le leve invisibili su cui agire nella ricerca del lavoro
di Dalia Fano, responsabile JOB
Domanda provocatoria, ma che ogni tanto può essere utile farsi.
JOB è un piccolo osservatorio, un’antenna che intercetta richieste e candidature.
Tra queste emergono spesso candidature e richieste che sembrano muoversi senza una direzione chiara. poco allineate e poco coerenti, come se non vi fosse una reale consapevolezza delle proprie competenze e del proprio progetto professionale.
La ricerca del lavoro non è solo un’azione operativa, è un atto identitario. Quando diciamo “mi va bene qualsiasi lavoro”, quello che stiamo evitando di fare è scegliere, posizionandoci. Dire qualsiasi lavoro comunica ai recruiters e anche al nostro piano di azione indeterminatezza, non maggiore apertura o maggiore disponibilità.
Il mercato del lavoro non è un menu à la carte. Non funziona per tentativi casuali, “cosa avete? Mi va bene tutto” o per accumulo indiscriminato di candidature.
Ogni candidatura è un messaggio, e quando il messaggio è confuso, lo è anche la risposta, o la sua assenza.
“Non mi hanno risposto” viene spesso vissuto come frustrazione. Raramente come informazione.
Se invii 20 CV e nessuna risposta, o se arrivi ai colloqui ma non passi alle fasi successive, il problema non è il CV ma la narrazione che ne fai.
Il silenzio è un feedback
Potrebbe anche segnalare:
una distanza tra come mi percepisco e come vengo percepito dal mercato
una narrazione poco chiara del mio valore
Accogliere questo dato richiede una postura adulta: non difensiva, ma analitica. Noi invitiamo le persone a fare follow up dopo il colloquio, sia come azione che fa parte del processo di candidatura, ma anche perché avere un feedback è importante perché ci restituisce informazioni utili per i prossimi eventuali colloqui o per il nostro posizionamento.
Il CV come specchio (non solo come strumento)
Molti candidati trattano il CV come un documento tecnico. In realtà è uno specchio: ci restituisce il livello di chiarezza che abbiamo su noi stessi.
Un CV generico, dispersivo o incoerente raramente è solo un problema di forma. È il riflesso di un’identità professionale che va definita.
Due elementi diventano quindi centrali:
1. Il Job Title
Non è solo un’etichetta, è una presa di posizione che definisce il campo in cui vuoi essere riconosciuto.
2. Il profilo professionale
È una sintesi strategica, che risponde implicitamente a tre domande:
chi sei professionalmente
cosa sai fare davvero
in quale contesto generi valore e risultati concreti
Senza questo, il CV resta un elenco che non orienta le decisioni, e che non lavora per noi in senso strategico. Non deve essere chi lo legge ad interpretarlo: è il CV che deve guidare la lettura.
Il curriculum va utilizzato come uno strumento comunicativo potente,
che ci porta là dove vogliamo andare: al colloquio di selezione.
È uno strumento dinamico e strategico, che va adattato alla candidatura e che ne comunica la coerenza.
E questo vale anche per il profilo su LinkedIn che va curato ed aggiornato coerentemente alle candidature inviate.
Il filo rosso: rendere leggibile anche ciò che non è lineare
Non è necessario che la carriera sia lineare, ma è necessario che abbia una narrazione con una coerenza.
Anche percorsi frammentati possono diventare chiari, se si individua il filo rosso che li attraversa; e che indica a chi lo riceve un posizionamento e una direzione
Il filo rosso può essere:
una competenza trasferibile(relazione, organizzazione, vendita)
Ad esempio: hai lavorato nella ristorazione, nel retail e in un call center. Contesti diversi, ma in tutti i casi hai gestito clienti, ascoltato bisogni, risolto problemi. Il filo rosso non è il settore, è la relazione con il cliente.
un tipo di problema che sai risolvere
Ad esempio: entri spesso in contesti disorganizzati e nel tempo porti ordine, struttura, procedure. Anche se i ruoli cambiano (segretaria, assistente, back office), il filo rosso è la tua capacità di organizzare e rendere efficienti i processi.
un contesto in cui ti muovi con efficacia
Ad esempio: lavori meglio in ambienti dinamici, a contatto con il pubblico, oppure in contesti più analitici e strutturati. Questo dice molto su dove puoi performare meglio, anche più delle singole mansioni.
un’attitudine ricorrente
Ad esempio: sei spesso la persona che prende iniziativa, che si assume responsabilità, che trova soluzioni. Anche se i ruoli non lo richiedevano formalmente, questo comportamento si ripete ed è parte della tua identità professionale.
un’evoluzione logica (anche se non lineare)
Ad esempio: passi da ruoli operativi a ruoli con più coordinamento, oppure da esecuzione a relazione con il cliente. Non è una linea retta, ma c’è una direzione.
Cosa tiene insieme le mie esperienze? Quando questo è chiaro, anche un percorso frammentato diventa leggibile. Quando non lo è, anche un percorso lineare può risultare confuso.
Le forme del boicottaggio inconsapevole
Oltre ai comportamenti più visibili, esistono dinamiche più sottili che influenzano la ricerca di lavoro. Queste riguardano due grandi aree: sottovalutazione e non consapevolezza del proprio profilo.
1. Sottovalutazione
non ci candidiamo perché non abbiamo il 100% dei requisiti
ci lasciamo intimorire da liste lunghe di competenze
riteniamo di non avere abbastanza esperienza per il ruolo
sottovalutiamo le competenze trasversali e il potenziale di apprendimento
Le job description sono spesso una wishlist, non una checklist rigida. Auto-escludersi significa perdere opportunità reali, molte aziende non cercano un match perfetto, ma coerente.
2. Mancanza di consapevolezza del profilo
non riconosciamo i punti di forza e i gap da colmare
ignoriamo la necessità di aggiornare competenze e formazione
non sappiamo come narrare la nostra esperienza in modo coerente
Accade spesso che candidati capaci si disperdano o si limitino, semplicemente perché non hanno riflettuto in profondità sul proprio profilo e sulle proprie aspirazioni.
Self coaching: fermarsi, farsi le domande giuste
Prima di inviare altre candidature, può essere utile fare un passaggio diverso: smettere di cercare fuori e iniziare a chiarire dentro.
Ecco alcune domande di self coaching che aiutano a mettere a fuoco direzione e coerenza, non serve rispondere a tutte, è sufficiente iniziare da una:
Identità professionale
Se dovessi definirmi in una riga, cosa direi oggi?
Quali attività mi riescono con maggiore facilità (e riconoscimento esterno)?
In quali contesti ho generato più risultati?
Coerenza delle scelte
Le posizioni a cui mi candido hanno un filo logico tra loro?
Cosa accomuna le mie ultime 10 candidature?
Sto scegliendo o sto reagendo (urgenza, paura, bisogno)?
Posizionamento
Il mio CV racconta chiaramente dove posso stare, o lascia spazio a troppe interpretazioni?
Perimetro e priorità
Cosa sono disposto a negoziare (ruolo, settore, retribuzione, distanza) e cosa no?
Sto restringendo troppo o allargando troppo il campo?
Azione e apprendimento
Che tipo di feedback sto ricevendo (anche implicito)?
Cosa ho cambiato concretamente nelle ultime settimane nel mio modo di candidarmi?
Tornare alla domanda iniziale
La domanda iniziale “Voglio davvero un lavoro?” ne contiene un’altra, altrettanto scomoda: “Sono disposto a definirmi abbastanza da poter essere scelto?”
Perché il lavoro non arriva perché se ne ha bisogno. Arriva quando esiste un allineamento tra:
ciò che sono
ciò che comunico
ciò che il mercato cerca
In un mercato del lavoro complesso, in cui il match tra domanda ed offerta è sempre più difficile, la chiarezza è una leva che resta sotto il nostro controllo ed è su quella che dobbiamo agire.
Perché nella ricerca del lavoro, la chiarezza non garantisce il risultato, ma l’ambiguità, quasi sempre, lo impedisce.