Il giorno più felice: gli iraniani a Milano in piazza festeggiano la morte del loro dittatore

Italia

di Sofia Tranchina

 

MILANO – Piazza Duomo si riempie di leoni gialli, stelle blu e strisce rosse. Gli iraniani festeggiano la morte del loro dittatore.

Khamenei, “forse”, è morto. I primi lanci d’agenzia iniziano a circolare nel primo pomeriggio di sabato 28 febbraio. Le redazioni parlano al condizionale, i social esplodono. Nelle chat Telegram e WhatsApp degli iraniani in diaspora rimbalza la stessa domanda: «È vero?».

«Io aspetto di vedere la foto del cadavere», dice qualcuno con una cautela che tradisce anni di propaganda e smentite. «Mi fido della Reuters, ma non mi fido di Khamenei. Capace che tra un’ora risorge». Sorridono, ma l’incredulità è ancora più forte della gioia.

Alle nove di sera arrivano le prime conferme solide. «Mazal tov, oggi si fa la storia», scrivono amici da Israele. Poi l’annuncio definitivo: «Khamenei, una delle persone più malvagie della Storia, è morto», dichiara il presidente americano Donald J. Trump sul suo social Truth. Per milioni di iraniani, dentro e fuori dall’Iran, è «il giorno più felice della nostra vita».

«È tutto vero?»
«È tutto vero. Il ratto è morto».

Così lo chiamano i dissidenti: Mūsh-e ʿAli, il ratto Ali. «Come un ratto si è nascosto nei bunker, lasciando noi iraniani senza difesa», spiegano.

La notizia si trasforma in appuntamento. «Cosa fai stasera? Dobbiamo festeggiare». Nel giro di pochi minuti, le prime persone arrivano in Piazza Duomo. Poi diventano cento, duecento. Sventolano bandiere israeliane e bandiere persiane con il leone e il sole, simbolo dell’Iran pre-rivoluzionario. Portano birre da distribuire, rose rosse, dolcetti, casse per diffondere musica rivoluzionaria.

«Libertà, libertà, libertà!» gridano ballando in cerchio. Bruciano fotografie del leader appena morto. «Sei morto troppo facile, dovevi rispondere a novanta milioni di persone», scrive su Instagram la dissidente Rayhane Tabrizi. «Ma va bene così. Anzi, va benissimo».

Partono i canti storici della protesta: Marg bar kolle nezam — morte a tutto il regime — e To akhund kafan nashavad, in vatan vatan nashavad — finché il mullah non sarà avvolto nel sudario, questa patria non diventerà una patria. Ma c’è anche un coro nuovo: «Bibi merci, Bibi merci!».

Gli iraniani ringraziano il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, soprannominato da alcuni Amoo Bibi, zio Bibi, per aver colpito il regime. «Non ti fermare. Porta a termine quello che hai iniziato», gridano. Tra l’inno nazionale Ay Iran e il rap della generazione Z, risuonano anche canti israeliani: Am Israel Chai, Hava Nagila, Purim Ba.

«C’è una giustizia poetica», dice qualcuno, «nel vedere sconfitto un regime persiano che proclama la distruzione di Israele proprio a Purim, la festa in cui viene ricordato come un altro potente persiano, Aman, tentò di sterminare il popolo ebraico, e pagò con la vita».

Ma la gioia non è senza ombre. «Sono morti in quarantamila, e oggi non possono vedere questo giorno», singhiozza una ragazza. «Un minuto di silenzio», propone qualcuno. La piazza si inginocchia, i telefoni si alzano, le torce si accendono.

Intanto, in Iran, milioni di persone festeggiano a loro volta. Le bombe, però, continuano a cadere. Colpiscono i vertici del regime, ma non mancano le vittime collaterali. E la paura attraversa la diaspora: «Internet è di nuovo in shutdown. Non riesco a raggiungere i miei genitori. Spero stiano bene».

Nel suo annuncio, Trump aggiunge un avvertimento: «Molti membri dell’IRGC e delle forze di sicurezza non vogliono più combattere e cercano l’immunità. L’ho detto e lo ripeto: oggi possono avere l’immunità. Se aspettano, avranno soltanto la morte».

In Piazza Duomo si balla. Si canta, si brinda, si piange. È la fine di un uomo, forse di un’epoca. Ma non è ancora la fine della guerra.

 

Tutte le immagini sono © Sofia Tranchina