Cos’è Ashab Al Yamin? Il nuovo gruppo terroristico sciita rivendica gli attacchi alle sinagoghe in tutta Europa

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di Nina Prenda
I video delle azioni rivendicate sono apparsi rapidamente su circuiti online riconducibili al cosiddetto asse sciita, inclusi canali vicini a Hezbollah e ai Pasdaran iraniani. E anche la simbologia sembra ispirata a esso. Elementi che, pur non costituendo una prova, suggerisce quantomeno una possibile contiguità o un tentativo di accreditamento all’interno di quell’ecosistema.

Un gruppo finora sconosciuto, che si fa chiamare Ashab Al Yamin, ha rivendicato una serie di attacchi contro istituzioni ebraiche in Europa nel corso dell’ultima settimana, sollevando interrogativi sulla sua reale natura e su possibili collegamenti con la galassia delle organizzazioni filo-iraniane.

Il primo episodio risale a lunedì 9 marzo 2026, quando una sinagoga a Liegi, in Belgio, è stata colpita da un ordigno. Due giorni dopo, un attacco analogo è stato segnalato in Grecia, mentre venerdì 13 marzo 2026 un incendio doloso ha interessato una sinagoga a Rotterdam, nei Paesi Bassi. In tutti e tre i casi non si registrano vittime, ma il valore simbolico degli obiettivi e la sequenza ravvicinata degli episodi hanno immediatamente attirato l’attenzione degli analisti.

A colpire è soprattutto il profilo del gruppo che ha rivendicato gli attacchi. Ashab Al Yamin, nome che può essere tradotto come “Compagni della Destra” (dove “destra” assume un significato religioso di rettitudine) non risultava esistere prima di questa settimana. Diversamente da quanto accade quasi sempre in questi casi, il gruppo non dispone di canali ufficiali su Telegram o su altre piattaforme social.

I video delle azioni rivendicate sono apparsi rapidamente su circuiti online riconducibili al cosiddetto asse sciita, inclusi canali vicini a Hezbollah e ai Pasdaran iraniani. Un elemento che, pur non costituendo una prova, suggerisce quantomeno una possibile contiguità o un tentativo di accreditamento all’interno di quell’ecosistema.

Anche l’apparato simbolico richiama modelli già visti. Il logo del gruppo raffigura un braccio armato che impugna un fucile rivolto verso destra su sfondo globale: un’immagine che ricalca da vicino l’iconografia di organizzazioni come Hezbollah in Libano o Kataib Hezbollah in Iraq, entrambe legate all’Iran. L’unica differenza significativa è la presenza di un fucile Dragunov, arma di origine sovietica meno comune nella simbologia dei gruppi mediorientali, solitamente associata al più iconico Kalashnikov.

Le rivendicazioni diffuse dopo gli attacchi seguono a loro volta uno schema riconoscibile: citazioni coraniche, inviti alla jihad e un linguaggio fortemente ideologizzato. Tuttavia, secondo diversi analisti, presentano anomalie non trascurabili.

Joe Truzman, ricercatore della Foundation for Defense of Democracies, sottolinea come manchino elementi tipici delle comunicazioni dei gruppi armati sciiti, a partire dalla datazione del documento e da formule di chiusura standardizzate. “Se ci fosse stata solo la dichiarazione, probabilmente sarebbe stata archiviata come poco credibile”, osserva. “Ma la presenza dei video rende il quadro più ambiguo: o la dichiarazione e il video sono autentici, o si tratta di un gruppo criminale e antisemita che sta cercando di coprirne le tracce. È difficile da dire”.

Il dubbio resta aperto, ma si inserisce in un contesto ben noto agli osservatori. L’Iran ha una lunga storia nell’utilizzo di organizzazioni proxy per colpire obiettivi all’estero, spesso attraverso sigle opache o temporanee. Il precedente più noto resta l’attentato del 1994 contro il centro ebraico AMIA a Buenos Aires, attribuito dalla giustizia argentina alla regia iraniana e all’esecuzione di Hezbollah.

In questo schema, la comparsa improvvisa di gruppi “fantasma”, destinati a scomparire dopo un’azione, non rappresenta un’anomalia ma una prassi consolidata. “Teheran dispone delle capacità operative per agire ben oltre il Medio Oriente, inclusa l’Europa”, ricorda Truzman, evidenziando l’ampiezza della rete costruita negli anni dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie.

Anche la natura degli attacchi contribuisce all’ambiguità. I video diffusi adottano codici visivi tipici della propaganda jihadista (musica cupa, montaggio essenziale, assenza di narrazione) ma mostrano azioni relativamente limitate, condotte di notte e senza provocare vittime. Una scelta che, secondo gli analisti, non ne riduce necessariamente l’impatto.

“Non sono operazioni su larga scala, ma possono funzionare come messaggi”, osserva ancora Truzman. “L’obiettivo è generare paura, in particolare all’interno delle comunità ebraiche, e allo stesso tempo segnalare una capacità operativa, reale o presunta”.