'Mosè e il vitello d'oro', Nicolas Poussin

Parashat Ki Tissà

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
(Esodo 30,11 – 34,35) I figli di Israele, che non vedono tornare Mosè dal monte Sinai, costruiscono un vitello d’oro. Il Signore, per punizione, vuole distruggere il popolo, e solo l’intervento di Mosè lo salva. Ma quando Mosè, sceso in mezzo al popolo, lo trova che danza sfrenatamente intorno all’idolo, preso dall’ira spezza le Tavole della Legge. Tornato sul monte Sinai, il Signore gli dà due nuove Tavole. Mosè stabilisce che la Tenda della Radunanza sia luogo di raduno e di insegnamento per il popolo.

La Parashà di Ki-tissà è ricca di argomenti di notevole importanza: il censimento del popolo; il grave peccato di cui si macchiarono i figli d’Israele con il culto prestato al vitello d’oro subito dopo aver ricevuto nel Decalogo il precetto “Non ti farai alcuna immagine”; la perorazione di Mosè presso l’Eterno perché perdoni il popolo.
Ci soffermeremo in modo particolare sui primi versetti della nostra Parashà che ci dà le disposizioni da seguire per il censimento del popolo.
Questa parte iniziale costituisce il brano che nel sabato precedente il capomese di Adar (“Shabbath Shekalim”) si legge nel secondo Sefer che in tal giorno si estrae dall’Aron. Ogni membro adulto del popolo d’Israele doveva offrire un mezzo siclo per contribuire alle spese occorrenti per i sacrifici che venivano offerti nel Tempio durante l’anno. E dato che, per quanto riguarda le ricorrenze e il culto sacrificale, Nissan è considerato il primo mese dell’anno, la raccolta degli shekalim aveva inizio nel mese precedente, Adar; allo scopo di sollecitare il popolo a compiere il precetto, fu stabilito dai nostri Maestri che il sabato precedente il capomese di Adar, fosse riletto il seguente brano della Torà in cui l’Eterno dà appunto le disposizioni riguardanti il censimento:
“Quando farai il censimento dei figli d’Israele… questo dovranno dare tutti quelli compresi nell’enumerazione: un mezzo siclo… sarà il contributo da pagarsi al Signore… Il ricco non offrirà di più, né il povero di meno di mezzo siclo…” (30,12-15).
È significativo il motivo per cui proprio il mese di Nissan era stato fissato come inizio dell’anno, anche per quanto riguardava il culto sacrificale nel Santuario: Nissan era stato il mese della liberazione dalla schiavitù egiziana e Nissan, secondo la nostra tradizione, sarà anche il mese della “gheulà shelemà” della completa redenzione per Israele.
Ebbene, ci ammoniscono le parole divine, per giungere alla redenzione sono necessari sacrifici da parte di tutto il popolo, del singolo individuo come della collettività; ma non solo nel culto! In tutti i campi, anche in quello della vita privata, della vita di tutti i giorni, dobbiamo compiere ogni sforzo per eliminare qualsiasi discriminazione e dobbiamo tendere all’uguaglianza, proprio come uguali siamo tutti di fronte a Dio.

Se desideriamo veramente la nostra redenzione spirituale, se la ricerchiamo sinceramente, dobbiamo innanzi tutto essere consapevoli che, per esserne degni, dobbiamo essere pronti, in ogni momento della nostra vita, a sacrificare il nostro “ego”, le nostre troppo spesso egoistiche abitudini, per il benessere della collettività. Per giungere alla redenzione si deve combattere e vincere la durezza di cuore, l’ostinatezza, che costituiscono ostacoli molto difficili da sormontare. È necessario prendere in considerazione e tener sempre presenti tutte le esigenze del prossimo, unirsi con il prossimo, ricercare un linguaggio comune; soltanto con sincero spirito di reciproca comprensione potremo avere il merito di far risiedere in mezzo a noi la “Shechinà”, la “Maestà Divina”.
Commentando il passo citato, Rabbì Meir si chiede: “È scritto: `Questo dovranno dare!’“; ma che cosa significa la parola questo? Rabbì Meir stesso risponde: “Il Signore Benedetto mostrò a Mosè una moneta di fuoco e gli disse: `Questa deve essere la moneta che ogni figlio d’Israele dovrà offrire!’“ (Talmud Jerushalmi, Shekalim 1,5). In altre parole: “Come il fuoco di questa moneta riscalda ed illumina, così anche la sua offerta deve essere riscaldata dal calore del suo cuore, deve illuminare il suo cammino!”. La monete, quindi, è il metro con cui si sarebbe vagliata l’offerta di ogni singolo individuo per il contributo al servizio divino. Se la moneta era fredda, era segno che anche il cuore di colui che la offriva era freddo, duro come la pietra; la sua offerta era soltanto un atto esteriore, privo di sincerità. Se, al contrario, era calda come il fuoco, allora, indubbiamente, l’offerta era stata fatta con amore, con slancio, con sincerità; allora, veramente, la moneta era “un siclo sacro”, così come un “fuoco sacro” aveva spinto l’offerente a portare il proprio contributo.

Questo è uno dei princìpi che dobbiamo sempre tenere presenti: le nostre azioni debbono essere ispirate ai più alti ideali; ma non è tanto l’offerta che conta, quanto, e soprattutto, lo spirito con cui viene data!
E ancora: il fuoco riscalda ed illumina: ebbene, sempre e in ogni luogo si ha bisogno di luce e di calore, di molto calore umano. Le migliori qualità sia del singolo sia della collettività, la tzedakà e il chesed, la giustizia e la misericordia, si manifestano compiutamente soltanto quando ogni singolo è pregno di quel calore umano per il prossimo che rende possibile la vita di ogni società, che la rende degna di essere vissuta.
Il fuoco, infine, simboleggia anche la fratellanza. Per bocca del profeta Geremia, l’Eterno, infatti, afferma: “La Mia parola non è forse come il fuoco?” (Geremia 23,29), e, come spiega il Talmud: “Le parole della Torà sono state paragonate al fuoco per insegnarci che proprio come sono necessari molti pezzi di legno per accendere e mantenere il fuoco, così pure dobbiamo ricordare che, se si vuole portare luce e calore nella società in cui viviamo, bisogna sapersi avvicinare gli uni agli altri, bisogna essere strettamente uniti ai nostri fratelli”. In ebraico, infatti, la parola “ach” può significare sia fratello sia focolare. Il fuoco simboleggia quindi l’armonia, la concordia, la serenità del focolare domestico, la collaborazione tra i vari membri della famiglia, in particolare tra i padri e i figli. Nella vita quotidiana è la forza dei giovani insieme con l’esperienza degli anziani che, unite nel perseguire una comune meta, riusciranno a superare tutte le difficoltà. E il focolare domestico è il simbolo della fratellanza che deve essere alla base della vita di qualsiasi società, che deve permeare la vita di ogni comunità, di ogni popolo, di tutta l’umanità.
Rabbì Meir nella sua interpretazione ha posto in rilievo tutti questi insegnamenti e, in particolare, ci ha ricordato che non è il numero, la quantità che caratterizzano veramente un popolo, bensì la qualità. Per la vita e la sopravvivenza di un popolo sono necessari principalmente i valori morali e spirituali.
È indispensabile l’uguaglianza assoluta di tutti i singoli individui senza discriminazioni dovute a censo, a casta sociale o a qualsiasi altra considerazione: è necessario l’animo illuminato dalla reciproca solidarietà, infiammato dall’amore per il prossimo.
Perché, non dimentichiamolo, l’amore concreto, pratico, per il prossimo è stato comandato prima di tutto nel Levitico (19,18)!

Di Elia Kopciowski

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