di Pietro Baragiola
“Il terrorismo contemporaneo non sopravvive soltanto grazie all’ideologia ma attraverso complesse economie criminali transnazionali capaci di generare flussi di denaro continui e di nasconderli dietro altre operazioni”, sostiene l’esperto. In America Latina l’organizzazione collabora con i cartelli della droga, ma ricorre anche al commercio illecito di reperti archeologici ed è coinvolta in reti criminali globali responsabili di traffico di umani, diamanti, opere d’arte e organi.
Mercoledì 27 maggio il Teatro Franco Parenti di Milano ha ospitato l’incontro “Economia del terrorismo: attori, finanziamenti, reti, infrastrutture e responsabilità” con protagonista Emanuele Ottolenghi che ha focalizzato il suo intervento sui flussi economici che sostengono il terrorismo internazionale.
Senior Fellow presso la Foundation for Defense of Democracies di Washington, Ottolenghi ha elaborato gran parte delle sue ricerche seguendo i ricavi dei gruppi come Hezbollah, Hamas e lo Stato islamico e, durante la conferenza di mercoledì, ha insistito su un concetto ben preciso: “il terrorismo contemporaneo non sopravvive soltanto grazie all’ideologia ma attraverso complesse economie criminali transnazionali capaci di generare flussi di denaro continui e di nasconderli dietro altre operazioni.”
America Latina, cartelli e Hezbollah

Gran parte dell’incontro è stata dedicata all’America Latina, indicata come area strategica nell’intreccio tra criminalità organizzata e terrorismo. Ottolenghi ha spiegato come l’agenzia federale antodroga statutinense DEA abbia iniziato ad intuire questi collegamenti già nel 2005 attraverso intercettazioni telefoniche che mostravano rapporti sempre più stretti tra i narcotrafficanti e le reti sciite legate al Libano.
“Ben 120 intercettazioni di quell’anno erano in arabo” ha affermato il relatore. “Grazie all’aiuto di specialisti e interpreti la DEA è riuscita a lanciare una serie di attività investigative che hanno portato a due importanti operazioni nel 2011 e nel 2016 contro queste reti terroristiche, le quali gestivano denaro attraverso il traffico internazionale della droga e delle auto usate.”
È stato l’ex capo operativo della DEA, Michael Braun, a denunciare il rischio di convergenza tra narcotraffico e organizzazioni terroristiche, definendo Hezbollah “la più sofisticata macchina di riciclaggio mai vista” e raccontando al Congresso americano che questa organizzazione spostava “tonnellate di cocaina” tra Sud America ed Europa: “i terroristi vanno negli stessi locali dei narcotrafficanti, frequentano gli stessi bordelli, casinò e scambiano denaro sporco.”
Come precisato da Ottolenghi, i cartelli collaborano con Hezbollah non per mera affinità ideologica ma per convenienza reciproca: i narcotrafficanti, infatti, ottengono reti logistiche, documenti falsi, riciclaggio e accesso a circuiti finanziari paralleli, mentre Hezbollah, dal canto suo, usa gli introiti di queste attività, che secondo le stime arriverebbero fino a 1 miliardo di dollari annui, per finanziare le proprie milizie, strutture sociali e sistemi di propaganda.
I finanziamenti di Hezbollah

Ottolenghi ha poi allargato la sua ricerca ad altri canali di finanziamento: lo stato islamico, ad esempio, avrebbe usato il commercio illecito di reperti archeologici come copertura e fonte di reddito.
La stessa Foundation for Defense of Democracies ha documentato il coinvolgimento di Hezbollah in reti criminali globali responsabili di traffico di umani, diamanti, opere d’arte e organi, citando casi specifici come quello in Gambia nel 2018 e in Congo nel 2019.
Il quadro finale è quello di un terrorismo che non vive ai margini dell’economia globale, ma dentro le sue zone grigie. Ed è proprio lì, secondo Ottolenghi, che bisogna guardare: “non solo ai miliziani, ma ai contabili, ai trafficanti, agli intermediari, e alle infrastrutture finanziarie che rendono possibile la violenza”.
L’indottrinamento dei giovani
Un ultimo tema importante su cui il relatore si è soffermato è quello dell’indottrinamento giovanile legato a Hezbollah. Parte dei fondi raccolti dal gruppo terrorista servirebbero infatti a finanziare movimenti giovanili vicini alla milizia sciita, inclusi gruppi scout utilizzati per costruire identità politica e fedeltà ideologica sin dall’infanzia.
“Questa dimensione sociale è fondamentale per comprendere Hezbollah non soltanto come un’organizzazione armata ma come un sistema integrato fatto di welfare, educazione, propaganda e controllo territoriale” ha aggiunto Ottolenghi.
Parlando di questo indottrinamento, è stato anche citato il caso di Aissam Diab, figura che negli ultimi 30 anni è stata collegata a reti criminali e traffici internazionali citati in diverse indagini sul rapporto tra economia illegale e terrorismo.
Per fermare questa collaborazione gli Stati Uniti hanno elaborato una strategia contro il crimine organizzato transnazionale, introdotta dall’amministrazione Obama nel 2011 e ripresa e rafforzata dal primo mandato Trump. Secondo le analisi da loro riportate, su 63 organizzazioni criminali, 29 cooperano e lavorano con gruppi terroristici eversivi.
Cosa fare?
A chiudere l’incontro è stato il giornalista e scrittore Lodovico Festa che ha spiegato come da queste informazioni bisogna poi tornare al quadro generale e analizzare il contesto politico in cui ci troviamo.
“Il problema che abbiamo di fronte è innanzitutto politico in quanto dobbiamo spingere l’Unione Europea ad avere un atteggiamento diverso” ha concluso Festa. “Non si può considerare che solo l’ala militare di Hezbollah sia un’organizzazione terrorista e non si può avere un comportamento passivo a riguardo. Oggi una parte moderata del mondo islamico si è resa aperta a combattere contro il fondamentalismo e queste realtà vanno accolte per stroncare il terrorismo e il suo sistema di alleanze che ha nei narcotrafficanti sempre più sostegno.”



