di Nina Deutsch
Dopo gli attacchi che hanno colpito la leadership iraniana, l’Assemblea degli Esperti sceglie il figlio di Ali Khamenei come nuova Guida Suprema. I Pasdaran giurano fedeltà mentre in Iran emergono proteste e in Occidente cresce il timore per il controllo del programma nucleare.
In questi giorni febbrili di un mondo sempre più in ebollizione – un’escalation che molti analisti definiscono ormai una «terza guerra mondiale frammentata» – l’attenzione internazionale si è improvvisamente concentrata su un nome rimasto per anni dietro le quinte del potere iraniano.
Mojtaba Hosseini Khamenei, 56 anni, figlio dell’ayatollah Ali Khamenei ucciso nei recenti attacchi contro la leadership iraniana, è stato indicato domenica come nuovo leader supremo della Repubblica islamica. La sua nomina arriva in un clima di altissima tensione internazionale, dopo che Washington aveva definito inaccettabile la prospettiva della sua ascesa e Israele aveva avvertito che chiunque fosse stato designato alla guida del Paese sarebbe diventato un potenziale obiettivo. Interpellato dal Times of Israel dopo l’annuncio della nomina, Trump ha evitato commenti diretti, limitandosi a dire: “Vedremo cosa succederà”.
Secondo una nota ufficiale, Mojtaba è stato «nominato e presentato come terzo leader del sacro sistema della Repubblica islamica dell’Iran» sulla base del voto decisivo dell’Assemblea degli Esperti, l’organismo clericale composto da 88 membri incaricato di scegliere la Guida suprema.
Lo stesso organismo ha dichiarato di «non aver esitato un solo istante» nel procedere alla designazione, nonostante quella che ha definito «la brutale aggressione dell’America criminale e del malvagio regime sionista».
Poco dopo l’annuncio, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica (IRGC) ha giurato fedeltà al nuovo leader, affermando di essere pronto alla «completa obbedienza e al sacrificio» nell’esecuzione degli ordini del Giurista Guardiano, titolo con cui viene indicata la Guida suprema, Sua Eminenza l’ayatollah Seyyed Mojtaba Khamenei.
Come riferisce il Times of Israel, i media di Stato iraniani hanno diffuso immagini che mostrerebbero manifestazioni di festa in diverse città del Paese dopo l’annuncio della nomina di Mojtaba Khamenei.
In un altro video circolato sui social network – la cui autenticità non è stata possibile verificare in modo indipendente – si sentirebbero invece alcune persone a Teheran gridare dalle finestre lo slogan «Morte a Mojtaba».
People chanted “Death to Mojtaba” from their windows in Tehran’s Ekbatan neighborhood early Monday shortly before Iran’s Assembly of Experts announced Mojtaba Khamenei as the country’s new supreme leader, according to a video shared on social media. pic.twitter.com/nEiM7x7AbM
— Iran International English (@IranIntl_En) March 8, 2026
La carica di Guida suprema attribuisce a Mojtaba Khamenei l’autorità finale su tutte le principali decisioni dello Stato nella Repubblica islamica, incluso il controllo delle forze armate e del programma nucleare del Paese, comprese le scorte di uranio altamente arricchito che, se lo decidesse la nuova leadership, potrebbero essere destinate allo sviluppo di un’arma nucleare.
La controversia sulla successione
La designazione di Mojtaba Khamenei ha aperto una forte controversia sia all’interno dell’Iran sia tra gli osservatori occidentali. Molti analisti e alcuni ambienti clericali criticano infatti il carattere quasi “dinastico” della successione – il passaggio del potere dal padre al figlio – ritenuto in contrasto con lo spirito anti-monarchico della rivoluzione islamica del 1979 e potenzialmente fonte di tensioni tra le diverse fazioni del regime. Allo stesso tempo, governi e analisti occidentali vedono nella scelta un segnale di ulteriore consolidamento dell’ala più dura del sistema, fortemente legata ai Pasdaran e agli apparati di sicurezza dello Stato.
Il figlio cresciuto dentro la rivoluzione
Ma chi è davvero Mojtaba Hosseini Khamenei? Mojtaba nasce l’8 settembre 1969 a Mashhad, città santa dello sciismo iraniano. La sua infanzia coincide con il momento più turbolento della storia moderna del Paese: la caduta dello scià e la rivoluzione islamica del 1979. Il padre Ali Khamenei, allora giovane religioso rivoluzionario, è già una figura in ascesa nel movimento guidato dall’ayatollah Ruhollah Khomeini.
La famiglia non vive nel lusso. Il nonno paterno, Javad Khamenei, era un religioso povero ma molto rispettato nella comunità sciita. La genealogia familiare ha anche un peso simbolico: i Khamenei rivendicano una discendenza da Husayn ibn Ali, nipote del profeta Maometto, un dettaglio che nella tradizione sciita conferisce prestigio religioso e identitario.
La madre, la donna invisibile del potere
Nella storia della famiglia c’è una figura quasi dimenticata: la madre di Mojtaba, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh. Nata nel 1947 a Mashhad in una famiglia religiosa e benestante, incontrò Ali Khamenei durante una cerimonia privata organizzata dalla madre di lui nel 1964. Si sposarono lo stesso anno: lei aveva appena 17 anni, lui 25.
Durante gli anni della lotta clandestina contro lo scià svolse un ruolo discreto ma concreto nella rete rivoluzionaria del marito: distribuiva volantini, trasportava messaggi e nascondeva documenti dei militanti.
In un’intervista raccontò che il suo compito principale era «mantenere un’atmosfera pacifica in casa», anche quando attivisti e religiosi ricercati passavano segretamente dalla loro abitazione. Secondo alcune ricostruzioni, la donna sarebbe morta negli stessi attacchi militari che hanno colpito la leadership iraniana il 28 febbraio. La coppia aveva sei figli: quattro maschi e due femmine. Mojtaba è quello che, negli anni, ha costruito il rapporto più forte con gli apparati di sicurezza dello Stato.
L’uomo che non appare
Per decenni Mojtaba è stato definito dagli analisti «l’uomo più potente dell’Iran senza incarichi ufficiali». Non ha mai ricoperto ruoli formali nel governo, ma per anni avrebbe controllato l’accesso al padre e influenzato decisioni politiche cruciali.
Dietro le quinte, raccontano osservatori e diplomatici, agiva come una sorta di gatekeeper, cioè guardiano del potere, filtrando chi poteva parlare con la Guida Suprema. Molti iraniani lo chiamano semplicemente «Agha Mojtaba», un titolo rispettoso che indica un’autorità non ufficiale ma riconosciuta.
Nel 2019 il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti lo ha inserito nella lista delle sanzioni, accusandolo di rappresentare gli interessi del padre e di esercitare influenza diretta sugli apparati di sicurezza dello Stato iraniano.
Il retroscena londinese
Uno dei dettagli più curiosi della sua biografia riguarda la sua vita privata. Secondo documenti dell’Intelligence americana citati da alcuni media occidentali, Mojtaba avrebbe trascorso periodi nel Regno Unito per cure mediche negli anni Novanta. Durante quei soggiorni avrebbe frequentato ospedali privati di Londra, tra cui il Wellington e il Cromwell Hospital.
La vicenda – un retroscena mai confermato ufficialmente – avrebbe ritardato il suo matrimonio fino al 2004. Quando finalmente sposò Zahra Haddad-Adel, figlia di uno dei più influenti politici conservatori iraniani, la famiglia considerò l’unione quasi una questione di Stato. Il primo figlio della coppia nacque nel 2007 e fu chiamato Ali, come il nonno. Secondo funzionari israeliani citati da alcuni media, durante i recenti attacchi militari statunitensi e israeliani Zahra e il figlio sarebbero morti. Lo stesso Mojtaba, sempre secondo queste fonti, sarebbe rimasto ferito dopo essere stato preso di mira negli attacchi della scorsa settimana.
L’accusa di essere «l’eminenza grigia»
Le accuse più gravi contro di lui risalgono alle elezioni presidenziali iraniane del 2009. Quando milioni di persone scesero in piazza contro la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, diversi leader riformisti accusarono Mojtaba di essere la mente dietro la repressione. Il candidato riformista Mehdi Karroubi arrivò a scrivere una lettera pubblica alla Guida Suprema denunciando l’esistenza di «una rete» che avrebbe manipolato il voto. Molti analisti definirono Mojtaba «l’eminenza grigia del regime», l’uomo che muoveva i fili senza comparire.
Il mistero della ricchezza
Un altro capitolo controverso riguarda il patrimonio economico. Negli ultimi anni alcune inchieste giornalistiche hanno collegato Mojtaba a una rete finanziaria internazionale con proprietà immobiliari e investimenti all’estero, tra cui residenze di lusso a Londra e attività commerciali legate al settore alberghiero. Secondo alcune ricostruzioni, questi asset sarebbero gestiti attraverso intermediari e società registrate in più paesi. Teheran ha sempre respinto queste accuse definendole propaganda.
Il paradosso della successione
Il paradosso è che lo stesso Ali Khamenei, negli anni, avrebbe espresso dubbi sulla possibilità che il figlio gli succedesse. Secondo alcune ricostruzioni interne al regime, la Guida Suprema temeva che una successione familiare potesse far apparire la Repubblica islamica come una monarchia religiosa. Eppure, nonostante queste riserve, il nome di Mojtaba è tornato ciclicamente come quello del successore più probabile.
L’uomo più misterioso dell’Iran
Oggi Mojtaba Khamenei è un uomo maturo di 56 anni. È un religioso di medio rango, insegna teologia nel seminario di Qom e appare raramente in pubblico. Non rilascia interviste, non tiene discorsi televisivi e partecipa di rado a eventi internazionali. Eppure – nel mezzo di una crisi globale – potrebbe diventare uno degli uomini più potenti del pianeta.
Un leader cresciuto nell’ombra, figlio di una rivoluzione ed erede di un sistema politico che non ha mai previsto davvero una successione dinastica. E ora la sua storia è appena cominciata.



