“Il Diavolo Veste Prada”: i riferimenti ebraici del fenomeno cult

Spettacolo

di Pietro Baragiola
Il film, oggi tornato sulla bocca di tutti grazie all’uscita dell’attesissimo sequel, nasce dal romanzo del 2003 di Lauren Weisberger, autrice ebrea americana che ha trasformato la propria esperienza nel mondo della moda in un bestseller globale. Ed ebrei sono anche molti degli interpreti.

 

Pochi sanno che Il Diavolo veste Prada nasconde un legame sorprendentemente profondo con la cultura ebraica. Dietro il glamour, le tensioni editoriali e i corridoi di Runway si intreccia infatti una rete di riferimenti, persone e storie che affondano le radici proprio in quel mondo.

Il film, oggi tornato sulla bocca di tutti grazie all’uscita dell’attesissimo sequel, nasce dal romanzo del 2003 di Lauren Weisberger, autrice ebrea americana che ha trasformato la propria esperienza nel mondo della moda in un bestseller globale.

Lauren Weisberger e le origini del bestseller

Laura Weisenberg e la copertina del suo libro “Il diavolo veste Prada”

Prima di diventare scrittrice, Lauren Weisberger lavorava come assistente personale di Anna Wintour a Vogue. Da quell’esperienza è nato il personaggio di Andrea “Andy” Sachs, protagonista del romanzo esplicitamente ebrea.

Non solo: anche Miranda Priestly, la temutissima direttrice di Runway, nel libro ha un passato ebraico. Nata Miriam Princheck da una famiglia ortodossa di 11 figli, Miranda rappresenta l’ascesa sociale e le dinamiche di identità tipiche di molte protagoniste ebree americane.

“Quando crei nuovi personaggi ti ispiri naturalmente a ciò che ti circonda” ha spiegato Weisberger durante la sua intervista al sito Ynet News. “Nel mio caso vedo moltissimi amici e familiari ebrei.”

Nel passaggio al film, però, questi elementi sono stati completamente attenuati o eliminati, tanto che né Andrea o Miranda vengono identificate come ebree, una scelta che, secondo molti osservatori, riflette la tendenza hollywoodiana a “neutralizzare” alcune identità per renderle più universali.

La presenza ebraica nel film

Se sullo schermo l’identità ebraica è meno esplicita, dietro le quinte è invece fortemente presente. Il film è diretto da David Frankel e prodotto da Wendy Finerman, entrambi ebrei, e la sceneggiatura è firmata da Aline Brosh McKenna che ha persino perso il primo giorno di scuola del figlio per seguire le riprese.

“Ero devastata ma a volte, purtroppo, non hai scelta” ha raccontato McKenna, paragonando questo sacrificio al tema centrale del film: il difficile equilibrio tra carriera e vita privata.

Anche alcuni dettagli apparentemente secondari rivelano connessioni interessanti, specialmente nella scena in cui Miranda chiede ad Andy delle copie in anteprima del nuovo libro di Harry Potter per le sue figlie. Non solo, infatti, manoscritti “finti” sono stati venduti all’asta per raccogliere fondi a favore della Dress for Success, l’organizzazione fondata dall’imprenditrice ebrea Nancy Lublin, ma la stessa Weisberger ha avuto un cameo in questa scena, interpretando la tata delle figlie di Miranda.

Inoltre, gli uffici del giornale in cui Andrea finisce a lavorare nel finale sono quelli del New York Sun, fondato dall’editore ebreo Seth Lipsky. Ironicamente anche Anna Wintour deve parte del suo successo ad una figura molto importante dell’editoria ebraica: Samuel Irving Newhouse Jr., che la assunse da Vogue dandole il primo slancio verso il successo.

Pur cercando di mantenere un tono generalista, Il Diavolo veste Prada resta dunque profondamente radicato nel contesto culturale ebraico-americano: quello dell’ambizione, della mobilità sociale e del successo costruito attraverso il lavoro, e la continua battaglia per l’appartenenza e l’assimilazione.