Parashat devarim

Parashat Devarim

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il punto fondamentale di riflessione è che questa Parashà viene letta e studiata durante lo Shabbat che precede il 9 di Av, (Tishà beav), giorno di grave lutto per la Nazione d’Israel, dal giorno in cui fu distrutto il Tempio di Gerusalemme e il Popolo fu disperso sulla Terra in un lungo esilio che dura fino ai nostri giorni.

Questo è il giorno più triste del calendario ebraico. In quel giorno nefasto, con la distruzione del Beit haMikdash, la Shekinà (la presenza di D-O) si allontanò ed iniziò il lungo peregrinare e le indicibili sofferenze che dovranno portare al ritorno a D-O, alla remissione dei peccati e alla ricostruzione ed instaurazione del Terzo ed Ultimo Santuario. Fu una caduta non solo materiale, ma soprattutto spirituale di Am Israel.

Dice il Midrash: “dal giorno in cui è distrutto il Santuario, non c’è più sorriso dinanzi al trono del Santo Benedetto Sia” e sono quindi comprensibili la tristezza e la malinconia che in questo giorno accompagnano tutti i cuori, tristezza per il perduto rapporto con HaShem che ricorre quotidianamente nelle preghiere, perché l’Ebreo ricorda la grazia perduta non durante un solo giorno, ma tutti i giorni.
Il libro di Devarim (Deuteronomio) è l’ultimo Libro della Torah ed inizia esattamente prima dell’ingresso nella Terra Promessa.
Vi è una particolarità molto importante: fino ad ora Moshè ha parlato al Popolo riferendo la Parola di D-O in tempo reale. HaShem parla in maniera immediata per bocca del Suo massimo Profeta.
Moshè, l’uomo dal linguaggio inceppato, difficoltoso parla per riferire il volere di D-O, la Sua Parola diretta che è la TORAH SCRITTA.

Da questo momento in poi tutto cambia. Moshè, il balbuziente, parla da solo, si rivolge al Popolo e trasmette gli ordini di HaShem dopo un intervallo che intercorre dal momento in cui l’Eterno gli parla, al momento in cui egli parla al Popolo. E’ l’inizio della trasmissione della TORAH ORALE.

L’esordio è una sorta di riassunto degli eventi accaduti dall’uscita dall’Egitto fino alle porte di Eretz Israel. Una analisi dei prodigi visti e delle cadute di fede, dei peccati di idolatria e del perdono di HaShem, delle vittorie sui popoli incontrati e delle sofferenze. Contemporaneamente a questo discorso, giunti ormai alla fine del peregrinare nel deserto, avviene anche un altro fatto importante: la cessazione della manna dal cielo.
Ora Israel non è più un bambino che suo Padre conduce per mano, insegnandogli a camminare e mostrandogli le regole dei comportamenti per la sua vita futura. Ora non è più necessario, anzi sarebbe controproducente se il Padre continuasse a condurre e a nutrire il figlio. Se così fosse, non gli consentirebbe di crescere, di maturare, di diventare autonomo e di sentire da solo la responsabilità dell’osservanza.
Ora il nutrimento dal cielo termina e Israel deve essere capace di produrre da solo quanto basta alla sua vita. Ora Israel è in grado di camminare e per questo ha la Torah. Finora era la Torah scritta. Da questo momento la sua sopravvivenza, la sua vita sono legate allo STUDIO che deve essere perenne e Moshé fornisce gli strumenti della Torah orale.
I saggi dicono infatti che è da questo momento che si inizierà a chiamare Moshè: “Moshè Rabbenu” (Moshè nostro Maestro).

Da questo istante il più grande dei Profeti diviene il più grande tra i Maestri.

Qual è allora la relazione con il giorno del lutto del 9 di Av?
Che le parole dei Maestri, la Torah orale, sono le parole che vengono da D-O a Moshè.
Dice il Pirkè Avot (Massime dei padri), Cap. I: “Mosè ricevette la Torah sul Sinai e la trasmise a Yehoshùa; Yehoshùa la trasmise agli Anziani e gli Anziani ai Profeti; I Profeti ai Membri della Grande Assemblea (Kenesset HaGhedolà). Questi ultimi solevano dire tre cose: Siate cauti nel giudicare, educate molti discepoli e fate una siepe intorno alla Torah.”
Solo lo studio costante della Torah, alla luce della Torah orale, può portare alla fine del lutto e della sofferenza dell’esilio e alla ricostruzione del Terzo e Definitivo Santuario, i nostri giorni ne saranno testimoni, Amèn. (Di Rav Pacifici)
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