New York Times: polemiche per l’accusa agli israeliani di stuprare i palestinesi

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di Nathan Greppi
Secondo un’analisi dell’istituto di ricerca NGO Monitor, nell’articolo Nicholas Kristof si è basato ampiamente su fonti poco credibili, tra cui ONG con un’agenda apertamente antisraeliana e, in alcuni casi, legate a Hamas o ad altre organizzazioni terroristiche. Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar hanno annunciato di voler intentare una causa per diffamazione nei confronti del New York Times, definendo l’editoriale di Kristof “una delle bugie più esecrabili e distorte mai pubblicate contro lo Stato d’Israele nel giornalismo moderno”.

Negli ultimi tempi, il New York Times ha dato ulteriore prova di coltivare forti pregiudizi verso Israele: dopo che è emerso che un medico di Gaza che scriveva per loro era in realtà un colonnello di Hamas, e che più di recente il giornale ha sottolineato polemicamente come Israele cerchi di usare l’Eurovision Song Contest come strumento di soft power (cosa che, peraltro, fanno tutti i paesi partecipanti), l’ultimo episodio riguardo un editoriale dell’11 maggio scritto dall’opinionista Nicholas Kristof, il quale ha denunciato presunti abusi sessuali da parte di israeliani nei confronti dei detenuti palestinesi.

Fonti poco attendibili

Il giornalista Nicholas Kristof

Secondo un’analisi dell’istituto di ricerca NGO Monitor, nell’articolo Kristof si è basato ampiamente su fonti poco credibili, tra cui ONG con un’agenda apertamente antisraeliana e, in alcuni casi, legate a Hamas o ad altre organizzazioni terroristiche.

Tra queste ONG, figura in particolare l’Euro-Med Human Rights Monitor, il cui fondatore e presidente, Ramy Abdu, è stato identificato da Israele come uno dei principali agenti operativi di Hamas in Europa già nel 2013. Nello stesso anno, avrebbe partecipato ad un evento assieme ad Osama Hamdan, storico dirigente di Hamas, oltre ad essersi fatto fotografare nel 2011 vicino all’allora leader del movimento a Gaza Ismail Haniyeh.

Tra le altre fonti, Kristof cita anche Save the Children e il Committee to Protect Journalists (CPJ). Nel secondo caso, ne ha citato i dati su 59 presunti giornalisti palestinesi “rilasciati dalle autorità israeliane dopo gli attacchi del 7 ottobre”. Tuttavia, non ha menzionato il fatto che il CPJ ha spesso identificato come giornalisti anche terroristi di Hamas che usavano il giornalismo come copertura.

Un’altra fonte citata da Kristof è il giornalista palestinese Sami al-Sai. Tuttavia, come spiega il sito HonestReporting, costui ha una lunga storia alle spalle di glorificazione del terrorismo: l’8 ottobre 2023, il giorno dopo i massacri perpetrati da Hamas, ha celebrato sui social il fatto che la bandiera verde del movimento terroristico veniva sventolata in Cisgiordania.

Teorie farlocche

L’editorialista del New York Times ha anche dato credito alla teoria secondo cui gli israeliani avrebbero addestrato i cani per violentare i prigionieri palestinesi. Una teoria che non trova fondamento nella realtà: in un’intervista all’agenzia di stampa americana JTA, l’ex-ufficiale di polizia ed esperto di aggressioni canine James Crosby ha dichiarato che è “altamente improbabile che qualcuno sia in grado di addestrare un cane a commettere con successo un’aggressione sessuale”.

Crosby ha anche detto: “Potresti insegnargli i comportamenti fisici di saltare e muovere i fianchi avanti e indietro e così via. Questo non è necessariamente un comportamento sessuale da parte di un cane”, ha spiegato, aggiungendo: “La penetrazione vera e propria e tutto il resto, a mio parere sarebbe molto più problematica (da insegnare)”.

Kristof ha ammesso che “non ci sono prove che i leader israeliani abbiano ordinato degli stupri”, ma ha anche sostenuto che l’apparato di sicurezza avrebbe creato una cultura in cui “la violenza sessuale è diventata una delle ‘procedure operative standard’ d’Israele”. Ha aggiunto di aver scritto l’articolo basandosi sulle “conversazioni con 14 uomini e donne che hanno detto di essere stati aggrediti sessualmente da coloni israeliani o membri delle forze di sicurezza”.

Le reazioni

Il giorno dopo la pubblicazione dell’articolo, il Ministero degli Esteri israeliano ha denunciato la tempistica con la quale l’editoriale è apparso sul New York Times, ovvero un giorno prima dell’uscita del rapporto della Commissione Civile israeliana sulle violenze perpetrate da Hamas durante e dopo il massacro del 7 ottobre, evidenziando al tempo stesso la decisione del giornale di non pubblicare i risultati del report. La Commissione si sarebbe infatti rivolta al NY Times mesi fa, ma il giornale avrebbe dichiarato di “non essere interessato” a riportare il dossier, ha spiegato il Ministero su X/Twitter.

“Consapevole del rapporto e della sua data di uscita, la notte prima della pubblicazione, il NYT ha lanciato un attacco vergognoso contro Israele, sminuendo i crimini sessuali di Hamas. Questo dice tutto sulla loro agenda”, ha twittato il Ministero degli Esteri israeliano.

Il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Ministro degli Esteri Gideon Sa’ar hanno annunciato di voler intentare una causa per diffamazione nei confronti del New York Times, definendo l’editoriale di Kristof “una delle bugie più esecrabili e distorte mai pubblicate contro lo Stato d’Israele nel giornalismo moderno”.

Critiche all’articolo sono giunte anche da parte di alcuni attivisti palestinesi: Ahmed Fouad Alkhatib, nato a Gaza e oggi residente negli Stati Uniti, ha twittato che sebbene “non ho dubbi” che “si siano verificati episodi di abusi sessuali nelle prigioni israeliane”, ha criticato l’utilizzo di fonti come l’Euro-Med Human Rights Monitor, affermando: “Non sono fonti credibili, nemmeno se l’articolo si è basato anche su altre”.