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Israele, il ritorno al matrimonio tradizionale tra i giovani laici: “In un mondo instabile, la famiglia è l’unica certezza”

Personaggi e Storie
di Anna Balestrieri
In un Israele segnato dalla guerra, dall’incertezza economica e dal trauma collettivo seguito al 7 ottobre, sempre più giovani laici e liberali stanno scegliendo di sposarsi – e spesso proprio attraverso il rabbinato. Un fenomeno che sorprende sociologi e osservatori, soprattutto perché si manifesta in una fascia sociale che, fino a pochi anni fa, appariva sempre più distante dalle istituzioni religiose tradizionali.

Secondo un lungo reportage pubblicato da Haaretz, il matrimonio religioso sta tornando a essere percepito come una forma di stabilità emotiva e identitaria in una società attraversata da tensioni continue, guerre e paure esistenziali.

“Quando tutto crolla, l’unica cosa che puoi costruire è una famiglia”

Liel Friedland, studentessa venticinquenne dell’Accademia Bezalel di Gerusalemme, racconta di aver sempre immaginato una vita diversa: qualche anno di lavoro, convivenza informale a Tel Aviv e solo più tardi un eventuale matrimonio. Poi è arrivato il caos degli ultimi anni.

“Quando nulla è certo e tutto sembra instabile, avere una relazione sana diventa qualcosa a cui aggrapparsi”, spiega. “Il mercato del lavoro è precario, si parla continuamente di intelligenza artificiale e di professioni destinate a sparire. Sposarsi dà l’illusione di creare almeno un punto fermo”.

Una sensazione condivisa da molti giovani israeliani. Imri Ziv, 27 anni, parla apertamente di una “svolta conservatrice” generata dal trauma collettivo: “C’è la sensazione che tutto stia crollando intorno a noi. L’unica comunità che puoi davvero pianificare è la famiglia nucleare”.

La guerra accelera le nozze

Il 7 ottobre e le guerre successive hanno avuto un impatto profondo anche sulle scelte private. Dopo l’attacco di Hamas e durante gli scontri con l’Iran e Hezbollah, Israele ha visto moltiplicarsi matrimoni celebrati in basi militari, rifugi antiaerei e parcheggi sotterranei trasformati in sale per cerimonie improvvisate.

Mishel Levitan, creativo pubblicitario di 26 anni, racconta che lui e la compagna hanno deciso di sposarsi proprio dopo il trauma vissuto dalle rispettive famiglie: “Abbiamo capito quanto la vita sia fragile. Lei ha perso amici al Nova Festival, la mia famiglia vive a Ofakim. Tutto questo ci ha avvicinati”.

Non solo religione: il bisogno di continuità

Il fenomeno non riguarda soltanto la pratica religiosa in senso stretto. Molti giovani laici continuano infatti a non osservare lo Shabbat o le regole kosher, ma scelgono comunque il matrimonio rabbinico perché percepito come parte dell’identità ebraico-israeliana.

La sociologa Shira Offer sottolinea come Israele rappresenti un’eccezione rispetto all’Occidente: mentre in Europa cresce la convivenza senza matrimonio, nello Stato ebraico il matrimonio resta la norma sociale dominante.

In Francia oltre il 40% delle coppie convive senza sposarsi; nei Paesi scandinavi una larga parte dei figli nasce fuori dal matrimonio. In Israele, invece, il 94% delle coppie ebraiche è sposato.

Il ritorno alla tradizione dopo il trauma

Questo riavvicinamento alla tradizione non si limita alle nozze. Negli ultimi mesi diversi ex ostaggi israeliani liberati da Gaza hanno raccontato pubblicamente di essersi avvicinati alla religione durante o dopo la prigionia, descrivendo la fede come un’ancora psicologica nei momenti estremi.

Anche questo elemento si inserisce in un clima più ampio di ricerca di significato, continuità e appartenenza collettiva in una società profondamente traumatizzata dalla guerra.

Per molti giovani israeliani, dunque, il matrimonio religioso non rappresenta tanto un ritorno all’ortodossia quanto un tentativo di ristabilire ordine e permanenza in una realtà percepita come sempre più fragile.

Il rabbinato divide ancora

Non mancano tuttavia le critiche. La giurista Ruth Halperin-Kaddari, che fu a capo del Dinah project che mise in luce le violenze sessuali sistematiche perpetrate da Hamas il 7 ottobre,  mette in guardia soprattutto le donne laiche dai rischi del matrimonio religioso regolato dalla legge ebraica.

Secondo Halperin-Kaddari, molte giovani spose non sono pienamente consapevoli delle implicazioni legali del matrimonio rabbinico, soprattutto in caso di divorzio e della questione del get, il documento religioso necessario per sciogliere il matrimonio.

“È una forma di tradizionalismo crescente”, spiega, “ma spesso manca la consapevolezza delle conseguenze”.

Una risposta emotiva all’insicurezza

Eppure, nonostante le critiche, la tendenza sembra consolidarsi. Per molti ventenni israeliani il matrimonio è diventato una dichiarazione simbolica di sopravvivenza nazionale e personale.

Halperin-Kaddari stessa interpreta il fenomeno come un meccanismo psicologico collettivo: “Si sono alzati per distruggerci, ma noi continuiamo a esistere e a costruire la prossima generazione”.

In altre parole, in un Israele attraversato da guerre, lutti e paura del futuro, la famiglia torna a essere vista come l’ultimo spazio di controllo possibile sul caos del presente.