di Ester Moscati
Nell’ambiente intellettuale, gli psicologi e gli psicanalisti sono particolarmente coinvolti nell’affrontare la crisi sociale e culturale di un periodo storico che ha un forte impatto sulla salute psicofisica delle persone. Ne abbiamo parlato con Ronny Jaffè, presidente della Società Psicoanalitica Italiana
La violenza, la guerra e nel caso degli ebrei (ma non solo) l’antisemitismo, generano ansia e confusione che spesso sfociano nella necessità e quindi nella richiesta di terapie psicoanalitiche o quantomeno psicologiche. Ne abbiamo parlato con Ronny Jaffè, presidente della Società Psicoanalitica Italiana
Quanto è grave a suo avviso, l’aspetto del rapporto umano e professionale in un periodo segnato da conflitti e tensioni crescenti?
Per rispondere a questa domanda e alle successive credo sia utile fare una breve premessa su quale sia il mio rapporto con l’ebraismo ed il mondo ebraico; diversamente infatti temo che le mie risposte possano apparire poco chiare. Quindi, pur non essendo un ebreo praticante in senso stretto, mi sento molto legato alla cultura, alle tradizioni e all’identità ebraica e ho sempre dato molto valore agli stimoli umani, intellettuali, artistici, culturali e scientifici di cui il mondo ebraico è impregnato.
Quindi nel cercare di osservare questa situazione così tragica e drammatica di questi anni con spirito aperto e libero credo che bisogna fare un’attenta distinzione tra quello che è l’atteggiamento, la posizione, l’humus antisemita rispetto a quella che è una critica anche dura alle politiche del governo israeliano, perché altrimenti ho l’impressione che vi sia il rischio di confondere ciò che è l’antisemitismo con l’opposizione alle politica dell’attuale establishment. Secondo me, se gli ebrei, ma anche persone molto vicine all’ebraismo, si pongono in una posizione acriticamente schierata con la politica israeliana attuale questo fatto, a mio avviso, rischia di isolare ancora di più gli ebrei e Israele. A mio avviso una critica costruttiva aiuta anche a pensare a come poter suggerire, pur nel proprio piccolo e senza pretese, adeguate proposte politiche proprio in difesa di Israele. Ci vuole una posizione dialettica e un rispettoso e libero scambio di opinioni per quanto divergenti.
Come presidente della Società Psicoanalitica Italiana, ho fatto un intervento nella SPI, mettendo in evidenza quelle che ritenevo fossero alcune criticità del governo israeliano, in primis il fatto di far rientrare l’applicazione della pena di morte. Personalmente sono contro la pena di morte dovunque, sempre e comunque. Inoltre credo anche si possa pensare che i detrattori dello Stato di Israele vedano la pena di morte come un qualcosa di discriminatorio se viene applicata solo nei confronti dei palestinesi. Detto ciò per me la pena di morte è qualcosa di ingiustificabile in qualunque Stato democratico.
Comunque la riaccensione dell’antisemitismo, che strumentalizza ad esempio la re-introduzione della pena di morte e le violenze in Cisgiordania, è molto grave; lo abbiamo visto anche solo a Milano in quella vicenda orribile della manifestazione del 25 aprile dove gli ebrei sono stati insultati, chiamati “saponette” e buttati fuori dal corteo. Se c’è una “recrudescenza” è perché l’antisemitismo sottotraccia esiste; magari è stato silente per anni e adesso è ritornato.
Alcuni pazienti si trovano di fronte a professionisti che a volte hanno sposato una posizione politica che li pone nel campo avverso, nel campo degli antisemiti, o quantomeno “antisionisti”, creando un conflitto evidente.
Non c’è una vera casistica ma si deve distinguere tra uno psicoanalista che lavora all’interno del proprio studio professionale piuttosto che all’interno di un’istituzione psichiatrica oppure quando ha un ruolo di comunicazione con il mondo esterno. Sarebbe gravissimo se uno psicoterapeuta o uno psicologo o uno psichiatra dichiarasse le proprie posizioni politiche ad un paziente. Non è compito di uno psicanalista dire ciò che pensa contro Israele o a favore di Israele. Lui è deputato ad aiutare un paziente ad affrontare i propri conflitti personali. Credo che quasi tutti i pazienti, almeno pensando ai pazienti che ho io, ma anche di tanti colleghi, se vengono in terapia è per far fronte alla loro psicopatologia, depressione, panico, problemi scolastici, problemi di coppia e così via. Quello che io osservo quotidianamente è che il paziente viene in terapia perché deve affrontare delle cose sue intime che gli arrecano sofferenza e disagio psicologico; nella mia esperienza è molto raro che il paziente si metta ad esternare questioni politiche; però se le esterna penso che un bravo analista dovrebbe non entrare in una dialettica “sono con te o sono contro di te”, ma capire perché dice questa cosa. Cerco di capire per quale motivo lui o lei sentono l’esigenza di parlarmi di politica; se questo avviene, spesso riguarda o aspetti di provocazione verso l’analista o di ricerca di una complicità con lei/lui; si tratta di non entrare nel tranello: cosa diversa è se il parlare di un tema politico è l’espressione di angoscia, paura, rabbia, vulnerabilità impotente oppure il sintomo di fattori traumatici, anche lontani nel tempo, di cui l’analista deve occuparsi.
Ho letto il libro di Grossman Con gli occhi del nemico che mi ha molto ispirato per comprendere quale è il nemico interno dentro di noi, mascherato da nemico esterno, che dobbiamo raggiungere, elaborare e bonificare.
Diverso è il discorso se lo stesso analista riveste un ruolo pubblico, interviene sui giornali o in un dibattito televisivo o in una conferenza. Uno spazio cioè in cui la sua mente è chiamata non soltanto come psicanalista ma anche come cittadino che esprime le sue posizioni con spirito dialettico e dialogico per aprirsi all’altro diverso da sé.
Sono state però segnalate, all’interno della Società psicanalitica, da parte di colleghi, prese di posizione molto forti che sono diventate anche insulti antisemiti.
Non è una cosa diffusa; ci sono pochi colleghi che esprimono posizioni di questo tipo che sono sempre molto collegati a quello che fa lo Stato di Israele. C’è stata una spinta a prendere posizione rispetto a quello che capitava a Gaza, tra marzo e maggio dell’anno scorso, dopodiché la situazione si è ridimensionata. Oggi come oggi, parlando con tantissimi colleghi a livello personale, la maggior parte sono stufi di questa diatriba. Inoltre, noi apparteniamo all’Associazione Psicanalitica Internazionale che raccoglie un numero molto ampio di società dell’Europa, del Nordamerica, del Sudamerica e un po’ in Asia. Israele fa parte dell’Europa. È stato ribadito dall’Associazione Psicoanalitica Internazionale che le società psicoanalitiche sono esclusivamente scientifiche, non possono prendere alcuna posizione politica, perché questo creerebbe delle grosse frammentazioni. Questa è la posizione ufficiale presa nel mese di agosto 2025 e nasce dal fatto che quattro anni fa, quand’era scoppiata la guerra tra la Russia e l’Ucraina era stata presa una posizione che ha creato dei problemi molto seri a causa di forti polarizzazioni che nulla c’entravano con temi clinici e scientifici.
Sia pure come dice, si tratta di un fenomeno limitato, ma come è possibile che si sia verificata questa situazione all’interno del mondo psicoanalitico che è considerato “Scienza Ebraica” per eccellenza?
Ribadisco che è un fenomeno limitato. Ci sono tante società che sono proprio intitolate a Sigmund Freud, ma comunque c’è da fare una nota storica sul tema della psicoanalisi come “scienza ebraica” perché il termine non nasce da Freud e non l’ha definita Freud così, egli anzi la prende a prestito in senso ironico, perché era una definizione partita dagli antisemiti tedeschi ostili a lui e alla psicoanalisi. I primi psicoanalisti erano soprattutto ebrei, è vero, però Freud contemporaneamente era anche molto preoccupato dall’idea che fosse proprio etichettata così, che andasse in quella direzione, tant’è che voleva affidare a Jung la sua “eredità”. Poi le cose sono andate diversamente, David Meghnagi ha scritto un libro straordinario su questo, Freud, Jung, Sabina Spielrein e «la faccenda nazionale ebraica». Io direi che la psicoanalisi è nata da Freud e dai primi fondatori pressoché tutti ebrei, però oggi come oggi non si direbbe che la psicoanalisi è una Scienza Ebraica, perché la maggior parte degli psicoanalisti non sono ebrei, anche nella nostra società credo che ci siano al massimo 15 ebrei.
A livello di relazioni, avete scambi con colleghi israeliani? Come sono i rapporti?
Nella mailing-list è comparsa una lettera inviata da un gruppo molto cospicuo di psicoanalisti israeliani che esprimevano un senso di disagio, di solitudine e di inquietudine, rispetto a quelle che erano le politiche governative, condannando in maniera particolare il tema della pena di morte e le aggressioni dei coloni sui palestinesi in Cisgiordania. Parlo di psicoanalisti ma anche di tantissimi intellettuali e cittadini israeliani che sono molto preoccupati di quello che sta accadendo.
Sono preoccupati a livello politico per Israele o anche per il risorgere di sentimenti antisemiti, antichi e profondi nelle società europee?
Direi che gli psicoanalisti israeliani sono preoccupati di quello che può succedere in Israele; si sta creando anche un rischio all’interno della società israeliana di polarizzazioni molto forti, tra sostenitori delle politiche governative e i movimenti critici verso il governo. Credo che siano comunque anche empatici rispetto a quello che possono essere le conseguenze per gli ebrei della diaspora, però è anche ovvio che pensino in questo momento a loro, ai propri figli, ai propri cari in Israele e a quello che sarà il futuro destino del paese.
Il presidente di Israele Isaac Herzog ha parlato di un “rischio di brutalizzazione” della società israeliana.
Esatto, credo che il presidente abbia ben interpretato quel che sta avvenendo all’interno dei movimenti intellettuali, culturali e sociali.
La reazione alla lettera della Società psicoanalitica prima citata è stata molto positiva, da parte praticamente di tutti. Il tema della pena di morte, secondo me non è un appello politico ma etico; rientra in una dimensione etica. C’è stata una forte solidarietà da parte dei colleghi italiani verso gli israeliani su questo tema. Tieni conto che la nostra società è composta da 1050 soci ma pubblicamente quelli “molto sensibili” ed attivi a questo discorso non sono più di una cinquantina. So che in Inghilterra c’è stata una richiesta di schierarsi, da parte di un movimento all’interno della Società Psicoanalitica Britannica, dove peraltro ci sono anche diversi psicoanalisti ebrei, “Psicoanalisti per la Palestina”. Invece ti racconto un aneddoto che mi ha molto colpito: c’è stato un congresso internazionale di psicoanalisi l’estate scorsa e in una tavolata c’era una collega europea che a un certo punto si è rivolta ai colleghi sudamericani, dicendo, “ma voi che dite per Gaza?” e questi colleghi hanno risposto, “ma per noi è molto lontano, il nostro problema è la guerra contro i narco-trafficanti”. Per dire che abbiamo una percezione diversa del “vicino” e del “lontano” e anche quello andrebbe analizzato.
Pensa che gli psicoanalisti abbiano riflettuto a sufficienza e dibattuto, come comunità scientifica, sulle angosce che percorrono in questi tempi le persone, gli ebrei in particolare e la società nel suo insieme? Qual è l’impatto a livello psicologico di un bombardamento mediatico volto più a colpire che a spiegare il dramma della guerra?
Vorrei ricordare che subito dopo il massacro del 7 ottobre vi sono state diverse iniziative nella Società per cercare di comprendere quello che è l’indecidibile, termine spesso riferito alla Shoah, l’abisso puro ed assoluto. Si è provato a farlo utilizzando sia la chiave storica sia la chiave psicoanalitica del perché del male assoluto, della pura distruttività nell’uomo e nel gruppo; in particolare si è cercato di affrontare l’odio e il pregiudizio antisemita nel corso dei millenni e il riacutizzarsi di questo odio a distanza di 80 anni dalla Shoah.
Successivamente il tema della violenza è andato orientandosi sugli eventi in corso a Gaza e poi in Cisgiordania ed in Libano.
E qui mi posso riallacciare alla seconda parte della domanda poiché l’impatto ed il bombardamento mediatico ha messo quasi unicamente il focus sugli attacchi commessi dagli israeliani offuscando la terribile violenza commessa dai movimenti terroristi tesi alla distruzione di Israele. È una questione enorme perché chi gestisce i media sa bene che può inoculare e contagiare, in modo rapido e simultaneo, individui e gruppi che fanno costante riferimento ai social, alle chat e ai diversi sistemi informatici. Già con il celebre testo Psicologia di massa ed Analisi dell’Io (1921) Freud mise in evidenza i meccanismi inconsci di identificazione tra la massa e un leader onnipotente che può essere incarnato da una persona ma anche da un’idea. A distanza di oltre cento anni, con l’introduzione delle piattaforme tecnologiche, leaders o idee perverse, distruttive, di odio che possono essere poste in maniera suadente ed attrattive provocano un contagio iperbolico ed esponenziale che può essere arginato con strumenti adeguati, sofisticati, moderni e con la capacità di non appiattirsi su una comunicazione simmetricamente guerrafondaia o vendicativa ma con quell’estro di pensiero che, anche nelle condizioni più tragiche, illumina il senso della vita propria ed altrui.



