L’antisemitismo come arma della propaganda russa, uno studio dell’Istituto Germani

Personaggi e Storie

di Anna Lesnevskaya
Narrazioni antisemite di matrice complottistica e strumentalizzazione della memoria: lungo questi filoni passa lo sforzo del Cremlino per fomentare l’antisemitismo nell’Occidente come parte e strumento della guerra cognitiva, con l’obiettivo di destabilizzare e indebolire le democrazie occidentali. È quanto conclude lo studio “Antisemitismo e misure attive russe dagli zar a Putin” curato da Massimiliano Di Pasquale, ricercatore associato dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici dove dirige l’Osservatorio Ucraina. (Nella foto la cover della ricerca e una vignetta antisemita contro i bolscevichi, intitolata “Pace e libertà insieme”, con la caricatura di Trotsky)

Lo scorso 12 febbraio alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Università Statale di Mosca ha debuttato come lettore l’oligarca ortodosso e fondatore del canale “Tsargrad TV” Konstantin Malofeev. Il suo corso, intitolato “La storia dell’Impero”, propone una visione complottistica della storia mondiale riassunta in una lotta millenaria dell’Impero dei guerrieri e dei santi di cui la Russia di oggi raccoglie l’eredità (nel solco del concetto “Mosca Terza Roma”) contro Canaan, popolata di commercianti, negozianti ebrei e massoni. Questa visione dai velati connotati antisemiti riecheggia le teorie dell’anziano collaboratore di Malofeev, il filosofo Alexandr Dugin, considerato ideologo del fascismo russo. Addetto della filosofia del tradizionalismo, Dugin divide gli ebrei in ‘buoni’, ossia seguaci della tradizione secolare, e ‘cattivi’, ossia materialisti e alleati degli americani, spiega a Mosaico Anton Shekhovtsov, studioso delle destre radicali.

Qualche giorno dopo l’inizio del corso di Malofeev, dalla capitale russa è arrivata un’altra notizia: il Museo della storia del Gulag sarà riconvertito per commemorare “il genocidio del popolo sovietico”, espressione con cui una nuova legge russa definisce le azioni dei nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e presto la negazione di questo “genocidio” sarà punita penalmente. Come spiega a Mosaico Aleksandr Verkhovsky, direttore del centro analitico russo “Sova” che studia il nazionalismo e la xenofobia (dichiarato “agente straniero” dal governo russo), questa nuova legge ingloberà e sostituirà il tema dell’Olocausto, non per negarlo, ma per creare “lo status di vittima del popolo sovietico” e ricollegarsi così all’obiettivo della guerra del Cremlino in Ucraina, ossia la ‘liberazione’ del popolo del Donbass descritto dalla propaganda russa come vittima di un “genocidio” moderno perpetrato dai “nazisti ucraini”.

Lo studio dell’istituto Germani

Narrazioni antisemite di matrice complottistica e strumentalizzazione della memoria: lungo questi filoni passa lo sforzo del Cremlino per fomentare l’antisemitismo nell’Occidente come parte e strumento della guerra cognitiva, con l’obiettivo di destabilizzare e indebolire le democrazie occidentali. È quanto conclude lo studio “Antisemitismo e misure attive russe dagli zar a Putin” curato da Massimiliano Di Pasquale, ricercatore associato dell’Istituto Gino Germani di Scienze Sociali e Studi Strategici dove dirige l’Osservatorio Ucraina. Il rapporto è stato presentato al Senato il 4 marzo al convegno “Antisemitismo e antisionismo: la disinformazione dalla Russia ad Hamas”, al quale sono intervenuti oltre all’autore, il Senatore Marco Lombardo (Azione), Luigi Sergio Germani, direttore dell’Istituto Gino Germani, Pasquale Angelosanto, generale C.A. CC (ris), consigliere del Presidente del Consiglio e Coordinatore Nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e Alessandro Vitali, professore dell’Università di Milano.

Lo studio di Massimiliano di Pasquale passa in rassegna numerosi esempi di disinformazione antisemita diffusa attraverso l’ecosistema della propaganda pro-Cremlino, che spazia da media statali e associati a Mosca agli attori autoctoni filorussi, come, nel caso dell’Italia, ad esempio, il saggista Maurizio Blondet, l’editore Sandro Teti e l’attore e musicista Moni Ovadia. Tra i personaggi di spicco scelti come bersaglio del complottismo in chiave antiebraica sono il filantropo americano di origini ungheresi George Soros e il filosofo francese Bernard-Henry Lévy.

Lo studio analizza, in particolare, notizie false diffuse sui temi come la pandemia da Covid-19 dipinta come “un attacco della guerra biologica sionista statunitense”, l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia e nello specifico la narrazione del presidente ucraino Volodymyr Zelensky come ebreo antisemita e nazista, e infine le bufale sulla guerra Hamas-Israele. L’autore cita ad esempio un articolo dello scrittore e propagandista russo Alexandr Prokhanov che traccia un parallelismo tra Gaza e Donentsk, sostenendo come entrambe siano vittime della guerra condotta dagli Stati Uniti, accostamento prontamente rimbalzato sui siti alternativi in Italia.

Un antisemitismo strategico 

L’autore della ricerca sottolinea come l’uso dell’antisemitismo nella propaganda politica del Cremlino per compattare la popolazione intorno a un nemico immaginario e interferire nella politica estera non sia una novità, ma anzi, si inserisce in una consolidata tradizione storico-culturale. Fin dalle spartizioni della Polonia alla fine dell’Ottocento, quando quasi mezzo milione di ebrei si venne a trovare sul territorio dell’Impero russo dove gli zar adottarono, a parte brevi momenti di liberalizzazione, una politica restrittiva verso la popolazione ebraica, confinata nella “zona di residenza”. L’avversione all’ebreo trova eco anche nei testi dello scrittore Fyodor Dostoevsky e degli slavofili, teoretici della ‘via peculiare’ russa in contrapposizione all’Europa. Nel 1903 in Russia vengono pubblicati per la prima volta i Protocolli dei Savi di Sion, documento fabbricato dall’Okhrana, polizia segreta zarista, che teorizzava il complotto ebraico mondiale e sarebbe diventato un caposaldo del complottismo antiebraico.

Nel periodo sovietico, dopo una breve parentesi accomodante leniniana ed esperimenti con la cultura e lingua yiddish è regnato l’antisemitismo di Stato, di cui lo studio ripercorre le principali tappe, dalla campagna della ‘lotta al cosmopolitismo’ ufficializzata nel 1949 che aveva per obiettivo l’epurazione degli ebrei dai vertici statali e culturali fino al ‘complotto dei medici’ reso pubblico nel 1953 e che ha visto eminenti dottori ebrei accusati di cospirazione contro i leader sovietici. Di Pasquale dedica una parte del suo rapporto anche alle politiche antisioniste dell’Urss e le ‘misure attive’ sovietiche all’Occidente e in Medio Oriente dopo la morte di Stalin, pagine di storia ancora da studiare e chiarire.

Un excursus storico indispensabile per capire le ragioni per cui oggi in Russia riemerge l’accusa del ‘cosmopolita senza radici’ (sinonimo di ebreo ai tempi dei Soviet) e nell’ambiente dei sostenitori della guerra in Ucraina si scatena di nuovo l’esercizio che si potrebbe definire ‘trova l’ebreo’, secondo il titolo della mostra curata a Mosca nel 2020 dalla giornalista e critica letteraria Anna Narinskaya e dedicata a influssi ebraici nascosti nella cultura sovietica. Così nel dicembre 2024, durante la conferenza stampa di fine anno, il presidente russo Vladimir Putin ha accusato gli ebrei di voler distruggere la Chiesa ortodossa russa in Ucraina. “Sono persone assolutamente senza fede, persone senza Dio. Beh, etnicamente, molti di loro sono ebrei, ma non li hai mai visti visitare nessuna sinagoga”, ha detto il leader del Cremlino.

In altri contesti Putin ha sottolineato i legami con Israele del politico Anatoly Chubais e dell’imprenditore tech e fondatore di Yandex Arkady Volozh. Entrambi hanno lasciato la Russia e Volozh si è dichiarato contrario alla guerra in Ucraina. Inoltre, hanno fatto scalpore dichiarazioni antisemite dell’attrice Valentina Talyzina. In un’intervista del 2023, l’attrice scomparsa l’anno scorso, ha sostenuto che la pop star sovietica Alla Pugacheva, immigrata dopo l’invasione dell’Ucraina e oppositrice della guerra, nascondesse le sue origini ebraiche.

A riassumere queste tendenze in una recente intervista al quotidiano Israel HaYom è stato l’ex rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt, che ha lasciato la Russia a seguito delle critiche contro la guerra in Ucraina ed è stato incluso nella lista degli ‘agenti stranieri’ dal governo russo. “Quando tutto quello che si trova al di fuori della Russia viene visto come corrotto, la retorica nei confronti degli ebrei è diventata tale che mette in dubbio la loro lealtà nei confronti dello Stato”. Secondo Goldschmidt, “quando il potere in Russia si trova sotto minaccia, usa l’antisemitismo per proteggersi”.

Come fronteggiare la strumentalizzazione dell’antisemitismo nella guerra ibrida russa all’Occidente? Lo studio dell’Istituto Gino Germani suggerisce, oltre alla costruzione della resilienza sociale tramite l’educazione al pensiero critico, anche l’istituzione di una struttura governativa di contrasto e di comunicazione strategica per fronteggiare la guerra cognitiva dei regimi autocratici.