avere voce nel sistema.

Le ferite del 7 ottobre e la crisi della fiducia

Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato un trauma collettivo per l’intera società israeliana. A Haifa, però, quel trauma si è sommato a tensioni già presenti. La guerra, le proteste, le operazioni militari e la polarizzazione politica hanno reso più difficile il dialogo tra comunità.

Chi lavora da anni per la società condivisa parla di una diminuzione della fiducia reciproca. Le scuole bilingui, le iniziative interreligiose e i progetti educativi continuano a esistere, ma operano in un contesto più complicato. La convivenza non è scomparsa, ma richiede oggi un lavoro più consapevole e meno retorico.

La città laica che cambia volto

Haifa resta una città con una forte identità secolare, ma anche questo tratto sta evolvendo. La presenza crescente di gruppi religiosi, sia ebrei sia musulmani, indica che il profilo urbano non è più quello della “città rossa” dominata dal movimento operaio e dal Partito laburista.

Alle ultime elezioni del 2022, il partito centrista Yesh Atid risultò il più votato in città, seguito dal Likud. Il Partito laburista raccolse meno del 5 per cento, mentre le liste arabe ottennero complessivamente quasi il 10 per cento, soprattutto grazie alla forza locale di Hadash. Questi dati raccontano una città politicamente mobile, dove vecchie appartenenze e nuove identità elettorali convivono.

Tra protesta e stanchezza

Dal 2023 Haifa ospita proteste antigovernative regolari, soprattutto nella zona del centro Horev. In passato hanno attirato migliaia di persone, ma negli ultimi mesi la partecipazione si è ridotta. La presenza araba in queste manifestazioni appare limitata, un dato che gli stessi organizzatori leggono come segnale di una frattura.

Una parte dell’opposizione ebraica riconosce che la battaglia per la democrazia viene spesso percepita dai cittadini arabi come una battaglia incompleta, centrata soprattutto sui diritti della maggioranza ebraica. Per questo, alcuni attivisti ritengono più importante incoraggiare la partecipazione al voto che pretendere una presenza simbolica nelle piazze.

La politica israeliana entra così nella campagna elettorale con una domanda aperta: chi si sentirà abbastanza rappresentato da andare alle urne?

Haifa come indicatore nazionale

La città portuale del nord non è soltanto un caso locale. È un osservatorio privilegiato delle trasformazioni in corso in Israele: l’arrivo di nuovi immigrati con un forte bagaglio democratico e anti-autoritario, la fatica dei cittadini arabi a credere nel sistema politico, la crisi della vecchia sinistra, la tenuta del centro e la persistenza del Likud anche tra elettori delusi.

Il futuro politico di Haifa non determinerà da solo l’esito delle elezioni, ma potrebbe anticiparne alcune tendenze decisive. Se la partecipazione dei nuovi immigrati e dei cittadini arabi sarà alta, la città potrebbe contribuire a spostare gli equilibri. Se invece prevarrà l’astensione, sarà il segnale di una sfiducia più profonda.

In entrambi i casi, Haifa resta una città chiave per capire Israele nel 2026: non un modello perfetto, né un’eccezione, ma uno spazio dove le linee di frattura del Paese si incontrano ogni giorno, nelle strade, nei mercati, nei quartieri misti e, presto, nelle urne.