(Il quadro di Moshè e Yitrò è opera di Jan Victors (Amsterdam, 1619 –1679)).

Parashat Yitrò

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Può apparire sorprendente il fatto che la Parashà in cui si racconta del Mattan Torah, il dono della Torah ad Israele, la rivelazione di HASHEM dal Monte Sinai, i Dieci Comandamenti che tutto il popolo d’Israele ascolta dalla voce del Signore, proprio questa Parashà venga intitolata con il nome di Yitrò, personaggio apparentemente minore- era il suocero di Mosè – nonché midianita quindi di origine non ebraica.

Ci sono però alcuni elementi, sia nel racconto stesso della Torah che nel midrash, che ci aiutano a leggere questo personaggio in maniera più approfondita e capire quale nesso ci sia proprio tra l’arrivo di Itro’-di cui narra all’inizio della Parashà- e il dono della Torah ad Israele.
Prima di questo episodio la Torah non ci racconta molto di Yitrò, sappiamo che era un sacerdote midianita e che aveva sette figlie che si occupavano di condurre al pascolo il gregge. L’incontro di Mosè con la famiglia di Yitrò avviene nel pressi del deserto ove Mosè era fuggito dopo l’uccisione dell’aguzzino egiziano; avendo Mosè protetto le figlie di Itrò dalle aggressioni di un gruppo di pastori viene invitato da Itrò nella sua dimora e da questa accoglienza nasce l’occasione per cui Zipporà,una delle figlie di Itrò, sposa Mosè.

Il midrash però anticipa un altro episodio che ci presenta Yitrò con una personalità più evidente, ci parla infatti di lui come uno dei consiglieri ai quali il Faraone si sarebbe rivolto per avere un parere circa l’atteggiamento da tenere nei confronti degli ebrei, gli altri due erano Giobbe e Bil’am; mentre quest’ultimo suggerì apertamente la schiavitù e Giobbe evitò di prendere posizione esplicita, Yitrò fu l’unico ad esprimersi decisamente contro l’adozione di persecuzioni a danno di Israele, pur senza avere ancora in quel momento alcun coinvolgimento personale. Il midrash ci mostra quindi un personaggio già capace di assumersi in proprio la responsabilità di decisioni e prese di posizioni che non seguivano assolutamente l’interesse personale ma rigorosi criteri di giustizia.

Secondo un’interpretazione recente, Yitrò,proprio per il suo rigore morale- come appare nell’episodio del midrash -e per la sua ansia di ricerca della verità-che lo porterà infine ad abbandonare l’idolatria- era di fatto isolato all’interno stesso della sua gente, malgrado ufficialmente fosse un loro sacerdote; questo isolamento di fatto si potrebbe rispecchiare proprio nella situazione di pericolo a cui espone le figlie, inviate da sole alla guida del gregge senza che alcuno della sua popolazione sentisse il dovere di proteggerle.
All’inizio di questa Parashà si racconta che Yitrò raggiunge Mosè riportandogli la moglie e i due figli -Ghershon ed Eliezer- dai quali il Profeta si era allontanato nelle fasi più difficili della trattativa col Faraone e nell’uscita dall’Egitto.
La venuta di Yitrò è introdotta nel racconto della Torah da un riferimento ai sentimenti che avevano spinto il suocero di Mosè ad andare incontro ad Israele: YiItrò, sacerdote di Midian, sentì (“Vaishma’”) ciò che il Signore aveva fatto per Mosè e per Israele suo popolo e che lo aveva fatto uscire dall’Egitto” Il midrash ci riferisce che Itrò fu particolarmente impressionato dalla notizia dell’apertura del Mar Rosso per il passaggio di Israele. L’ascolto di questo evento fu decisivo nella vita di Yitrò che da quel momento abbandonò l’idolatria per avvicinarsi decisamente alla fede in D.O unico ,infatti nel colloquio con Mosè dirà: “Ora io riconosco che il Signore è più grande di ogni divinità”.
Questo significa che in lui l’”ascolto” di ciò che HASHEM aveva compiuto non era stato un fatto superficiale, un’emozione transitoria ma un evento che aveva veramente trasformato la sua vita. Anche altri al di fuori di Israele avevano ascoltato gli stessi eventi,si erano stupiti e profondamente emozionati di fronte allo stesso miracolo, ma una volta passata questa reazione emotiva ,per loro tutto era ritornato come prima,nulla di sostanziale era cambiato nella loro vita e nel modo di essere, la loro fede rimase legata all’idolatria.

Il forte esempio che ci viene da Itrò è quindi la capacità di introiettare le parole della Torah in modo che il loro ascolto –lo “Shema’ Israel-” non sia un fatto superficiale ,scontato ma possa,cosi come è avvenuto per il suocero di Mosè, trasformare veramente la nostra vita. Allo stesso tempo questo personaggio ci ricorda la necessità di sviluppare una identità ed una coscienza morale molto forti ,che possano superare ogni condizionamento dell’ambiente ed ogni risvolto di tornaconto personale.

Lo stesso Itrò dà anche dei consigli molto importanti a Mosè sulla necessità di alleggerire una parte del proprio carico di leader attraverso la nomina di giudici e funzionari che condividessero con lui la guida del popolo; secondo una particolare interpretazione (Rav Dov Levanon), il consigli di Itrò a Mosè rappresenta la necessità che la sapienza (chokhmah) si affianchi alla profezia (nevuah)e ad un certo punto ne erediti il ruolo,così infatti avvenne nella storia ebraica,quando si concluse l’esperienza dei Profeti e la guida passo ai Maestri che diffusero lo studio e l’interpretazione della Torah,scritta ed orale.
Attraverso queste spiegazioni Yitrò esce dall’ombra, dal ruolo marginale e diviene un personaggio chiave che ci fornisce modalità di comportamento e di valori necessari affinché l’evento della Rivelazione del Sinai sia sempre attuale, sia approfondito nello studio della Torah e continui a stimolare le nostre coscienze.

Di Rav Giuseppe Yosef Momigliano
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