Gaza e Cisgiordania, due opinioni pubbliche diverse

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di Davide Cucciati
Il dato più rilevante riguarda infatti le preferenze sul futuro del conflitto. Il 59% dei palestinesi indica la soluzione a due Stati come opzione preferita, in aumento rispetto al 2023. Il sostegno è più alto a Gaza, dove raggiunge il 64%, contro il 56% in Cisgiordania. Un risultato che contraddice l’idea di una radicalizzazione uniforme dopo la guerra, pur senza implicare automaticamente un’apertura alla normalizzazione con Israele. (Foto: Wikimedia Commons. Autore: Rawan.nassrallah)

Un nuovo sondaggio Arab Barometer, pubblicato il 5 aprile 2026 e realizzato dal Palestinian Center for Policy and Survey Research, fotografa una realtà palestinese più complessa di quanto spesso si racconti. Nella Striscia di Gaza, devastata dal conflitto, emerge una disponibilità al compromesso maggiore rispetto alla Cisgiordania. A rafforzare la solidità dei dati è la metodologia: il sondaggio, condotto tra l’8 e il 26 ottobre 2025, si basa su interviste faccia a faccia a un campione casuale di 1.655 adulti distribuiti tra Cisgiordania, Striscia di Gaza e Gerusalemme Est. Il campione include 855 intervistati a Gaza e 800 in Cisgiordania, selezionati in 160 località residenziali. Nella Striscia, una parte significativa delle interviste è stata realizzata anche in rifugi, comprese strutture di fortuna e tendopoli, attraverso campionamento casuale, per includere le aree più colpite dalla guerra e quelle difficilmente accessibili per la presenza militare israeliana.

Il dato più rilevante riguarda infatti le preferenze sul futuro del conflitto. Il 59% dei palestinesi indica la soluzione a due Stati come opzione preferita, in aumento rispetto al 2023. Il sostegno è più alto a Gaza, dove raggiunge il 64%, contro il 56% in Cisgiordania. Un risultato che contraddice l’idea di una radicalizzazione uniforme dopo la guerra, pur senza implicare automaticamente un’apertura alla normalizzazione con Israele.

Proprio sulla normalizzazione con Israele, emerge una dinamica non lineare. L’atteggiamento nei confronti della normalizzazione dei rapporti tra il mondo arabo e Israele rimane in larga parte negativo. Tuttavia, quando il sondaggio introduce una condizione concreta, il riconoscimento di uno Stato palestinese sui confini del 1967 con Gerusalemme Est capitale, il 37% si dice favorevole. A Gaza la popolazione si divide esattamente a metà, mentre in Cisgiordania prevale nettamente il rifiuto. Il dato suggerisce che l’opposizione alla normalizzazione sia legata alla percezione di giustizia politica e sovranità, ma anche alla possibilità concreta di ottenere risultati negoziali: i gazawi hanno subito anni di guerra e sembrano meno rigidi degli abitanti della Cisgiordania.

È proprio questa frattura tra Gaza e Cisgiordania a costituire il cuore politico del sondaggio. I gazawi, reduci da una guerra totale, mostrano un approccio più pragmatico, legato alla necessità di sopravvivenza e alla ricerca di soluzioni che evitino nuovi conflitti. In Cisgiordania, le posizioni risultano più rigide, più ancorate a criteri politici e simbolici, in particolare sul tema della normalizzazione con Israele.

La stessa divergenza emerge nella percezione degli attori internazionali. Qatar e Turchia restano i Paesi più apprezzati, rispettivamente al 54% e al 51%, ma il dato più significativo riguarda l’Iran, che registra l’aumento più forte, passando dal 28% pre 7 ottobre al 42%. Gli Stati Uniti scendono all’11%, Israele al 2%.

Ancora più interessante è il confronto tra Gaza e Cisgiordania: nella Striscia tutti i principali attori internazionali ottengono valutazioni più alte. Il Qatar è visto positivamente dal 72% dei gazawi contro il 42% dei palestinesi della Cisgiordania, la Turchia dal 70% contro il 38%, gli Emirati dal 57% contro il 14%, l’Arabia Saudita dal 52% contro il 17%. Il sondaggio interpreta questa differenza come effetto della guerra: a Gaza pesa soprattutto il contributo concreto ricevuto in termini di aiuti, mentre in Cisgiordania il giudizio resta legato alla dimensione politica.

Un ulteriore elemento riguarda il confronto tra Stati Uniti e Cina. In Cisgiordania, dove la domanda è stata posta, i palestinesi indicano sistematicamente Pechino come più efficace di Washington in tutti gli ambiti considerati: sviluppo economico, sicurezza regionale, gestione del conflitto israelo-palestinese, cambiamento climatico e tutela dei diritti. Il divario è netto: il 50% attribuisce alla Cina una maggiore capacità di promuovere lo sviluppo economico, contro il 7% per gli Stati Uniti; sul conflitto israelo-palestinese il rapporto è 39% a 9%. Allo stesso tempo, una quota significativa degli intervistati esprime un giudizio fortemente critico su entrambe le potenze proprio sui temi più sensibili: il 38% ritiene che Stati Uniti e Cina siano ugualmente inefficaci nella gestione del conflitto israelo-palestinese e il 33% nella sicurezza regionale. Un dato che indica come la preferenza per Pechino non coincida con una vera fiducia, ma si inserisca in una più ampia sfiducia verso entrambe le grandi potenze sulle questioni centrali per i palestinesi.

Il capitolo sui leader stranieri conferma questa tendenza. Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan resta il leader più apprezzato, seguito dall’emiro del Qatar Tamim bin Hamad al Thani e dal presidente cinese Xi Jinping. Seguono Ali Khamenei, allora ancora guida suprema iraniana, e il presidente russo Vladimir Putin, mentre Donald Trump si colloca in fondo alla classifica. Anche qui la distanza tra Gaza e Cisgiordania è netta: a Gaza Erdoğan è valutato positivamente dal 71% contro il 43% in Cisgiordania, l’emiro del Qatar dal 62% contro il 39%, Mohammed bin Zayed dal 50% contro il 14%.

Nel complesso, il sondaggio restituisce l’immagine di una società profondamente segnata dalla guerra e dalla crisi economica, ma non immobile. Il conflitto resta la priorità assoluta, con il 92% che individua nell’occupazione israeliana la principale minaccia. L’economia è percepita come “cattiva o molto cattiva” dalla quasi totalità degli intervistati, e oltre la metà teme di non avere abbastanza cibo.

Eppure, dentro questo quadro di difficoltà estrema, emergono segnali di adattamento e di ridefinizione delle priorità. Gaza, più colpita, appare anche più incline al compromesso. La Cisgiordania, meno devastata, è più rigida nelle posizioni politiche. Due opinioni pubbliche diverse, dentro un unico movimento nazionale.