Fra trauma e nevrosi: la letteratura israeliana come specchio di un malessere

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di Cyril Aslanov

[Ebraica. Letteratura come vita]

Fra 1948 e 1951 la popolazione ebraica di Israele passò da circa 800.000 abitanti a più del doppio, con l’arrivo massiccio di molti sopravvissuti alla Shoah. Questo significa che, statisticamente, una grande proporzione degli israeliani attuali ha una storia famigliare legata ai ricordi traumatici dei campi di sterminio o della vita clandestina fra i partigiani nelle foreste dell’Europa orientale, oppure in altri luoghi nascosti di un continente i cui gli ebrei furono rastrellati, internati e massacrati. Purtroppo il trauma persiste anche dopo la creazione di uno Stato ebraico sovrano e fiero.

Fra i conflitti che sono durati pochi giorni o poche settimane e le lunghe guerre di attrito, il tasso dei soldati morti per la patria è esorbitante per una popolazione che solo nel 2025 ha oltrepassato la soglia dei 10 milioni di abitanti.

La letteratura israeliana riflette le angosce legate al passato della Seconda guerra mondiale e alle guerre più recenti. Si pensi ai romanzi brevi e densi di Aharon Appelfeld per quanto riguarda la vita e la morte nell’Europa occupata; ai poemi del suo compatriota bucoviniano Dan Pagis, nonché alla tematica della Shoah come memoria trasmessa a livello della famiglia o del collettivo in opere più moderne come nel romanzo Bandit (Canaglia) di Itamar Orlev (2015 nell’originale ebraico, 2022 in traduzione italiana) di cui ho parlato nella rubrica di agosto 2022. Anche da Abraham B. Yehoshua, un autore generalmente più sereno degli altri scrittori israeliani, si trova un riferimento alla Shoah attraverso l’incontro del soldato tedesco Egon Brunner e della guida ebrea Efrayim Mani a Creta nel 1944. E in questo brevissimo elenco delle opere adombrate dal ricordo della Shoah non si può dimenticare Vedi alla voce: amore di David Grossman (1986 nell’originale ebraico, 1988 in traduzione italiana). È molto sintomatico che l’irruzione dei ricordi della Shoah nell’orizzonte di un ragazzino israeliano accade quando il nonno, liberato da un manicomio, viene a sistemarsi nel piccolo appartamento del giovane narratore Momik.

L’alternativa all’ossessione traumatica o post-traumatica è l’aspirazione a una normalità che si trasforma facilmente in banalità. Pure noiosa e deprimente, questa banalissima normalità rappresenta un valore positivo poiché è sempre preferibile all’angosciante impossibilità di liberarsi di ricordi legati alla morte, alla paura e alla distruzione. Eppure a medio termine l’aspirazione molto israeliana ad una vita normale rischia di generare una noia mortifera di cui l’odierna letteratura israeliana si fa spesso l’eco. Già in Michael mio di Amos Oz (1968 nell’originale ebraico, 1975 in traduzione italiana) si dipinge una vita deprimente e grigia in una Gerusalemme invernale minacciata dai cecchini giordani.

Di fronte a questo groviglio fra trauma e noia che lascia così poco spazio a sentimenti positivi, la letteratura israeliana riesce difficilmente a fornire una via di uscita. È sintomatico che due voci importanti dell’attuale letteratura israeliana – Eshkol Nevo e Ayelet Gundar Goshen – siano entrambi legati alla psicologia: il primo ha studiato questa disciplina all’università di Tel Aviv e la seconda è psicologa di professione.

La congiunzione del ricordo traumatico della Shoah con l’aspirazione ad una normalità felicemente noiosa fu perfettamente raggiunta dalla talentuosa scrittrice di gialli Batya Gur (1947-2005) di cui ho già parlato nella rubrica di marzo 2025. Nata a Tel Aviv nel 1947 in una famiglia di sopravvissuti alla Shoah, si sposò con uno psicologo. La tematica psicologica è importante nella sua opera romanzesca. Il suo primo giallo Delitto di una mattina di sabato (1988 nell’originale ebraico; 1993 in traduzione italiana) è ambientata nella società psicoanalitica israeliana ed è legato al manicomio di Talbiye a Gerusalemme. Le traduttrici del romanzo in francese, Jacqueline Carnaud e Laurence Sendrowicz, hanno aggiunto un sottotitolo al titolo dell’opera nella versione francese: Le meurtre du samedi matin: un roman psychanalytique. È interessante che l’ispettore di polizia Michael Ohayon che riappare in tutti i romanzi di Batya Gur sia un israeliano di origine marocchina. Come discendente di ebrei marocchini, la sua storia personale non è legata alla Shoah. Tuttavia, la banalità noiosa che deriva della sete di normalità, conseguenza dei traumi collettivi, ha reso questo sagace poliziotto profondamente nevrastenico.

Un’altra illustrazione dell’importanza della psicoanalisi in una società sotto trauma e spesso depressa viene dal mondo delle serie televisive: la telenovela BeTipul “In terapia” con Asi Dayan, il figlio di Moshe Dayan, nella parte dello psicoanalista Reuven Dagan, il cui cognome sembra una variazione di Dayan, e la leggendaria Gila Almagor. La serie diffusa fra il 2005 e 2008 (più o meno dopo la fine della seconda Intifada, altro evento traumatico della storia recente di Israele) è stata adattata in molti paesi. In questi adattamenti è stata ripresa la formulazione del titolo originale, tranne nell’adattamento romeno, il cui titolo contiene un’interpretazione eloquente dei contenuti: in deriva.