Parahsà Mattot Masè. Le tribù di Gad

Parashot Mattot e Maasé

Appunti di parashà a cura di Lidia Calò
Le due Parashot di questa settimana Mattot e Maase raccontano il senso del dovere del rispetto del voto, quindi dell’impegno verso Dio ma in fondo anche verso la società e verso chi ti ascoltava e le tappe del lungo viaggio dei benè Israel nel deserto. Impegno e senso del cammino, parola data da mantenere e ricordo fondamentale dei luoghi e dei passi della propria storia.
A questo punto del racconto biblico ci ritroviamo con una crisi che riguarda non già il passato bensì il presente ed il futuro del popolo di Israele.
La Transgiordania è già stata conquistata. Il popolo di Israele si appresta ad attraversare il fiume Giordano per entrare nella terra promessa e conquistarla. In questo preciso momento due tra le tribù chiedono a Moshé di non passare il Giordano: preferiscono stabilirsi nel luogo in cui si trovano e chiedono che venga già loro assegnata una porzione nella terra di Israele.
“Se abbiamo grazia ai tuoi occhi, ti chiediamo che sia data questa terra ai tuoi servi in eredità e non ci sia fatto passare il Giordano.” Con grande delicatezza e amabilità presentano la loro richiesta, che tuttavia implica la loro separazione del resto del popolo. Alieni dalla santità della terra di Israele, sembrano concepire la terra unicamente come un fattore economico: “Questa terra è giusta per gli armenti ed i tuoi servi hanno armenti.” Questo è il loro argomento.
Attratti da un utilitarismo materiale, i capi di queste tribù non avvertono la necessità di condivisione e di connessione con la realtà di tutto il popolo di Israele. Così, spiegano a Moshé, “costruiremo stalle per i nostri armenti e città per i nostri piccoli”, menzionando il lato economico – gli armenti – prima di quello familiare e morale – i piccoli.
Rispetto a questo passaggio, Rashi fa notare che Moshé inverte l’ordine degli elementi nella sua risposta: “Costruirete città per i vostri figli e stalle per il vostro gregge” e li risveglia con un discorso circa la necessità di mantenere l’ordine autentico tra ciò che è fondamentale e ciò che è secondario.
Riferendosi all’unità del suo popolo, Moshé aggiunge poi ulteriori argomenti contro le iniziative di Gad e Reuven: “Per caso vorreste rimanere qui mentre i vostri fratelli andranno in guerra? Perché volete scoraggiare i figli di Israele inducendoli a non passare nella terra che l’Eterno gli dona?” In realtà Moshé non è preoccupato per la possibilità della conquista; sa che Dio ha promesso al suo popolo la terra e che questa sarà comunque conquistata, con più o meno soldati.
Moshé pone una domanda retorica di ordine morale in quanto egli non ha dubbi su quali debbano essere gli elementi che definiscono questo popolo come tale; egli teme in particolar modo che al posto della solidarietà collettiva che dovrebbe indurre queste due tribù alla lotta comune con le altre, ci sia una diserzione che potrebbe demoralizzare e sfiancare l’intero popolo che si accinge a intraprendere la conquista.
Di fronte al rischio imminente che percepisce, Moshé decide questa azione autonomamente, senza consultarsi con Dio. È disposto a dividere la terra, ma non a consentire la divisione del popolo. Gad e Reuven, in seguito, lasceranno le loro famiglie in Transgiordania, attraverseranno per primi il Giordano e lotteranno fianco a fianco dei loro fratelli. Solo dopo la conquista e la divisione della terra si ricongiungeranno alle loro famiglie ed alla terra che hanno scelto.
Questa parashà ci racconta, in definitiva, della responsabilità collettiva del popolo di Israele che grava su ogni suo membro. Un popolo dotato di una propria identità che si regge su basi solide è un organismo sano: se una parte di esso si trova in pericolo, l’integrità di tutto il corpo è compromessa e l’organismo intero si deve difendere. Di Rav Pinhas Punturello
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