Sara Ferrari: «Dal trauma del 7 ottobre, anche la letteratura israeliana risorgerà»

Personaggi e Storie

di Ilaria Myr

Dopo il Sabato Nero i narratori israeliani hanno “perso le parole”, travolti dal dolore e dal delirio collettivo che si è innescato con la guerra a Gaza. E di cui anche in Italia paghiamo le conseguenze. Come racconta la docente universitaria  Sara Ferrari

«Quello che è successo il 7 ottobre, con tutto ciò che ne è conseguito, è stato talmente traumatico per gli israeliani che il primo effetto immediato è stato un arresto della scrittura narrativa. Gli autori, che sono spesso impegnati civilmente oltre che politicamente hanno avuto bisogno di tempo per riorientarsi in questa realtà completamente frantumata. Non siamo ancora usciti da questa impasse, siamo in una fase di attesa, ma sono fortemente convinta che nei prossimi mesi gli autori ricominceranno a scrivere con un respiro maggiore. E, come sempre, anche questa volta gli scrittori israeliani troveranno il modo di interpretare in modo intenso ed efficace la nuova realtà che si è venuta creare».

È un’analisi molto lucida e sofferta, ma anche piena di speranza, quella che Sara Ferrari, docente universitaria di Lingua e cultura ebraica e traduttrice, fa con Mosaico-Bet Magazine su quello che è stato l’impatto del 7 ottobre e della guerra a Gaza sulla letteratura israeliana contemporanea, prima di tutto da un punto di vista umano. «A parte qualche raro caso, come Eshkol Nevo, con il suo diario di guerra sul Corriere della Sera, Etgar Keret, con gli articoli su Repubblica e Dror Mishani, anch’egli con un diario che in Italia non è però stato tradotto, tutti gli altri autori di narrativa hanno come “perso le parole”, paralizzati dal dolore e dall’incredulità – spiega -. Solo la poesia ha invece avuto uno sviluppo enorme in questi due anni, come unica risposta nell’emergenza».

Tutto ciò ha avuto un inevitabile effetto anche qui in Italia, dove pure la letteratura israeliana è molto amata e seguita. «Negli ultimi due anni il mio corso di lingua e letteratura ebraica ha perso circa il 50% degli studenti – racconta -. Soprattutto sono spariti gli studenti arabi, che fino al 2023 frequentavano numerosi il mio corso con reciproca soddisfazione. Certo è che anche se la lingua e la letteratura ebraica sono argomenti non connessi direttamente alla politica, anch’essi hanno risentito di questo delirio collettivo dell’ultimo biennio: non saprei definirlo altrimenti».

Un vero e proprio “tsunami”, una psicosi che ha sconvolto, come ben sappiamo, anche la società italiana in un vortice di odio, accuse, boicottaggi. «Ammetto che all’inizio tutto ciò mi ha paralizzato – spiega -. Poi però ho capito che l’unica cosa che potessi fare era svolgere il mio lavoro ancora meglio di prima, cercando vie nuove per esplorare l’affascinante universo ebraico». Di recente ha quindi pubblicato con Carocci il libro La lingua ebraica, in cui, oltre ad affrontare il passaggio dell’ebraico da lingua liturgica a lingua utilizzata anche nella letteratura contemporanea, vengono trattate anche tematiche di più stretta attualità.

E poi, ha continuato con l’apprezzato gruppo di lettura di libri israeliani organizzato dall’Associazione Italia Israele di Milano, che da circa dieci anni riscuote un grande successo. «Lo seguono circa 30 persone – con picchi di partecipanti sui libri degli autori più amati – e lo scambio e l’arricchimento reciproci sono continui». A febbraio, poi, riprenderà il corso in Lingua e cultura ebraica all’Università Statale di Milano, e la speranza è ovviamente una: ritornare a una situazione di normalità.

Un mondo in divenire

Ma come si è evoluta ed è cambiata la letteratura israeliana nei decenni? Una domanda obbligata da fare a un’esperta dell’argomento. «Sicuramente lo scrittore che ha rotto tutti gli equilibri è stato Shmuel Yosef Agnon, che rimase fino alla fine profondamente galiziano nell’anima. Lui ha portato con sé delle strutture narrative e un modo di affrontare il testo in una dimensione onirica, sognante e simbolica che prima non esisteva. Senza di lui non avremmo avuto A.B. Yehoshua e Amos Oz – spiega Ferrari -. Gli autori più contemporanei hanno ovviamente esperienze di vita e modelli letterari diversi rispetto ai ‘grandi vecchi’ della letteratura israeliana». Un primo aspetto di rottura rispetto al passato è che in molti scrivono in ebraico anche al di fuori di Israele: Nevo, ad esempio, vive per molti mesi a Torino (insegna alla Scuola Holden, ndr), Itamar Orlev ed Etgar Keret hanno vissuto a lungo a Berlino, mentre Ayelet Gundar Goshen, pur abitando in Israele, ha ambientato tutto l’ultimo libro Dove si nasconde il lupo (Neri Pozza) negli Usa.

È quindi un allontanamento dal triangolo tradizionale terra-popolo-lingua. «Un’altra nuova tendenza è il venire meno delle correnti letterarie – continua -. Nei decenni precedenti avevamo la Dor Ha haretz (la generazione della terra) e la Dor haMedina (la generazione dello Stato). Dalla fine degli anni ’70 non ci sono più queste correnti, ma ognuno si muove in maniera autonoma e l’impegno politico, se esiste, è molto più individuale rispetto al passato in cui esistevano ancora le riviste di partito, su cui spesso gli autori erano attivi.

Oggi ogni autore procede nel suo percorso: la Gundar Goshen nell’analisi dell’animo umano, così Eshkol Nevo e, seppure nell’ambito del noir, Dror Mishani. E poi c’è Roy Chen che, con la sua esperienza nel teatro, mostra una produzione fuori dagli schemi». Inevitabile dunque pensare a quanto potrà essere diversa la letteratura nei prossimi anni, una volta che lo shock del 7 ottobre sarà meno bruciante e si potrà cominciare a elaborare il lutto e tutto ciò che esso ha portato. «Come ho detto, i narratori israeliani riusciranno, come hanno sempre fatto, a interpretare il momento, e saranno loro a riservarci le sorprese più grandi – spiega -. A monte c’è la capacità di sopravvivere e rinascere dalle ceneri, tipicamente ebraica e israeliana, ma soprattutto il sapere analizzare e comprendere se stessi e la società con un’introspezione critica che è unica». Dobbiamo quindi solo aspettare di vedere cosa succederà. E, intanto, continuare a leggere.

 

 

Foto in alto: Sara Ferrari con il poeta Ronny Somekh