Flora Deborah e il suo sguardo cosmopolita, accogliente, femminile e intrinsecamente ebraico

Arte

In alto: Flora Deborah, After the Purple River (particolare – oil on wood 2026_15x17cm)

 

di Ilaria Ramazzotti

Una ricerca condotta far passaggi e trasformazioni, fatta di introspezione personale e incontri con gli altri, lungo un percorso in continuo divenire fra mondi e dimensioni, fra veglia e sogno, con uno sguardo cosmopolita, accogliente, femminile e intrinsecamente ebraico. Con un background che unisce Milano, Londra e Tel Aviv, Flora Deborah è fra gli artisti che prendono parte al ciclo di residenza da maggio ad agosto 2026 negli spazi di Viarafini in via Marco d’Agrate 33 e di via Carlo Farini 35 a Milano nell’ambito dell’iniziativa Artisti in Residenza, sviluppata dall’Associazione APS per la promozione della ricerca artistica. In questa intervista, Flora Deborah si racconta a Bet Magazine a partire da questa sua esperienza milanese e internazionale, in cui espone opere pittoriche sul tema del mikveh nell’ambito di una mostra collettiva di giovani talenti e artisti contemporanei.

“La mia idea iniziale, quando sono venuta a Milano in Viafarini, era una ricerca sui processi e le esecuzioni contro le streghe nel XVII secolo, in particolare in Piazza Vetra – spiega l’artista -. Poi, la prima notte in cui ho dormito qui ho sognato di trovarmi in un mikveh: entravo nell’acqua, mi immergevo totalmente e infine passavo attraverso lo scarico per poi entrare in un altro mondo. Una cosa che mi ha colpito molto. Il giorno dopo, incuriosita, ho cercato informazioni scoprendo che il mikveh di Casablanca è identico a quello del mio sogno”. Un sogno miliare che ha aperto percorsi di approfondimento e di espressione artistica che si uniscono a un lavoro in evoluzione che abbraccia radici e diramazioni personali ed esperienziali, lungo un percorso poliedrico e di apertura verso il nuovo e il diverso.

Ho esplorato molto il tema del mikveh, lavorando a tele grandi 160×140 centimetri, anche grazie all’ampio spazio a disposizione – prosegue l’artista -. In Viafarini ho esposto quattro tele sul tema, ma il 29 maggio 2027 verrà inaugurata una mia mostra personale a Gerusalemme alla Jerusalem Artists’ House, dove esporrò una dozzina di opere sul mikveh. La tecnica è pittorica a olio, ma nel mio lavoro passo da una tecnica all’altra molto spesso. Mi piace intraprendere nuovi modi di lavorare, perché c’è sempre una scoperta, come in un gioco che ti porta a conoscere cose nuove: dal non sapere o dal caso può nascere una scoperta. Attingo inoltre alle idee dei vari mondi in cui passare, al senso del passaggio e della trasformazione, delle porte e dei portali. Per questo mi piace tanto il senso del mikveh, non in quanto pulizia, perché uno ci entra già pulito, ma in quanto cambiamento di condizione dell’anima, di mutamento in un altro stato mentale. Il mikveh oggi giorno viene fatto anche nella guarigione da una malattia o nei cambi di sesso o di condizione nel mondo LGBTQ+. È l’idea della farfalla notturna che si trasforma”.

Un tema non nuovo, quello dei miqvaiot, da tempo già studiato da diverse angolazioni. “Avevo già svolto ricerche simili nel 2020, quando il Museo Nazionale dell’Ebraismo di Ferrara mi ha commissionato un lavoro proprio sui mikveh. Avevo realizzato un’opera composta da una serie di piastrelle che rappresentano le donne sotto al Monte Sinai nell’atto di entrare nel mikveh. Si tratta di una narrazione alternativa in cui le donne ricevono le Tavole della Legge in un momento in cui i loro uteri si cristallizzano e tutte insieme accettano le Tavole per le future generazioni. Riprendo spesso temi biblici o temi mitologici, ma cerco di guardarli da altri punto di vista”.

 

Identità ebraica, internazionale e aperta la mondo

Un retroterra internazionale, ma anche spiccatamente ebraico, fa da sfondo alle prospettive di vita e artistiche di Flora Deborah, colte lungo strade che intrecciano persone, culture, figure bibliche e mitologiche. “Sono cresciuta a Milano, mi sono trasferita qui quando avevo tre anni, poi a 24 anni mi sono trasferita a Londra, dove ho vissuto per otto anni prima di andare a Tel Aviv – spiega l’artista -. Mia madre è nata in Turchia a Izmir, da una famiglia che parla giudeo-spagnolo, mentre mio padre è francese, rumeno e spagnolo. Sono entrambi ebrei, ho fatto le elementari alla scuola ebraica, negli anni Novanta, e la scuola pubblica. Ero ben inserita, ma non sempre riuscivo a ‘spacciarmi’ per italiana, avevo sempre questa doppia, terza, quarta cultura che mi portavo dietro e penso che questo mi abbia un po’ formata nel modo di guardare il mondo, nel modo di essere, riuscendo a mettermi nei panni delle altre persone. Una delle ragioni per le quali amo tanto Tel Aviv, per cui sono rimasta là a vivere con il mio compagno israeliano, dopo aver frequentato l’Accademia Bezalel, è che è una città multiculturale, con persone che vengono da tutto il mondo”.

Se da un lato una forte empatia e l’apertura verso l’altro caratterizzano tutta la visione creativa dell’artista, dall’altro l’appartenenza all’ebraismo e la sua identità femminile segnano profondamente la sua opera. “La mia cultura ebraica è sempre molto presente nelle mie creazioni, in cui spesso inserisco personaggi della Bibbia, di solito donne – racconta Flora Deborah -. Mi piace molto Eva e mi piace molto la figura di Lilith, che guardo da punti di vista alternativi, perché è la donna uscita dalla sua terra, con la sua idea di parità. Mi sento culturalmente molto ebrea, per il modo di approcciarsi alla vita, per il modo di analizzare tutto, rianalizzare e avere dieci opinioni diverse sulla stessa cosa. Recentemente mi sono sposata, con un rito ebraico, ma mi ha sposato una donna. Ho anche scelto di rompere il bicchiere. Mi interessa altresì tutto quello che è proto-femminismo, anche quello del medioevo o dell’antichità. Penso a figure come le curatrici nell’era greca o alle donne che conosciamo come streghe. Nell’ambito della mia esposizione qui in Viafarini ho presentato anche una mia opera che rappresenta una piccola vulva che cammina con il bastone. È ispirata a delle spille che venivano prodotte nel medioevo, simbolo della donna protagonista e che va in giro: erano spille che le donne portavano per fare il cammino di Santiago, per spostarsi per motivi religiosi e che indicavano che potevano viaggiare da sole, senza bisogno di avere un uomo accanto”.

 

Libertà espressiva e orizzonti comunicativi disegnati fra sogno e veglia

A caratterizzare tutta l’opera di Flora Deborah è certamente una ricerca artistica libera, che sboccia a cavallo fra stati di onirici e di vigilanza. “Il mio lavoro è cambiato molto fra il 2019 e il 2020, quando mi sono ammalata – evidenzia -. Ho avuto la malattia di Lyme, contro la quale combatto tuttora, perché per lungo periodo non era stata diagnosticata. Il batterio, che si prende attraverso la puntura di una zecca, provoca un eritema migrante che se non viene trattato in tempo con gli antibiotici entra nel corpo e diventa molto difficile da debellare. Sono stata allettata per un anno, durante il quel dormivo fino a 20 o 22 ore al giorno. È stata un’esperienza molto difficile, ma anche molto bella, perché sognavo tantissimo. Dormendo anche di giorno, avevo una vita onirica molto attiva: entravo in mondi paralleli, dentro al mio corpo o nell’aldilà. I sogni rimanevano con me, un po’ perché il batterio alterava leggermente l’immaginazione e un po’ perché sognare era l’unica cosa che facevo. Oggi ho una vita normale, ma sono sempre molto attenta ai sogni”. Un’attenzione e una forma esistenziale e creativa che si riversa sulla sua arte. “Tempo fa ho realizzato un dipinto ispirata da una visione onirica in cui prendevo una mano che usciva da una fontana, attraverso cui entravo nell’aldilà, mentre la mia mano rimaneva fluttuante nell’acqua tesa verso la persona che veniva dopo di me, per poterla prendere e instaurare una connessione tra questo mondo e l’altro, ma anche tra esseri umani. Sono concetti che approfondisco molto – conclude Flora Deborah -, come l’empatia verso gli altri e le diverse culture”.