Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
I più grandi leader sono coloro che conoscono il passato del loro popolo, credono nel suo futuro e sanno accompagnarlo nel cammino tra i due. E, come Mosè comprese più profondamente di chiunque altro, i grandi leader sono anche grandi insegnanti: persone che danno agli altri la capacità di continuare l’opera che hanno iniziato. (Foto: Tintoretto, Mosé colpisce la roccia)
PARASHAT CHUKKAT
È uno dei passaggi più sconcertanti, persino inquietanti, della Torà. A Mosè, il pastore fedele che ha guidato gli Israeliti per quarant’anni, viene detto che non vivrà abbastanza per attraversare il Giordano ed entrare nella Terra Promessa.
Nessuno ha proiettato un’ombra più lunga sulla storia del popolo ebraico di Mosè: l’uomo che affrontò il Faraone, annunciò le piaghe, fece uscire il popolo dall’Egitto, lo guidò attraverso il mare e il deserto sopportandone la continua ingratitudine; colui che portò la Parola di Dio al popolo e che pregò Dio per il popolo. Il nome Israele significa «colui che lotta con Dio e con gli uomini e prevale». Questo fu Mosè in sommo grado: l’uomo la cui passione per la giustizia e la straordinaria sensibilità alla voce di Dio lo resero il più grande leader di tutti i tempi.
Eppure non gli fu destinato di entrare nella terra verso la quale aveva guidato il popolo per tutta la sua vita di condottiero. Perché?
A questo punto il testo biblico è allo stesso tempo chiarissimo e profondamente enigmatico. I fatti non sono in discussione. Sono trascorsi quasi quarant’anni dall’Esodo. La maggior parte della generazione che ricordava l’Egitto è morta. Anche Miriam, sorella di Mosè, è morta. Il popolo è giunto a Kadesh, nel deserto di Zin, ormai vicino alla meta. Nel nuovo accampamento, tuttavia, manca l’acqua.
Il popolo protesta: «Perché avete condotto l’assemblea del Signore in questo deserto? Per morire qui, noi e il nostro bestiame? Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per portarci in questo luogo orribile, senza grano, senza fichi, senza vigne e melograni? E non c’è nemmeno acqua da bere!» (Numeri 20,4-5)
Il tono lamentoso e capriccioso è fin troppo familiare. Gli Israeliti si sono comportati così per tutto il loro cammino. Eppure, improvvisamente, non assistiamo a un semplice déjà-vu, ma a una tragedia.
Mosè e Aronne si allontanarono dall’assemblea e si recarono all’ingresso della Tenda del Convegno. Si prostrarono con la faccia a terra e la gloria del Signore apparve loro.
Il Signore disse a Mosè: «Prendi il bastone, tu e tuo fratello Aronne, e convocate la comunità. Parlate alla roccia davanti ai loro occhi ed essa darà la sua acqua. Farai scaturire acqua dalla roccia per loro e darai da bere alla comunità e al bestiame».
Mosè prese il bastone dalla presenza del Signore, come gli era stato ordinato. Poi Mosè e Aronne radunarono l’assemblea davanti alla roccia. Mosè disse loro: «Ascoltate, ribelli! Dovremo forse far uscire acqua da questa roccia per voi?»
Poi alzò la mano e colpì la roccia due volte con il bastone. Ne uscì acqua in abbondanza e la comunità e il bestiame bevvero. Ma il Signore disse a Mosè e ad Aronne: «Poiché non avete avuto fiducia in Me al punto da manifestare la Mia santità davanti agli Israeliti, non condurrete questa assemblea nella terra che Io sto dando loro.» (Numeri 20,6-12)
Dove sbagliò Mosè? Quale fu il suo peccato? Quale colpa poteva meritare una punizione così grave: non poter vedere il compimento della missione affidatagli da Dio? Pochi passi della Torà hanno suscitato tante discussioni tra i commentatori. Ognuno propone la propria interpretazione e critica quelle degli altri. Le ipotesi sono talmente numerose che il commentatore italiano del XIX secolo, Rav Shmuel David Luzzatto, scrisse: «Mosè commise un solo peccato, ma i commentatori gliene hanno attribuiti tredici o più, inventandone ogni volta uno nuovo!»
Uno studioso moderno ne elenca addirittura venticinque. Tra le interpretazioni più importanti:
* Rashi sostiene che il peccato consistette nel colpire la roccia invece di parlarle. Se Mosè avesse parlato alla roccia, il popolo avrebbe imparato una lezione indimenticabile: se una roccia inanimata obbedisce alla parola di Dio, quanto più dovrebbero farlo gli esseri umani.
* Maimonide (Rambam) ritiene che il peccato fu l’ira di Mosè, manifestata nelle parole: «Ascoltate, ribelli!». Per un uomo comune sarebbe stata una colpa minima, ma per un leader come Mosè gli standard erano infinitamente più elevati.
* Nachmanide (Ramban) afferma che l’errore stava nell’espressione: «Faremo uscire acqua da questa roccia?», che sembrava attribuire il miracolo all’azione umana anziché a Dio.
* Ibn Ezra, Rabbi Yosef Albo e altri suggeriscono che Mosè e Aronne sbagliarono ritirandosi e cadendo con il volto a terra invece di affrontare il popolo con fiducia.
* Abarbanel propone una teoria originale: la punizione non derivava da questo episodio, ma da peccati precedenti. Aronne per il vitello d’oro, Mosè per l’episodio delle spie. La vicenda della roccia sarebbe stata solo la causa immediata, non quella profonda.
Rimangono però alcune difficoltà.
La prima è che Mosè stesso attribuisce il decreto divino all’ira di Dio verso il popolo: «Il Signore si adirò con me a causa vostra e non mi ascoltò.» (Deuteronomio 3:26)
Anche il Salmo 106 afferma: «Alle acque di Merivà provocarono l’ira di Dio e Mosè ne soffrì a causa loro.»
La seconda difficoltà è la sproporzione tra colpa e punizione. Grazie alle preghiere di Mosè, Dio aveva perdonato più volte gli Israeliti. Non poteva perdonare anche lui?
La terza riguarda un episodio precedente molto simile. In Esodo 17 Dio aveva ordinato esplicitamente a Mosè di colpire la roccia con il bastone per farne uscire acqua. Come poteva essere colpevole per aver fatto quarant’anni dopo qualcosa che Dio stesso gli aveva comandato in passato?
A questo punto Rabbi Jonathan Sacks propone una spiegazione innovativa. Secondo lui, il problema non fu tanto l’atto in sé, quanto il cambiamento generazionale che Mosè non colse. Quarant’anni prima il popolo era formato da ex schiavi appena usciti dall’Egitto. Ora, invece, la generazione che si trovava davanti a lui era nata libera nel deserto. E qui sta la differenza fondamentale: gli schiavi rispondono agli ordini; gli uomini liberi devono essere educati. Gli schiavi comprendono il linguaggio del bastone. Gli uomini liberi comprendono il linguaggio della parola. Per questo Dio, questa volta, non disse «colpisci la roccia», ma «parla alla roccia».
Il gesto richiesto era simbolico. Il bastone rappresentava l’autorità e la coercizione necessarie a guidare una popolazione di schiavi. La parola rappresentava invece il dialogo e la responsabilizzazione necessari per guidare uomini liberi.
Mosè, di fronte alla crisi, reagì secondo il modello che aveva funzionato quarant’anni prima. Applicò una soluzione del passato a una realtà nuova. Non fu un peccato morale. Fu il segno che il suo tempo come leader stava terminando.
Mosè era stato l’uomo adatto per liberare gli schiavi. Giosuè sarebbe stato l’uomo adatto per guidare una generazione libera nella conquista della terra. Secondo questa lettura, dunque, Mosè non fu punito. Semplicemente, nessun leader, per quanto grande, può guidare tutte le generazioni. Ogni epoca richiede il proprio tipo di leadership.
La grandezza di Mosè fu anche nel comprendere questo limite e nel chiedere lui stesso a Dio di nominare un successore. Da qui emerge una lezione universale. Per ciascuno di noi esiste un Giordano che non attraverseremo mai. Nessuno può completare ogni compito iniziato nella vita.
Come insegnò Rabbi Tarfon: «Non spetta a te completare l’opera, ma non sei libero di sottrarti ad essa.» Ciò che iniziamo sarà completato da altri, purché abbiamo saputo insegnare loro come proseguire. Mosè fu il più grande leader della storia ebraica, ma soprattutto fu il più grande maestro. La sua leadership durò quarant’anni. Il suo insegnamento dura da oltre tremila anni.
Per questo lo chiamiamo Moshe Rabbenu, «Mosè nostro maestro», più che «Mosè nostro leader». La lezione della roccia è che la leadership deve sempre essere adatta al proprio tempo. Un maestro può vivere nel mondo dei testi antichi e delle speranze future. Un leader, invece, deve saper ascoltare la musica della propria epoca e rispondere ai bisogni del presente.
I più grandi leader sono coloro che conoscono il passato del loro popolo, credono nel suo futuro e sanno accompagnarlo nel cammino tra i due.
E, come Mosè comprese più profondamente di chiunque altro, i grandi leader sono anche grandi insegnanti: persone che danno agli altri la capacità di continuare l’opera che hanno iniziato.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl
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PARASHAT BALAK

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
La storia di Bilam, il profeta pagano, inizia con un insieme sconcertante di non sequitur. Essa coinvolge una sequenza di eventi che sembra non avere alcuna logica.
Per prima cosa, il contesto. Gli Israeliti si stanno avvicinando alla fine dei loro quarant’anni nel deserto. Hanno già combattuto e vinto guerre contro Sichon, re degli Amorrei, e Og, re di Bashan. Sono arrivati nelle pianure di Moav – oggi, la Giordania meridionale nel punto in cui tocca il Mar Morto. Balak, re di Moav, è preoccupato, e condivide la sua angoscia con gli anziani di Midian. Il linguaggio che la Torà usa a questo punto è precisamente reminiscente della reazione degli Egiziani all’inizio del libro dell’Esodo.
[Il Faraone egiziano] disse al suo popolo: «Ecco, i figli d’Israele sono più numerosi e più potenti di noi…» e provò disgusto per i figli d’Israele. (Esodo 1:9-12) [Balak, il re di Moav] ebbe molta paura a causa del popolo, perché era numeroso, e Moav provò disgusto per i figli d’Israele. (Numeri 22:3)La strategia che Balak adotta è quella di cercare l’aiuto del noto veggente e indovino, Bilam. Ancora una volta vi è un richiamo letterario, questa volta alle parole di Dio ad Abramo: Dio ad Abramo: «Benedirò coloro che ti benediranno, e coloro che ti malediranno io maledirò.» (Genesi 12:3)
Balak a Bilam: «So che chiunque tu benedica è benedetto e chiunque tu maledica è maledetto. (Numeri 22:6)
Questa volta il parallelismo è ironico (in effetti la storia di Bilam è piena di ironia). Nel caso di Abramo, era Dio che benediceva. Nel caso di Bilam, si pensava che il potere risiedesse in Bilam stesso. In realtà la precedente dichiarazione di Dio ad Abramo prefigura già il destino di Moav: colui che cerca di maledire Israele sarà egli stesso maledetto.
Il contesto storico della narrazione di Bilam è ben attestato. Sono stati trovati diversi frammenti di ceramica egizia risalenti al secondo millennio a.E.V. contenenti testi di esecrazione – maledizioni – diretti contro città cananee. Era usanza tra gli Arabi preislamici assumere poeti ritenuti sotto influenza divina affinché componessero maledizioni contro i loro nemici.
Per quanto riguarda Bilam stesso, una scoperta significativa fu fatta nel 1967. Un’iscrizione su intonaco sul muro di un tempio a Deir Alla, in Giordania, fu trovata contenere un riferimento alla visione notturna di un veggente chiamato Bilam – il più antico riferimento nelle fonti archeologiche a un individuo nominato nella Torah. Così, sebbene la storia stessa contenga elementi di parabola, essa appartiene a un contesto definito di tempo e luogo.
Il carattere di Bilam rimane ambiguo, sia nella Torà sia nella successiva tradizione ebraica. Era un indovino (che leggeva presagi e segni) oppure uno stregone (che praticava arti occulte)? Era un vero profeta oppure un impostore? Acconsentiva alle benedizioni divine poste nella sua bocca oppure desiderava maledire Israele? Secondo alcune interpretazioni midrashiche era un grande profeta, uguale in statura a Mosè. Secondo altre, era uno pseudo-profeta con un «occhio malvagio» che cercava la rovina di Israele. Ciò che desidero esaminare qui non è né Bilam né le sue benedizioni, ma il preambolo della storia, perché è qui che emerge uno dei problemi più profondi, vale a dire: che cosa voleva Dio che Bilam facesse? È un dramma in tre scene.
Nella prima, arrivano emissari da Moav e Midian. Essi espongono la loro missione. Vogliono che Bilam maledica gli Israeliti. La risposta di Bilam è un modello di correttezza: «Passate qui la notte», dice, «mentre consulto Dio». La risposta di Dio è inequivocabile: Ma Dio disse a Bilam: «Non andare con loro. Non devi porre una maledizione su quel popolo, perché essi sono benedetti.» (Numeri 22:12)
Obbedientemente, Bilam rifiuta gli emissari. Balak allora raddoppia i suoi sforzi. Forse messaggeri più illustri e la promessa di una ricompensa significativa persuaderanno Bilam a cambiare idea? Egli invia un secondo gruppo di emissari e doni. La risposta di Bilam è esemplare: “Anche se Balak mi desse il suo palazzo pieno d’argento e d’oro, non potrei fare nulla, grande o piccolo, per oltrepassare il comando del Signore, mio Dio.” (Numeri 22:18)
Tuttavia, aggiunge una clausola fatale: “Ora restate qui questa notte come hanno fatto gli altri, e scoprirò che cosa altro il Signore mi dirà. (Numeri 22:19) L’implicazione è chiara. Bilam sta suggerendo che Dio possa cambiare idea. Ma questo è impossibile. Non è ciò che Dio fa. Eppure, con nostra sorpresa, questo è ciò che Dio sembra fare: Quella notte Dio venne da Bilam e disse: «Poiché questi uomini sono venuti a convocarti, va’ con loro, ma fa’ soltanto ciò che ti dirò. (Numeri 22:20)
Problema 1: dapprima Dio aveva detto: «Non andare.» Ora dice: «Va’.» Il Problema 2 appare immediatamente: Bilam si alzò al mattino, sellò la sua asina e andò con i principi di Moav. Ma Dio era molto adirato perché egli andò, e l’angelo del Signore si pose sulla strada per ostacolarlo. Bilam cavalcava la sua asina e i suoi due servitori erano con lui. (Numeri 22:21-22)
Dio dice: «Va’.» Bilam va. Poi Dio è molto adirato. Dio cambia idea – non una ma due volte nel corso di una singola narrazione? La mente vacilla. Che cosa sta succedendo qui? Che cosa dovrebbe fare Bilam? Che cosa vuole Dio? Non c’è spiegazione.
Invece la narrazione si sposta alla famosa scena dell’asina di Bilam – essa stessa un mistero che necessita di interpretazione: Quando l’asina vide l’angelo del Signore fermo sulla strada con una spada sguainata in mano, si allontanò dalla strada entrando in un campo. Bilam la colpì per farla tornare sulla strada.
Poi l’angelo del Signore si fermò in un sentiero stretto tra due vigne, con muri da entrambi i lati. Quando l’asina vide l’angelo del Signore, si strinse contro il muro, schiacciando il piede di Bilam contro di esso. Così egli la colpì di nuovo.
Poi l’angelo del Signore andò più avanti e si fermò in un luogo stretto dove non c’era spazio per voltarsi né a destra né a sinistra. Quando l’asina vide l’angelo del Signore, si sdraiò sotto Bilam, ed egli si adirò e la colpì con il suo bastone. Allora il Signore aprì la bocca dell’asina, ed essa disse a Bilam: «Che cosa ti ho fatto perché tu mi abbia colpita queste tre volte?»
Bilam rispose all’asina: «Mi hai reso ridicolo! Se avessi una spada in mano, ti ucciderei subito.»
L’asina disse a Bilam: «Non sono forse la tua asina, che hai sempre cavalcato fino ad oggi? Ho mai avuto l’abitudine di comportarmi così con te?» «No», disse lui. Allora il Signore aprì gli occhi di Bilam, ed egli vide l’angelo del Signore fermo sulla strada con la spada sguainata. Così si inchinò profondamente e cadde con la faccia a terra. (Numeri 22:23-31)
I commentatori offrono vari modi per risolvere le apparenti contraddizioni tra la prima e la seconda risposta di Dio. Secondo Nahmanide, la prima affermazione di Dio, «Non andare con loro», significava: «Non maledire gli Israeliti.» La seconda – «Va’ con loro» – significava: «Va’, ma rendi chiaro che dirai soltanto le parole che io metterò nella tua bocca, anche se saranno parole di benedizione.» Dio era adirato con Bilam non perché era andato, ma perché non aveva detto loro questa condizione.
Nel diciannovesimo secolo, Malbim e Rabbi Zvi Hirsch Mecklenberg suggerirono una risposta diversa basata su una stretta analisi testuale. Il testo ebraico usa due parole diverse per «con loro» nella prima e nella seconda risposta divina. Quando Dio dice: «Non andare con loro», l’ebraico è imahem. Quando in seguito dice: «Va’ con loro», la parola corrispondente è itam. Le due preposizioni hanno significati sottilmente differenti. Imahem significa «con loro mentalmente oltre che fisicamente», condividendo i loro piani. Itam significa «con loro fisicamente ma non mentalmente»; in altre parole Bilam poteva accompagnarli ma non condividere il loro scopo o la loro intenzione.
Dio si adira quando Bilam va, perché il testo afferma che egli andò im – con – loro; in altre parole, si identificò con la loro missione. Questa è una soluzione ingegnosa. L’unica difficoltà è il versetto 35, nel quale l’angelo di Dio, dopo aver aperto gli occhi di Bilam, alla fine gli dice: «Va’ con gli uomini.» Secondo Malbim e Mecklenberg, questo è precisamente ciò che Dio non voleva che Bilam facesse.
La risposta più profonda è anche la più semplice. La parola più difficile da ascoltare in qualsiasi lingua è la parola «No».
Bilam aveva chiesto a Dio una volta. Dio aveva detto «No». Questo avrebbe dovuto bastare. Eppure Bilam chiese una seconda volta. In quell’atto risiedeva la sua fatale debolezza di carattere. Egli sapeva che Dio non voleva che andasse. Eppure invitò il secondo gruppo di messaggeri a fermarsi per la notte nel caso in cui Dio avesse cambiato idea.
Dio non cambia idea. Perciò il ritardo di Bilam diceva qualcosa non riguardo a Dio, ma riguardo a lui stesso. Egli non aveva accettato il rifiuto divino. Voleva sentire la risposta «Sì» – ed è proprio ciò che sentì. Non perché Dio volesse che andasse, ma perché Dio parla una volta e, se noi rifiutiamo di accettare ciò che Egli dice, Dio non impone la Sua volontà su di noi. Come affermano i Saggi del Midrash: “L’uomo è condotto lungo la strada che sceglie di percorrere.”
Il vero significato della seconda risposta di Dio, «Va’ con loro», è: «Se insisti, allora non posso impedirti di andare – ma sono adirato perché tu abbia chiesto una seconda volta.»
Dio non cambiò idea in nessun momento della vicenda. Nelle scene 1, 2 e 3, Dio non voleva che Bilam andasse. Il Suo «Sì» nella scena 2 significava «No» – ma era un «No» che Bilam non poteva ascoltare e non era disposto ad ascoltare.
Quando Dio parla e noi non ascoltiamo, Egli non interviene per salvarci dalle nostre scelte. “L’uomo è condotto lungo la strada che sceglie di percorrere.”
Ma Dio non era disposto a lasciare che Bilam procedesse come se avesse il consenso divino. Invece predispose la più elegante dimostrazione possibile della differenza tra vera e falsa profezia.
Il falso profeta parla.
Il vero profeta ascolta.
Il falso profeta dice alle persone ciò che vogliono sentire.
Il vero profeta dice loro ciò di cui hanno bisogno di sentire.
Il falso profeta crede nei propri poteri
Il vero profeta sa di non avere alcun potere.
Il falso profeta parla con la propria voce.
Il vero profeta parla con una voce che non è la sua («Non sono un uomo di parole», dice Mosè; «Non so parlare perché sono un ragazzo», dice Geremia).
L’episodio di Bilam e dell’asina parlante è puro umorismo e, come ho sottolineato in precedenza, c’è una sola cosa che provoca la risata divina, vale a dire la presunzione umana.
Bilam aveva acquisito fama come il più grande profeta del suo tempo. La sua fama si era diffusa fino a Moav e Midian. Era conosciuto come l’uomo che possedeva i segreti della benedizione e della maledizione.
Ora Dio procede a mostrare a Bilam che, quando Egli lo sceglie, persino la sua asina è una profetessa più grande di lui. L’asina vede ciò che Bilam non può vedere: l’angelo fermo sul sentiero che blocca la strada. Dio umilia chi si attribuisce importanza, proprio come dà importanza agli umili. Quando gli esseri umani pensano di poter dettare ciò che Dio dirà, Dio ride. E, in questa occasione, ridiamo anche noi.
Alcuni anni fa, stavo realizzando un programma televisivo per la BBC. Il problema che mi trovavo ad affrontare era questo.
Volevo realizzare un documentario sulla teshuvah, il pentimento, ma dovevo farlo in un modo che fosse comprensibile ai non ebrei oltre che agli ebrei, anzi, persino a coloro che non avevano alcuna fede religiosa.
Quale esempio potevo scegliere che illustrasse il punto? Decisi che un modo per farlo fosse osservare la dipendenza dalla droga e il recupero. I tossicodipendenti sviluppano comportamenti che sanno essere autodistruttivi, ma che fanno parte del loro stile di vita.
Spezzare queste abitudini richiede immense riserve di volontà.
Un tossicodipendente che cerca di affrontare questi comportamenti autodistruttivi deve riconoscere che la vita che ha condotto è dannosa per sé stesso e per gli altri, e che deve cambiare. Questo mi sembrava un equivalente laico della teshuvah, che avrebbe potuto illustrare il messaggio agli spettatori.
Trascorsi una giornata in un centro di riabilitazione, ed era straziante.
I giovani lì presenti – avevano tra i 16 e i 18 anni – provenivano tutti da famiglie distrutte.
Molti di loro avevano subito abusi.
A parte gli operatori del centro, non avevano alcuna rete di sostegno. Il personale era composto da persone eccezionali.
Il loro compito era straordinariamente difficile.
Riuscivano a far interrompere la dipendenza per giorni, per settimane alla volta, fino a quando poi i ragazzi ricadevano e l’intero processo doveva ricominciare da capo.
Cominciai a rendermi conto che la loro pazienza era poco meno che una controparte umana della pazienza che Dio ha con noi.
Per quante volte falliamo e dobbiamo ricominciare, Dio non perde la fiducia in noi, e questo ci dà forza. Qui c’erano persone che stavano compiendo l’opera di Dio.
Chiesi alla direttrice del centro – un’assistente sociale – che cosa fosse ciò che offriva ai giovani per fare la differenza nelle loro vite e dare loro la possibilità di cambiare.
Non dimenticherò mai la sua risposta, perché fu una delle più belle che abbia mai sentito. “Probabilmente siamo le prime persone che abbiano incontrato che si prendono cura di loro in modo incondizionato. E siamo le prime persone nella loro vita a cui importava abbastanza da dire: “No”.”
«No» è la parola più difficile da ascoltare, ma è anche spesso la più importante – ed è il segno che qualcuno si prende cura di noi. Questo è ciò che Bilam, umiliato, alla fine imparò e ciò che anche noi dobbiamo scoprire se vogliamo essere aperti alla Voce di Dio.
Di rabbi Jonathan Sacks zzl



