di Fiona Diwan
La mostra esposta nella galleria Building, accompagnata da un testo critico di Alberto Fiz, è una personale che riunisce una decina di opere fotografiche realizzate da Wolf tra il 1989 e il 2026, immagini che esplorano il mistero dello spazio, una metafisica dei luoghi e l’esperienza di una presenza che è insieme un’assenza, la dimensione del divino che abita la realtà.
“Potrà un’immagine dirmi chi sono?”. Dove vivono le immagini se non dentro di noi, accucciate in forma latente nella nostra mente? Noi vediamo solo un mondo interpretato, e solo l’immagine rende conoscibile il reale. Quale strumento se non quello fotografico per catturare l’enigma dello spazio? A chiederselo è l’artista Silvio Wolf con le opere in mostra fino al 21 marzo nella galleria Building (via Monte di Pietà 23, Milano), di Moshe Tabibnia, eclettico gallerista israelo-persiano-milanese (sua è anche la galleria in via Brera dove espone meravigliosi tappeti antichi e storici e dove è inoltre esposto un grande paravento fotografico di Silvio Wolf).
La mostra l’Altrove, accompagnata da un testo critico di Alberto Fiz, è una personale che riunisce una decina di opere fotografiche realizzate da Wolf tra il 1989 e il 2026, immagini che esplorano il mistero dello spazio, una metafisica dei luoghi e l’esperienza di una presenza che è insieme un’assenza, il vuoto che abbraccia il pieno, la dimensione del divino che abita la realtà, similmente a quel Kodesh haKodashim, il sancta Sanctorum della tradizione ebraica che proprio nell’assenza e nel vuoto ravvisava la presenza divina, la Shechinà.
Spazi che invitano alla sosta, alla meditazione, spazi dove la realtà e l’immaginazione entrano in contatto. Luoghi architettonici ambigui, avvolti da un mistero sospeso, percorsi simbolici, soglie percettive ed esistenziali: “ogni opera nasce da un incontro che interroga lo spazio che ci separa da ciò che vediamo: è in quel varco sottile che io continuo a cercare”, spiega l’artista.
Nato nel 1952 in una famiglia che ha patito la persecuzione antiebraica e le Leggi razziali durante la guerra, Silvio Wolf vive, lavora e insegna tra Milano e New York. Le sue opere traggono ispirazione da una fascinazione: quella per la dimensione della soglia, del passaggio, per i luoghi di transizione e di confine che non sono altro che un varco sottile, una fessura, una porta per entrare in un Altrove, appunto nell’enigma dello spazio.
Uno spazio liminale, soglia come luogo di conoscenza: è una dimensione metafisica quella che Silvio Wolf insegue, fessure, nicchie, squarci, interstizi, pertugi, labirinti, tutto ciò che è capace di farci intravvedere un universo nascosto, che connette e separa, offrendo una visione simultanea del dentro e del fuori, dell’interno e dell’esterno. È il confine tra il visibile e l’invisibile a sedurre Wolf (“tutto ciò che unisce, separa”, spiega), e che emerge dalle belle opere in mostra, scatti fotografici quasi materici, che assumono un’incredibile tridimensionalità grazie alla capacità tecnica di Wolf: visioni astratte di geometrie spaziali, portali, pertugi, labirinti che alludono a spazi insieme reali e soprannaturali.
Esplorare i limiti dell’immagine fotografica e i nuovi linguaggi, la contaminazione con il suono, le proiezioni, il movimento, con installazioni site-specific (il lavoro di Wolf è stato esposto in Biennale a Venezia, alla Triennale di Milano, a Dokumenta Kassel e in musei e gallerie internazionali). “E’ la facoltà epifanica dell’immagine fotografica a interessarmi, quel rivelare ciò che non si vede”, dice Wolf. Una luce abbagliante e ultraterrena da cui irrompe l’ombra, la resa materica di un dettaglio architettonico, una tridimensionalità che irrompe da un clic fotografico che per sua natura si vuole bidimensionale, spiega l’artista.
Immagini ieratiche, solitarie, architetture sospese che diventano luoghi mentali in cerca di significato, scatti che catturano paure, ricordi, speranze, dettagli di luoghi che Wolf fa affiorare dal caos magmatico delle cose, spiega il critico Alberto Fiz citando i versi di Eugenio Montale (“forse… vedrò compiersi il miracolo: / il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro/ di me, con un terrore da ubriaco…”). Visioni interiori che hanno radici nella componente imperscrutabile del reale. Aperture di un sentiero, tragitti, tappe di un’esistenza che indica sempre un Altrove. Perché alla fine, spiega Silvio Wolf, “Noi non vediamo un mondo non interpretato”.





