Milano-Tel Aviv, quando l’arte costruisce la pace

di Fiona Diwan

Sodalizi Italia-Israele: parla Piergaetano Marchetti.

Coniugare la memoria storica ebraica con i cambiamenti sociali dell’Europa di oggi. Difendere i valori del pluralismo cosmopolita e della diversità. Creare legami più stretti tra istituzioni culturali milanesi e israeliane. Fare networking per la pace. E poi progetti, idee, ricordi di famiglia. La parola a Piergaetano Marchetti, nominato Presidente onorario AMATA Italia (Amici del Museo d’Arte di Tel Aviv)

«Ho sempre molto amato la città di Tel Aviv e il suo museo di Arte Contemporanea, che ho visitato numerose volte, con i suoi capolavori. Tel Aviv è una metropoli sorprendente, un laboratorio di modernità unico al mondo. Quando Anna Sikos, l’attuale Presidente AMATA Italia (Associazione degli Amici del Museo di Tel Aviv), mi ha offerto la Presidenza onoraria ho subito accettato. AMATA è una realtà con enormi potenzialità sul piano culturale: non è soltanto un’Associazione che si occupa di far conoscere la straordinaria realtà del museo di Tel Aviv, non è solo una istituzione prestigiosa ma è un esempio della capacità innovativa, dell’apertura, della vivacità e dell’amore per la cultura che caratterizza Israele. AMATA è anche networking per la pace, è una sorta di ambasciatore, capace di far conoscere una delle eccellenze israeliane sapendo guardare al di là e oltre i problemi politici e più contingenti». Così parla Piergaetano Marchetti, appena nominato Presidente onorario di AMATA, notaio, docente universitario, autore di numerosi saggi, 78 anni, Presidente della Fondazione Corriere della Sera, ex Presidente Rcs MediaGroup (oggi siede nel suo Consiglio di amministrazione), ex pro-rettore dell’Università Bocconi. «Ripeto spesso, scherzosamente, che bisognerebbe obbligare tutti i detrattori ipercritici di Israele a fare un viaggio e a visitare questo Paese. E’ capitato spesso che, una volta tornati, abbiano cambiato idea o almeno sfumato le loro convinzioni», prosegue Marchetti. «Proprio per questo ritengo che AMATA abbia molto da dire a una società civile italiana – non necessariamente solo al mondo ebraico -, e ricoprire una funzione molto più ampia, di largo respiro, senza limitarsi a iniziative strettamente funzionali a illustrare gli eventi del Museo di Tel Aviv. Far capire lo spirito che sta alla base dei valori di Israele, moltiplicare le iniziative con eventi culturali di varia natura in grado di aprire un tavolo di dialogo anche con istituzioni e realtà italiane, creare delle sinergie. Questo deve essere AMATA. Un esempio di sinergie? Se volessimo raccontare o illustrare le nuove tendenze dell’arte contemporanea in Israele, varrebbe la pena farlo insieme al Museo di Gerusalemme e anche magari con una realtà museale italiana. Insomma, ritengo che AMATA debba aprirsi ancora di più alla realtà culturale milanese e italiana con festival e eventi, invitando personaggi della cultura, organizzando incontri, proiezioni, dibattiti. AMATA per me è anche difesa dei valori della diversità e del pluralismo, oggi ancor più che ieri, a maggior ragione per via del fatto che adesso ricorrono gli 80 anni della Leggi razziali, la grande vergogna della storia italiana del Novecento. Cosmopolitismo, immigrazioni, identità: questo potrebbe essere un altro tema significativo, da proporre per un panel di incontri e proiezioni. Senza dimenticarci mai che proprio il mondo ebraico è stato, da sempre, capace di coniugare una visione cosmopolita e internazionalistica con la salvaguardia della propria identità, unendo il particulare all’universale, sposando il senso di appartenenza e la propria identità plurimillenaria con il main stream locale dei Paesi in cui vivevano nella Diaspora».

Non amo usare la parola “radici”
Un altro tema che sta a cuore a Marchetti sarà quello di coniugare la memoria storica con l’oggi, ossia con l’attualità europea, con le spinte nazionaliste e populiste che sembrano prevalere un po’ ovunque. «Come ebrei, non ci si può dimenticare cosa significhi l’esperienza dello sradicamento, il nomadismo forzato, la condizione di essere stranieri, o di essere costretti a lasciare, per necessità, la propria casa. Ecco perché credo che una società non debba né possa chiudersi nelle sue radici. Ritengo che la stessa parola radici sia problematica, che sprigioni un certo profumo di provincialismo. Gli uomini non sono alberi ma hanno piedi che hanno saputo camminare, e bocche che hanno saputo parlare, gli uni per andare avanti, l’altra per dialogare (cito liberamente una immagine di Enzo Bianchi)». Marchetti rievoca la propria storia famigliare, esito di ibridazioni, nomadismi, migrazioni.

«Mio nonno Menaim Michele Matalon arrivò a Milano da Salonicco all’inizio del Novecento e sposò mia nonna Henriette Strumtza di Smirne, per corrispindenza, guardandone solo la fotografia. Fu un grandissimo amore, non furono capaci di sopravvivere l’uno senza l’altra e morirono praticamente a poca distanza di tempo. Erano migranti ma condividevano la stessa koinè culturale, lo stesso universo greco-turco-mediterraneo che caratterizzava le terre dell’Impero ottomano prima della caduta. Da loro nacque mia madre Frida, che diventò insegnate di Lettere, e mia zia, Stella Matalon, che poi divenne direttore del Museo di Brera a Milano. Ricordo ancora perfettamente l’ottobre del 1944: ero un bambino di 4 anni e insieme a mia madre e a mia zia andammo a piedi verso Lucca, sulla liena Gotica, la linea Pisa-Rimini. Avevamo documenti falsi, non fummo presi, malgrado l’eccidio a Sant’Anna di Stazzema avvenuto proprio lì, nei pressi del nostro rifugio situato in una frazione di Camaiore. Arrivammo in una Lucca occupata dalla Sesta armata inglese del Generale Alexander. Di stanza laggiù c’era anche la Brigata Ebraica. Furono proprio loro a sfamarci e a fornirci cibi buonissimi. Ero piccolo ma mi ricordo tutto, come fosse ieri. Appena arrivate a Lucca, mia madre e mia zia furono subito accolte e reintegrate nell’insegnamento: entrambe le sorelle avevano avuto la presenza di spirito di cucirsi nell’orlo della gonna il ritaglio della Gazzetta Ufficiale che le indicava, nome e cognome, come insegnanti di ruolo. Quell’accortezza ci salvò. Sono nato all’inizio della guerra, nel 1939, in piene Leggi razziali, nacqui all’Asilo Evangelico di Milano, in Viale Monte Rosa che era della Croce Rossa Internazionale e quindi luogo extra-territoriale. Lì i fascisti non potevano toccarci, né fare nulla agli ebrei, proprio per questo fui fatto nascere in quel luogo».

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