Abramo accoglie gli angeli

Parashat Vayerà. L’importanza di ‘correre’ nonostante le avversità

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
È la corsa l’elemento che apre e caratterizza questa Parashà. Dio appare ad Abramo subito dopo che egli si è sottoposto alla circoncisione, l’ora è calda ed arrivano contemporaneamente tre viandanti, in realtà angeli ed Abramo corre ad accoglierli.18 1 Poi il Signore apparve a lui alle Querce di Mamre, mentre egli sedeva all’ingresso della tenda nell’ora più calda del giorno. “Egli alzò gli occhi e vide che tre uomini stavano in piedi presso di lui. Appena li vide, corse loro incontro dall’ingresso della tenda e si prostrò fino a terra, dicendo: «Mio signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo. 4Si vada a prendere un po’ d’acqua, lavatevi i piedi e accomodatevi sotto l’albero. 5Andrò a prendere un boccone di pane e ristoratevi; dopo potrete proseguire, perché è ben per questo che voi siete passati dal vostro servo”.

L’ora calda, questo senso di afa non solo climatica ma di tempo morale che rende difficile una vera azione etica è anche la nostra ora, eppure come Abramo non possiamo e non dobbiamo fermarci. Il monoteismo etico che nostro padre Abramo ci ha insegnato ha un richiamo all’agire senza se e senza ma, non c’è caldo che freni, non c’è giustificazione che tenga. Lui accoglie tre sconosciuti correndo, muovendosi, insegnando a tutta la sua famiglia il dovere di una tenda che sia aperta ai quattro lati per accogliere da ogni direzione.

Se per trovare Dio Abramo “cammina”, a passo giusto per un uomo che cerca se stesso, per accogliere l’altro Abramo corre. In questa enorme differenza sta l’essenza del monoteismo ebraico: non possiamo stare fermi. Non possiamo essere statici. Non possiamo riposare nemmeno nell’ora più calda del giorno. E l’ora calda è rappresentata da chi si sta allontanando dal proprio popolo, da chi sta tornando e pone domande, da chi è già lontano e domande non ne sa più porre. In nome di tutto questo bisogna correre, andare, accogliere e rispondere. Non sta a noi portare a termine il lavoro, ma correre per provare a fare è un nostro dovere dal quale non possiamo scappare. Ed allora che ognuno di noi prepari l’acqua che ha, cioè la Torà, la farina che possiede, le proprie mitzvot e risponda in questa afosa e confusa ora identitaria ad ogni dubbio ad ogni ebreo che cammina, viandante tra strade difficili.

Di Rav Pinhas Punturello 
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