di Anna Lesnevskaya
Il quarto anniversario dell’invasione russa dell’Ucraina. L’aliyah di guerra tra difficoltà di integrazione, discriminazione e costruzione di una nuova identità. Il dramma dei giovani immigrati in cerca di una patria. Come russi e ucraini in Israele sono visti dalla politica: un serbatoio di voti difficile da gestire
Nei quattro anni trascorsi dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, circa 113 mila nuovi olim da questi due Paesi hanno raggiunto Israele, secondo i dati dell’Ufficio centrale israeliano di statistica. La cosiddetta “aliyah di guerra” è diventata una continuazione dell’“aliyah di Putin” post-annessione della Crimea nel 2014 e si è innestata nella “grande aliyah” dai Paesi post-sovietici degli anni Novanta. Oggi gli israeliani russofoni sono più di un milione e costituiscono circa il 13-14% dei votanti. Se c’è un’opinione consolidata è che questa vasta comunità composta di persone altamente qualificate è stata uno dei fattori del “miracolo economico” israeliano. La nuova ondata di immigrazione di ebrei russi e ucraini dall’identità stratificata ha risvegliato le vecchie conflittualità intorno al loro ruolo nello Stato ebraico e ha esacerbato le difficoltà dell’integrazione. La comunità stessa percepisce un’impennata di “razzismo” nei propri confronti e secondo Ze’ev Khanin, professore di Scienze Politiche all’Università Bar-Ilan ed ex capo esperto scientifico del Ministero dell’Alyiah e dell’Integrazione, questo sarà uno dei temi della campagna elettorale di fatto già iniziata per le elezioni alla Knesset, previste entro il 27 ottobre 2026, ma che con ogni probabilità si terranno prima della scadenza fissata dalla legge.
La linea dell’attuale governo sull’aliyah è stata chiaramente enunciata negli accordi di coalizione con il Partito Sionista Religioso e gli Haredim dell’Ebraismo della Torah Unito, che prevedono tra l’altro l’abolizione della “clausola del nipote” nella Legge del Ritorno (ora si permette di fare l’aliyah anche a chi abbia solo un nonno ebreo, ndr). Mentre il ministro dell’Aliyah e dell’Integrazione Ofir Sofer (Partito Sionista Religioso) ha annunciato appena dopo la nomina di voler limitare l’immigrazione dalla Russia e dall’Ucraina, lamentando che la maggioranza degli ebrei che arrivano da quegli Stati non lo sono secondo l’Halakhà.
Come è stato dichiarato nella recente seduta del Comitato per l’Immigrazione, l’Assorbimento e gli Affari della Diaspora della Knesset, i numeri dell’immigrazione dai Paesi post-sovietici hanno raggiunto l’anno scorso il livello più basso dal 2020, mentre le aliyot dalla Russia si sono dimezzate nel 2025 rispetto al 2024 (8.540 contro 19.479, secondo l’Agenzia Ebraica). Commentando il calo, il deputato russofono Vladimir Beliak (Yesh Atid) ha detto che “per motivi politici ed elettorali” il governo ha bollato l’immigrazione dalla Russia e dall’Ucraina come “indesiderata”.
L’attuale clima politico in Israele su questo argomento si riassume meglio in quanto detto durante il dibattito alla Knesset, nel maggio dell’anno scorso, intorno all’ennesimo tentativo di modificare la Legge del Ritorno. Secondo il ministro delle Comunicazioni Shlomo Karhi (Likud) lo scopo della “clausola del nipote”, introdotta nel 1970, era quello di dare rifugio a chiunque fosse perseguitato in quanto ebreo e “nessuno avrebbe immaginato che dei goyim sarebbero venuti in Israele per scopi puramente economici, come quelli che ci porta Liberman (il deputato Avigdor Liberman di Israel Beytenu), per ricevere il pacchetto di benefit e tornare a casa dopo due giorni”. Proprio per sbarrare la strada agli immigrati dai Paesi CSI visti come approfittatori, l’attuale governo ha inasprito la procedura del rilascio del passaporto israeliano, che prima era immediato per i nuovi cittadini.
La piaga del bullismo
Su questo sfondo politico, negli ultimi mesi c’è stato uno stillicidio di denunce che riguardano casi di bullismo e discriminazione contro i ragazzi russofoni nelle scuole israeliane, tra il suicidio, nel dicembre scorso, di un quattordicenne russo bullizzato dai compagni di banco a Nof haGalil fino all’incidente in una scuola di Haifa, dove un’insegnante ha costretto un allievo a ricoprire il quaderno con la scritta “non parlo il russo”. E infine, il 2 febbraio, nella scuola Chaim Gouri di Netanya tre ragazze ucraine sono state aggredite fisicamente da un gruppo di coetanee che urlavano “Yalla, ciao ciao, qua non è mica la Russia”. In queste dinamiche discriminatorie spesso, infatti, non viene fatta la distinzione tra russi e ucraini che vengono percepiti come un unico gruppo alieno.
Il video dell’aggressione di Netanya è diventato un caso mediatico grazie a Dima Levin, il padre della 15enne Valerya, una della ragazze colpite. Allenatore di box e attivista locale già conosciuto per il lavoro di sensibilizzazione sull’autismo, Levin ha deciso di togliere il velo del silenzio che regnava su questi casi percepiti dai genitori stessi come un tabù. «Se prima questo argomento era taciuto, da quando ho deciso di parlarne apertamente, molti hanno avuto il coraggio di raccontare esperienze simili; sto ricevendo tanti messaggi dei genitori», racconta il 37enne a Bet Magazine Mosaico.
Levin è intervenuto sul caso di sua figlia anche alla Knesset, per ben due volte. Nella seduta del 17 febbraio del Comitato per l’Immigrazione, l’Assorbimento e gli Affari della Diaspora, il suo presidente, Gilad Kariv (I Democratici), ha criticato i ministri e il sistema statale per non essere stati pronti a fronteggiare l’ondata massiccia dell’immigrazione e li ha esortati a stanziare le risorse necessarie per gestire l’integrazione dei nuovi immigrati. Mentre Avigdor Liberman, leader del partito di destra radicale Israel Beytenu, intorno al quale gravitano le simpatie di una grande parte della comunità russofona, ha sollecitato il Ministero dell’Istruzione a lanciare un programma statale di “tolleranza zero al razzismo”.
Mentre sull’accaduto indaga la polizia e una commissione sta decidendo le misure da attuare, Dima Levin spera che il sistema sia intransigente e che le colpevoli siano trasferite in un altro istituto. «Lo Stato deve cambiare il suo atteggiamento verso il razzismo perché stanno soffrendo i nostri figli che vengono a scuola per ricevere l’istruzione e dopo presteranno servizio nell’esercito, questo è il futuro di Israele-, ci dice. – C’è un paradosso per cui nella diaspora eri un ‘zhid’ (giudeo) e arrivato in Israele ti danno del ‘russo puzzolente’ e ti cacciano via».
La pedagogia di The Walks
Il disagio e lo smarrimento delle migliaia di adolescenti russofoni, catapultati in Israele da un giorno all’altro con l’inizio della guerra della Russia contro l’Ucraina, sono stati colti da Nastya Ryabtseva, russa venuta lei stessa poco tempo prima a vivere nello Stato ebraico in quanto moglie di un ebreo. Con un’esperienza di lavoro nel sociale, in particolare nel mondo dell’infanzia, Nastya insieme a un’altra collega appena dieci giorni dopo l’invasione russa ha dato vita a Gerusalemme ad un progetto, The Walks, che da piccola organizzazione volontaria si è trasformata in un’organizzazione non profit con specialisti di altissimo livello nell’ambito della pedagogia, attiva in numerose città israeliane e anche in Spagna, Francia e Usa.
«Siamo nati con lo scopo di radunare questi ragazzi e fargli conoscere il meglio di Israele, ma anche creare un ‘terzo spazio’, al di fuori della scuola e della famiglia, dove tessere legami sociali e trovare sostegno-, ci racconta Nastya. – In Israele c’è una prassi per cui se ti trasferisci qui devi dimenticare la tua vecchia identità e diventare un israeliano. Noi invece crediamo che mantenere due identità prendendo il meglio da entrambe sia una via più sana che arricchisce maggiormente», ci spiega la cofondatrice di The Walks. «Portiamo i ragazzi nei musei, festeggiamo con loro le feste, gli facciamo conoscere le personalità di spicco israeliane per farli innamorare del Paese e aiutarli a trovare una nuova immagine di futuro». All’interno del progetto è attivo anche un gruppo in lingua ucraina, perché per i ragazzi ucraini è molto importante poter parlare la loro lingua e non essere accomunati con i russofoni.
Ora The Walks gestisce anche una chat anonima di sostegno psicologico ai ragazzi. Secondo un sondaggio realizzato dall’organizzazione tra i partecipanti del progetto, il 30% dei ragazzi hanno sperimentato il bullismo, mentre il 70% ne sono stati testimoni. «Israele non era pronto a questa grande ondata di immigrazione-, ritiene Ryabtseva. – Per potere integrare un grande numero di ragazzi che non parlano la lingua, ci vogliono insegnanti che sappiano come fare, mentre ora purtroppo in Israele spesso la scuola non sa come comportarsi con questi allievi russofoni. Questo si somma al fatto che quanto accade nelle scuole rispecchia anche la situazione nella società, che ha attraversato diverse guerre e dove c’è una fortissima tensione emotiva».
Un altro grande scoglio per l’integrazione dei nuovi olim è la burocrazia israeliana. Ad aiutare molti a navigare in questa realtà oscura è Tatyana Berlin, diventata un vero e proprio punto di riferimento per la comunità russofona grazie al gruppo social “Assistenza sociale e informativa”, che gestisce dal 2021 come volontaria e che conta 63mila follower su Facebook e 35mila su Telegram. Tatyana risponde ai quesiti che si concentrano soprattutto intorno all’Istituto Nazionale di Assicurazione fino ad accompagnare le persone, soprattutto gli anziani, negli enti burocratici.
Il portale dei diritti Kol Zchut
Berlin è stata coordinatrice della versione russa di un altro importante progetto, il portale dei diritti Kol Zchut, organizzazione non profit finanziata dal Ministero della Giustizia e che fornisce informazioni aggiornate su tutti i diritti dei cittadini attraverso 7000 voci. A inizio febbraio, Berlin però è stata licenziata in tronco perché in attesa dell’approvazione del bilancio statale il finanziamento della versione russofona del portale non è stato prorogato. Per Tatyana, che con altre due colleghe è riuscita a rendere disponibili in russo 3500 voci con 20mila visualizzazioni settimanali, lo stop al progetto è stato un colpo duro, ma ha anche creato scalpore nella comunità russofona e nella Knesset fino a sbloccare il budget necessario. Berlin però dice a Mosaico che non tornerà nel progetto. «Non è un buon segnale che dobbiamo lottare per ogni progetto e farci sentire da tutto il Paese per salvarlo-, ci racconta Berlin. – Credo che 1,5 milioni di israeliani russofoni, tra cui tanti sono autonomi, ma molti sono deboli e hanno bisogno di aiuto, non devono soffrire per colpa della chiusura dei progetti a sostegno della loro integrazione e della realizzazione dei loro diritti in questo Paese». Secondo Tatyana, l’ondata dell’immigrazione degli ultimi anni «ha portato a dei problemi sistemici con l’integrazione: mancano informazioni, accompagnamento, ci sono delle file lunghissime per accedere agli ulpanim per studiare l’ebraico».
Il clima che si è creato intorno all’aliyah russofona «ci fa ripiombare negli anni Novanta che sembravano già diventati storia», ritiene Ze’ev Khanin, professore di Scienze Politiche e capo del Programma di ricerca dei conflitti post-sovietici presso il Centro per gli studi strategici BESA dell’Università Bar-Ilan. «Quelli che erano dei casi isolati di attriti ora si presentano come un vero e proprio fenomeno». Secondo lo studioso lo si potrebbe riassumere con l’espressione “ruakh a-mefaked”, che in ebraico significa “lo spirito del comandante”. «Si tratta di una specie di legittimazione dall’alto di un atteggiamento ostile verso gli olim dai Paesi post-sovietici, soprattutto quelli nuovi, ma non solo», spiega l’esperto.
Il peso degli elettori russofoni
Uno dei motivi alla base di questo fenomeno in corso è politico, ci dice lo studioso. Secondo la sua valutazione, alle ultime elezioni alla Knesset un terzo degli elettori russofoni ha votato per i partiti della coalizione al governo (Likud di Benjamin Netanyahu e HaTzionut HaDatit di Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich), mentre due terzi hanno votato i partiti dell’opposizione (Israel Beytenu di Avigdor Liberman e Yesh Atid di Yair Lapid). Il governo vedrebbe quindi come un problema non solo l’identikit elettorale degli immigrati russofoni, ma anche la loro complessa identità ebraica che non piace alla componente ultrareligiosa della coalizione. «L’aliyah dai Paesi post-sovietici è generalmente laica e conta molti discendenti di matrimoni misti-, spiega Ze’ev Khanin. -In questo rispecchia lo stato della diaspora dove mediamente la percentuale dei matrimoni misti è circa del 55%». I tentativi di modificare la Legge del Ritorno sono legati proprio alla percezione dell’attuale governo riguardo a quello che sarebbe un “vero ebreo”. Secondo una ricerca di Khanin sull’aliyah di guerra, gli ebrei ucraini che sono arrivati in Israele si identificavano come ucraini nel senso civico, ebrei dal punto di vista nazionale e culturalmente russofoni. «È un quadro troppo complesso per chi ci governa, per loro tutti questi ebrei sono dei ‘gentili’, meglio gli ebrei occidentali che votano bene e si autodefiniscono in modo corretto».
Tuttavia, nella società israeliana molti sono entusiasti della nuova ondata dell’immigrazione russofona. Lo è, ad esempio, Linda Pardes Friedburg, fondatrice e direttrice della Shishi Shabbat Yisraeli, iniziativa nazionale della leadership ebraica per i giovani israeliani russofoni. L’anno scorso sul Jerusalem Post Linda ha raccontato come dopo il massacro del 7 ottobre la sua organizzazione è riuscita a coinvolgere 1500 volontari tra i nuovi olim russofoni che hanno confezionato pasti e smistato attrezzatura medica presso le basi dell’esercito israeliano. La nuova aliyah, ha scritto l’attivista, “conta una grande percentuale di giovani professionisti talentuosi che rafforzeranno Israele in svariati modi, come lo è stato con le precedenti ondate di immigrazione dai Paesi post-sovietici, che hanno aiutato a creare la nostra Startup Nation”.
Foto in alto: i giovani nuovi immigrati da Russia e Ucraina coinvolti nelle attività della associazione The Walks



