Il 26 marzo 1839, nella città santa sciita di Mashhad, nell’Iran nord-orientale, una falsa accusa scatenò una violenta ondata di odio antiebraico. La comunità ebraica locale, già marginalizzata, fu travolta da un pogrom: decine di persone furono uccise, case e negozi saccheggiati e incendiati, giovani ragazze costrette a matrimoni forzati.
(Foto: Members of the Jews of Mashhad (Iran) in Jerusalem, Eretz Israel 1920 (The Oster Visual Documentation Center at ANU – Museum of the Jewish People, courtesy of the former residents of Mashhad in Israel)
Il 26 marzo di quest’anno ricorre il 187° anniversario del pogrom di Mashhad, una delle pagine più drammatiche e meno note della storia ebraica in Iran. Una ricorrenza che cade oggi in un contesto geopolitico particolarmente teso, con i rapporti tra Israele e Iran a uno dei loro minimi storici, rendendo ancora più significativa la riflessione su un passato segnato da persecuzione, adattamento e resilienza.
Un pogrom dimenticato
Il 26 marzo 1839, nella città santa sciita di Mashhad, nell’Iran nord-orientale, una falsa accusa scatenò una violenta ondata di odio antiebraico. La comunità ebraica locale, già marginalizzata, fu travolta da un pogrom: decine di persone furono uccise, case e negozi saccheggiati e incendiati, giovani ragazze costrette a matrimoni forzati.
Le autorità religiose sciite sequestrarono anche i sette rotoli della Torah della comunità. Secondo la tradizione, questi sarebbero ancora oggi nascosti all’interno delle mura del santuario dell’Imam Reza, uno dei luoghi più sacri dell’Islam sciita.
Il giorno successivo, agli ebrei sopravvissuti fu imposto un ultimatum: convertirsi all’Islam o morire.
Una doppia vita durata oltre un secolo
Nacque così una comunità unica: i Jadid al-Islam, i “nuovi musulmani”. Per oltre 120 anni, gli ebrei di Mashhad vissero una doppia identità, pubblicamente musulmani, privatamente fedeli all’ebraismo.
All’esterno osservavano il Ramadan, frequentavano la moschea e adottavano abiti tradizionali islamici. Ma nelle case, lontano da occhi indiscreti, continuavano a pregare in ebraico, a osservare le mitzvot e a tramandare la propria fede.
Ogni bambino cresceva con due nomi: uno ufficiale musulmano e uno segreto ebraico. Per evitare matrimoni misti, le famiglie arrivavano a fidanzare i figli in tenerissima età, talvolta prima dei cinque anni.
Strategie di sopravvivenza
La somiglianza tra alcune pratiche ebraiche e islamiche facilitò la sopravvivenza clandestina, ma molte osservanze richiesero ingegno e rischio. Il rispetto della kasherut e dello Shabbat, ad esempio, implicava sofisticate strategie di dissimulazione.
Carne non kasher veniva acquistata pubblicamente e poi eliminata di nascosto. I negozi restavano aperti di sabato, ma senza transazioni: alcuni commercianti si fasciavano le mani fingendo ferite per evitare di maneggiare denaro.
Il ruolo centrale delle donne
Come accadde per gli anusim della Spagna inquisitoriale, furono soprattutto le donne a custodire l’identità ebraica. Nelle mura domestiche si trasmettevano le leggi religiose, dalla purezza familiare allo Shabbat, fino all’educazione dei figli.
Sotto i chador, molte di loro divennero anche protagoniste di un contrabbando silenzioso, trasportando carne kasher o oggetti rituali necessari alla vita religiosa clandestina.
I tesori della memoria
Oggi, questa storia rivive grazie ai materiali conservati presso la National Library of Israel, che custodisce rari oggetti testimoni della vita segreta dei cripto-ebrei di Mashhad.
Tra questi spicca un siddur con preghiere e una Haggadah tradotti in giudeo-persiano tra il 1909 e il 1910 dal rabbino Mordechai Akaler, che temeva la perdita della tradizione senza una lingua accessibile. Akaler svolgeva molteplici ruoli — predicatore, mohel, shochet e cantore — per sostenere la comunità nella clandestinità.
Particolarmente emblematico è anche un Corano miniato appartenuto alla famiglia Hakimian, che, pur mantenendo una facciata islamica devota, annotava ai margini nascite, morti ed eventi familiari, trasformando il testo sacro musulmano in un archivio segreto della vita ebraica.
Infine, un paio di tefillin di circa due secoli fa testimonia la continuità della pratica religiosa anche sotto costrizione. L’oggetto fu donato da un medico e collezionista, dopo anni di servizio alla comunità mashhadiana emigrata.
Una diaspora silenziosa
Negli anni Quaranta del Novecento, gli ultimi membri della comunità lasciarono Mashhad, trasferendosi a Teheran, in Israele e in altri paesi. Oggi, nella città non vive più alcun ebreo.
Eppure, la loro storia continua a risuonare attraverso oggetti, memorie e testimonianze, restituendo voce a una comunità che, per oltre un secolo, scelse di esistere nell’ombra pur di non rinunciare alla propria identità.
In un momento storico segnato da nuove tensioni tra Teheran e Gerusalemme, il ricordo di Mashhad invita a guardare oltre il conflitto presente, interrogando le radici profonde — e spesso dimenticate — delle relazioni tra ebrei e Iran.



