di Davide Cucciati
S&P premia la capacità israeliana di assorbire lo shock e la credibilità dei suoi fondamentali, mentre Reuters e Globes mostrano il costo concreto della guerra: contrazione del PIL, consumi deboli, crescita rivista al ribasso, deficit elevato e spesa militare ancora eccezionale.
Israele resta in guerra, il PIL si è contratto nel primo trimestre del 2026 e il debito pubblico rimane sotto pressione. Eppure, S&P Global Ratings ha confermato il rating sovrano dello Stato ebraico ad “A/A-1” con outlook stabile. Secondo l’agenzia, il rischio immediato di una nuova escalation si è ridotto, mentre i fondamentali dell’economia israeliana restano abbastanza solidi da reggere l’impatto del conflitto, a condizione che i cessate il fuoco tengano.
Le guerre in Iran, Gaza e Libano continuano a pesare sull’economia, sul mercato del lavoro e sui conti pubblici. Se le ostilità resteranno episodiche e contenute, l’agenzia ritiene che le conseguenze macroeconomiche possano rimanere gestibili. La de-escalation militare, sostenuta dagli accordi di cessate il fuoco, può mitigare il rischio immediato per Israele.
I punti di forza dell’economia israeliana
A sostenere il giudizio dell’agenzia sono soprattutto alcune caratteristiche strutturali dell’economia israeliana: un settore tecnologico innovativo, esportazioni di servizi ancora forti, ampie riserve in valuta estera, una posizione esterna robusta e un’economia considerata ricca e diversificata. Sono gli stessi elementi che, negli ultimi anni, hanno consentito a Israele di assorbire shock militari e politici senza perdere del tutto l’accesso ai mercati internazionali dei capitali.
Il prezzo della guerra, però, resta molto alto. Globes riporta che S&P prevede una spesa militare superiore al 7% del PIL nel 2026 e ancora elevata nel medio periodo. L’agenzia stima una crescita del PIL israeliano del 5,9% nel 2027, in caso di ritorno alla normalità, ma prevede anche deficit pubblici persistenti e un rapporto debito/PIL destinato a salire fino al 68% entro il 2029.
Mercati fiduciosi ma il rischio resta
I dati più recenti dell’economia reale confermano questa doppia lettura: rallentamento immediato e aspettativa di rimbalzo. Secondo Reuters del 17 maggio 2026, il PIL israeliano si è contratto del 3,3% annualizzato nel primo trimestre dell’anno, meno del calo del 4% previsto dagli analisti. La contrazione è legata soprattutto alla guerra con l’Iran, dopo gli attacchi lanciati da Stati Uniti e Israele il 28 febbraio e le successive settimane di lanci missilistici iraniani, che hanno chiuso scuole e frenato attività economica e consumi.
Reuters segnala però anche alcuni elementi di ripresa: la Bank of Israel prevede una crescita del 3,8% nel 2026, meno del 5,2% stimato prima della guerra con l’Iran, subordinando però lo scenario alla tenuta del cessate il fuoco. Anche i mercati finanziari sembrano leggere il quadro in modo meno negativo rispetto ai dati del primo trimestre. Reuters riporta che lo shekel si è apprezzato del 20% nell’ultimo anno, fino a 2,91 per dollaro, il livello più alto da 33 anni, mentre gli indici azionari di Tel Aviv sono vicini ai massimi storici toccati all’inizio di maggio. Nello stesso trimestre, però, i consumi sono scesi del 4,7%, le esportazioni del 3,7% e la spesa pubblica del 4,8%, mentre gli investimenti fissi sono aumentati del 12,6%.
La stessa Bank of Israel stima un deficit di bilancio pari al 5,3% del PIL nel 2026 e al 4,4% nel 2027, con un rapporto debito/PIL intorno al 70,5% sia nel 2026 sia alla fine del 2027. È un livello più alto di quello indicato da S&P per il 2029, ma entrambe le letture convergono su un punto: la guerra ha reso più stretto il margine di manovra fiscale del governo.
Il quadro che emerge dalle fonti economiche è quindi meno lineare di una semplice notizia positiva sul rating. S&P premia la capacità israeliana di assorbire lo shock e la credibilità dei suoi fondamentali, mentre Reuters e Globes mostrano il costo concreto della guerra: contrazione del PIL, consumi deboli, crescita rivista al ribasso, deficit elevato e spesa militare ancora eccezionale. La scommessa dei mercati, almeno per ora, è che Israele riesca a trasformare la tregua in ripresa. Per S&P, però, quella scommessa regge solo finché il Medio Oriente non torna dentro una nuova escalation.



