Il falso pinkwashing d’Israele e quello vero dell’Iran

Mondo

di Nathan Greppi
Immagini di missili, droni e armi riverniciate di rosa, affiancate da donne che in alcuni casi avevano i capelli scoperti sono la nuova forma di propaganda con cui il regime della Repubblica Islamica cerca di ammorbidire l’immagine delle proprie attività belliche. Ma gli attivisti che accusano da anni Israele – unico Paese nell’area in cui l’omosessualità è legale almeno dal 1988 – di fornte a questo vero pinkwashing della Repubblica Islamica stanno in silenzio…

Il regime iraniano ha recentemente iniziato a veicolare sui propri media immagini di missili, droni e armi riverniciate di rosa, affiancate da donne che in alcuni casi avevano i capelli scoperti. L’emittente degli iraniani all’estero Iran International afferma che si tratta di una nuova forma di propaganda con cui il regime della Repubblica Islamica cerca di ammorbidire l’immagine delle proprie attività belliche. Liora Hendelman-Baavur, direttrice dell’Alliance Center for Iranian Studies dell’Università di Tel Aviv, ha spiegato a Iran International che questa forma di propaganda richiama il kawaii, un genere di cultura pop giapponese che ruota intorno a ciò che risulta carino e grazioso, ma che in questo caso viene applicato alla guerra.

“Credo che (il regime) stia cercando di far sembrare carina la violenza”, ha spiegato la Hendelman-Baavur. “Sta cercando di attirare i giovani, la Generazione Z”. Questa strategia, secondo lei, serve a fare da contrappeso ad una retorica più aggressiva che viene solitamente adottata dal regime.

“Lo vediamo anche in molti manifesti e murales esposti in Iran. Violenza e missili — con il rosso come colore principale — sono pensati per mostrarsi invincibili e vittoriosi. E dall’altra parte, abbiamo questo modo molto più leggero, roseo, idilliaco di presentare una realtà diversa […] Per mostrare un quadro completamente diverso di ciò che sta realmente accadendo”. Il risultato, sostiene, sono due messaggi pensati per due destinatari diversi: violenza e minacce per un pubblico. Colore rosa, capelli scoperti e scene da festival per un altro.

L’accusa di pinkwashing

Nel film V per Vendetta, ambientato in un’Inghilterra governata da un regime distopico vagamente ispirato alla Germania nazista, tra le categorie maggiormente perseguitate dalla dittatura vi sono i musulmani e i gay. Uno dei personaggi principali, il conduttore televisivo Gordon, è un omosessuale nascosto che nella sua collezione segreta conserva anche una copia del Corano.

Questo binomio non è casuale: negli ambienti di estrema sinistra, è assai diffusa l’idea secondo cui tutte le minoranze svantaggiate siano affratellate in una lotta comune, come se fosse nell’ordine naturale delle cose. E non colgono la contraddizione di difendere da un lato l’omosessualità e dall’altro culture come quelle islamiche dove l’omofobia è assai più diffusa che in Occidente.

Per questo, vi sono teorici del gender come Judith Butler che difendono Hamas, mentre dall’altro lato accusano Israele di “pinkwashing”, ossia di riverniciarsi l’immagine, quando gli si fa notare che lo Stato Ebraico è il più tollerante in Medio Oriente nei confronti delle categorie LGBT. Secondo il database dell’ILGA (International Lesbian and Gay Association), mentre in Israele l’omosessualità è legale almeno dal 1988, nella maggior parte dei paesi della regione è tuttora illegale, e in tre di questi (Arabia Saudita, Iran, Yemen) può costare la pena di morte.

Gli stessi attivisti che da decenni puntano il dito contro Israele sono rimasti in silenzio quando l’Iran ha messo in pratica un pinkwashing nel vero senso della parola. Ma a dispetto di quello che dice la propaganda antisionista, questi fatti illustrano dove si cela il vero pinkwashing.