Un'immagine della preparaizone dell'operazione Entebbe

Entebbe, dentro il blitz: il racconto di Iddo Netanyahu

Personaggi e Storie

di Davide Cucciati
A cinquant’anni dalla liberazione degli ostaggi di Entebbe, un incontro su Zoom promosso da Volontari per l’Italia, Herut Italia e Nuova UDAI 10.0 ha riportato al centro una delle operazioni più celebri della Storia israeliana, nel segno del ricordo dell’eroismo di Yoni Netanyahu. Ospite della serata del 26 marzo è stato il fratello Iddo Netanyahu, chiamato a ricostruire genesi e svolgimento del blitz del luglio 1976. A presentare l’incontro è stato Enrico Mairov.

L’apertura di Mairov e l’intervento di Bassani

In apertura, Mairov ha legato la memoria di Entebbe al presente, ricordando come Israele si trovi oggi a combattere su otto fronti. È intervenuto poi Luciano Bassani, vicepresidente della Comunità ebraica di Milano, che ha ringraziato Netanyahu per la partecipazione e ha espresso la preoccupazione della Comunità per la situazione in Israele.

Il lungo lavoro di ricostruzione

Quando ha preso la parola, Iddo Netanyahu ha spiegato di lavorare da decenni alla ricostruzione dell’operazione di Entebbe e di avere raccolto nel tempo circa settanta testimonianze di persone coinvolte nella pianificazione o nell’esecuzione dell’operazione.

Il dirottamento dell’Air France 139

Il suo racconto ha riportato l’attenzione anzitutto sul dirottamento dell’Air France 139, partito da Tel Aviv e diretto a Parigi con scalo ad Atene. Il 27 giugno 1976, dopo la partenza da Atene, quattro terroristi presero il controllo dell’aereo, due palestinesi e due tedeschi. Dopo uno scalo a Bengasi per il rifornimento, il velivolo raggiunse Entebbe, in Uganda, dove gli ostaggi furono trasferiti nel vecchio terminal con l’appoggio del regime di Idi Amin. A bordo c’erano circa 248 persone.

Una settimana tra crisi e preparativi

Nel corso dell’incontro, Netanyahu ha insistito su un dato che continua a colpire: tra dirottamento, crisi diplomatica, decisione politica e preparazione dell’operazione, tutto si consumò nell’arco di circa una settimana. I sequestratori chiesero la liberazione di 53 prigionieri, accompagnando l’ultimatum con la minaccia di uccidere gli ostaggi. In seguito, ai quattro dirottatori iniziali si aggiunsero altri complici, fino a portare a sette il numero complessivo dei sequestratori presenti a Entebbe.

La separazione degli ostaggi

Uno dei passaggi più forti del racconto è stato quello della separazione degli ostaggi. La divisione avvenne anzitutto tra israeliani, ai quali furono aggiunti anche gli ebrei visivamente riconoscibili, e non israeliani; nei giorni successivi, molti ostaggi non israeliani vennero rilasciati. Proprio quella liberazione parziale contribuì anche a far emergere elementi utili sulla situazione all’interno del terminal.

Rabin, Peres e la scelta dell’opzione militare

Sul piano politico, Netanyahu ha ricordato che in quel momento il primo ministro era Yitzhak Rabin, mentre Shimon Peres era ministro della Difesa. Nelle ore decisive Israele proseguì i negoziati per guadagnare tempo, riuscendo anche a ottenere lo slittamento dell’ultimatum al 4 luglio, mentre prendeva forma l’opzione militare. Il lavoro operativo fu affidato al generale Dan Shomron, con il coinvolgimento del capo di stato maggiore Mordechai “Motta” Gur.

“All’inizio non c’era intelligence, c’erano idee”

Iddo Netanyahu ha usato una formula molto efficace: “all’inizio non c’era intelligence, c’erano idee”. Nelle prime fasi, ha raccontato, non esisteva ancora un quadro informativo completo. C’erano intuizioni, possibilità, tentativi di trasformare l’azzardo in un piano. Tra le idee discusse ci fu quella di sfruttare l’effetto sorpresa con una Mercedes nera simile a quella usata da Idi Amin, accompagnata da Land Rover, così da avvicinarsi al terminal come se si trattasse di un convoglio del dittatore ugandese. L’auto, ha ricordato, venne trovata con difficoltà e ridipinta rapidamente di nero.

Briefing, simulazioni e rotta degli Hercules

Netanyahu ha ricostruito anche la fase dei briefing e delle simulazioni. Venne preparato un modello del vecchio terminal per studiare l’assalto, mentre il cuore logistico del piano si fondava su quattro C-130 Hercules. La forza partì da Ofira, l’allora insediamento israeliano presso Sharm el-Sheikh nel Sinai, e da lì gli aerei proseguirono a bassissima quota sul Mar Rosso per sfuggire ai radar prima di piegare verso l’Africa orientale. La componente aerea fu guidata da Joshua “Shiki” Shani. Netanyahu ha ricordato anche l’ipotesi di ricorrere a uno stratagemma legato a un volo British Airways per indurre l’aeroporto ad accendere le luci della pista. L’intera missione prese così forma come un’operazione a lunghissimo raggio, giocata sulla sorpresa, sulla precisione e sulla capacità di portare uomini e mezzi a migliaia di chilometri di distanza.

Yoni Netanyahu e il peso umano di quelle ore

Yonathan Netanyahu
Yonathan Netanyahu

Nella ricostruzione di Iddo Netanyahu è emersa anche tutta la tensione umana di quelle ore. Yonatan “Yoni” Netanyahu, tenente colonnello e comandante della Sayeret Matkal, l’unità d’élite delle forze speciali israeliane incaricata dell’assalto al terminal, arrivava da giorni pesanti, segnati anche da precedenti operazioni nel Sinai, e tuttavia fu tra coloro che più contribuirono a rassicurare gli altri sulla fattibilità dell’intervento. Il passaggio politico decisivo maturò quando Peres volle essere certo che il piano reggesse davvero, sia sul terreno sia sul piano aereo. Yoni fu decisivo anche nel rassicurare Peres sulla fattibilità dell’operazione. Secondo il racconto di Iddo Netanyahu, Moshe Dayan, ormai fuori dal governo, aveva invitato il ministro della Difesa a fidarsi del giudizio di Netanyahu per la parte terrestre e di Shani per quella aerea. Durante il volo verso Entebbe, ha raccontato Iddo Netanyahu, Yoni spiegò il piano a un soldato inserito all’ultimo momento nella forza d’assalto, disegnando sulla busta per il vomito la struttura del terminal, gli accessi e il compito delle diverse squadre.

L’arrivo a Entebbe e l’inizio dello scontro

Quando gli aerei arrivarono a Entebbe poco prima di mezzanotte del 3 luglio, il piano prevedeva di spingersi fino al terminal con il massimo effetto sorpresa. Il primo Hercules atterrò con Shiki Shani ai comandi, sbarcando rapidamente uomini e mezzi. All’esterno del terminal c’erano sentinelle ugandesi. I primi colpi vennero sparati con armi silenziate, ma quasi subito la sorpresa saltò e l’azione si trasformò in uno scontro a fuoco aperto. Da quel momento, ogni secondo divenne essenziale.

Un’operazione vera, non perfetta

Netanyahu ha insistito anche su questo aspetto: non fu un meccanismo astratto o perfetto. Fu un’operazione vera, segnata da esitazioni, imprevisti e tempi strettissimi. La struttura complessiva del piano, però, resse. Oltre alla forza d’assalto guidata da Yoni Netanyahu, il dispositivo comprendeva unità incaricate di mettere in sicurezza il perimetro, gestire gli ostaggi liberati e distruggere i MiG (aerei militari) ugandesi per impedire inseguimenti.

Il bilancio e la perdita di Yoni

Il bilancio finale fu quello entrato nella Storia: 102 ostaggi salvati, tutti i sette terroristi uccisi, decine di soldati ugandesi abbattuti e gli aerei militari ugandesi distrutti sulla pista. Per Israele, ci fu anche la perdita più simbolica: Yonatan Netanyahu fu l’unico caduto israeliano dell’operazione. Venne colpito durante lo scontro a fuoco nei pressi del terminal.

Il filo tra il 1976 e l’Israele di oggi

Nel finale dell’incontro, Iddo Netanyahu ha riportato Entebbe all’oggi. Il senso del suo discorso era chiaro: quell’operazione continua a dire qualcosa anche all’Israele di oggi. In questo quadro ha aggiunto di essere rimasto colpito positivamente anche dai giovani soldati attuali che considera molto operativi: un passaggio conclusivo che ha saldato il ricordo del 1976 al presente.