di Sofia Tranchina
A Verona, un israeliano e un palestinese hanno portato insieme la torcia olimpica. Mentre l’opinione pubblica italiana resta intrappolata nella retorica del boicottaggio, chi è coinvolto in prima persona sceglie la strada più difficile: la riconciliazione. Un’analisi sul significato della Tregua Olimpica nell’era della polarizzazione.
Il 18 gennaio 2026, all’Arco dei Gavi di Verona, Maoz Inon, imprenditore israeliano, e Aziz Abu Sarah, attivista palestinese, hanno portato insieme la torcia olimpica fino a piazza Bra, camminando fianco a fianco, le mani sulla stessa fiamma.
La passerella è stata l’immagine plastica di ciò che la “Tregua Olimpica” – quel principio antico quanto i Giochi stessi – può significare quando smette di essere un concetto astratto e diventa scelta.
Verona si è autoproclamata “Capitale della Pace” per l’occasione, trasformando l’Arsenale militare – luogo dove per decenni si costruivano e immagazzinavano armi – in “Casa Verona”, uno spazio simbolico per testimonianze e dialogo.
La genesi di una fratellanza improbabile
Maoz Inon e Aziz Abu Sarah hanno pagato sulla loro pelle il prezzo del conflitto israelo-palestinese e hanno scelto, contro ogni prognostico, di non lasciare che il dolore si trasformasse in vendetta.
La mattina del 7 ottobre 2023, Maoz si è svegliato intorno alle 7 con un messaggio WhatsApp di suo padre: “C’è un attacco. Sentiamo bombe e spari, abbiamo chiuso la casa”. Quello che inizialmente sembrava uno dei tanti allarmi si è rivelato l’inizio della tragedia: i genitori di Maoz, Yakovi e Bilha, sono stati uccisi nella loro abitazione nel moshav Netiv HaAsara, di fronte a Gaza, bruciati vivi in casa loro.
Aziz Abu Sarah, invece, aveva nove anni quando suo fratello Tayseer, diciottenne, fu arrestato dai soldati israeliani con l’accusa di aver lanciato pietre contro veicoli con targa israeliana. Tayseer rimase in un carcere israeliano per circa un anno. Quando fu finalmente rilasciato e tornò a casa, morì poche settimane dopo per le ferite subite durante la detenzione. Per anni, Aziz ha coltivato rabbia e amarezza, convinto che la vendetta fosse l’unica risposta possibile.
Eppure, entrambi hanno saputo riconoscere che il dolore può assumere due strade: diventare forza distruttiva che alimenta l’odio, oppure trasformarsi in fonte di forza, perseveranza e speranza. Come ha spiegato Aziz durante l’incontro a Casa Verona: «È una decisione estremamente importante e profonda decidere cosa fare con il proprio dolore. Noi abbiamo scelto con determinazione che il nostro dolore fosse la base su cui costruire speranza per un futuro migliore».
I due, conosciutisi attraverso i social media come attivisti per la pace e imprenditori nel settore turistico che organizzavano viaggi congiunti israelo-palestinesi, non si erano mai incontrati di persona, quando il 9 ottobre 2023, mentre Maoz era in lutto per la perdita dei genitori, Aziz Abu Sarah l’ha chiamato per fargli le condoglianze.
Inizia così il loro percorso insieme, che li ha portati, nell’aprile 2024, a parlare insieme alla convention di Vancouver organizzata dal fondatore di TED Talks.
Incoraggiati dalla ricezione del pubblico, hanno fondato InterAct, una fondazione educativa non politica che forma pacifisti, diplomatici, imprenditori e altri attori della società civile. Hanno acquisito notorietà, fino ad essere ricevuti nel maggio 2024 da Papa Francesco all’Arena di Pace a Verona, e nel maggio 2025 da Papa Leo XIV in Vaticano.
Ora, hanno scritto un libro insieme, A Palestinian, An Israeli: Brotherhood Across the Divide: The Future is Peace, che uscirà in aprile. Il titolo stesso è una dichiarazione di intenti: la pace non come utopia lontana, ma come futuro pragmatico e realizzabile attraverso scelte concrete.
«Non è stato facile», ammette Abu Sarah. «Abbiamo avuto conversazioni difficili. Abbiamo pianto. Ma alla fine abbiamo raggiunto valori condivisi: dignità, uguaglianza, riconoscimento reciproco, sicurezza».
La cooperazione che non fa notizia
Il gesto di Inon e Abu Sarah è l’espressione più visibile di una rete sotterranea di cooperazione israelo-palestinese che esiste da decenni e che continua a operare anche nei momenti di massima tensione.
Ad esempio il Parents Circle – Families Forum (PCFF) riunisce famiglie israeliane e palestinesi segnate dalla perdita di un parente nel conflitto, per trasformare il dolore in un percorso politico e civile; o Combatants for Peace, un movimento nato dall’incontro tra ex combattenti di entrambi i fronti, persone che hanno conosciuto la guerra attraverso l’esperienza diretta. Al centro del movimento è l’assunto che la sicurezza non si costruisce con l’annientamento dell’altro, ma con la fine delle logiche di dominio e con un percorso di responsabilità reciproca.
Sono realtà che fanno poca notizia, eppure esistono, resistono, e dimostrano che la convivenza non è solo possibile, ma è già praticata.
Il paradosso del boicottaggio olimpico
La storia moderna è costellata di momenti in cui lo sport è riuscito ad aprire la porta a uno spazio neutro laddove la diplomazia non ha potuto. Si accumulano ad esempio gesti individuali, compiuti dagli atleti in spirito sportivo spesso a rischio personale. Ad esempio, nel 2023, il sollevatore di pesi iraniano Mostafa Rajaei ha stretto la mano all’atleta israeliano Maksim Svirsky dopo una competizione ai World Masters Weightlifting Championships in Polonia. Per questo gesto — considerato politicamente “sconveniente” dalle autorità sportive iraniane — Rajaei è stato sospeso dal suo sport.
Ed è qui che si apre la frattura. Mentre due uomini segnati da lutti personali scelgono la strada del dialogo e della presenza condivisa, una parte consistente dell’opinione pubblica spinge nella direzione opposta: l’esclusione. Le richieste di boicottare Israele dai Giochi invernali di Milano-Cortina 2026, rilanciate da movimenti e organizzazioni politiche e sportive, puntano a trasformare l’arena olimpica in un ulteriore campo di ostracismo. Ma così facendo riducono lo sport a strumento di sanzione e propaganda, cancellando la sua funzione storica di “spazio terzo”: un terreno neutro in cui l’identità politica viene temporaneamente sospesa a favore della competizione e del riconoscimento reciproco. Il rischio è che, in nome della giustizia, si finisca per negare proprio ciò che Inon e Abu Sarah hanno messo in scena a Verona: l’idea — scomoda e faticosa — che la pace non si costruisce eliminando l’altro, ma imparando a coesistere con la sua presenza.
A Brescia, il 17 gennaio 2026, durante il passaggio della torcia olimpica, sono stati esposti striscioni con la scritta «Fuori Israele dalle Olimpiadi». Ma il CIO ha respinto queste richieste, riaffermando che sia Israele che la Palestina sono membri riconosciuti con uguali diritti secondo la Carta Olimpica.
Alternative
La fiamma olimpica rimarrà accesa a Verona fino al 22 febbraio 2026, custodita in una lanterna costruita appositamente, a promemoria del fatto che le alternative esistono sempre, anche quando sembrano impossibili.
Il futuro non è scritto, e ogni generazione ha la responsabilità di chiedersi se costruire muri o ponti.



