Un nuovo ordine mondiale, un rinnovato modello di leadership: un bilancio a un anno dalla rielezione di Donald Trump

Kesher

di Ilaria Myr
Innumerevoli e interessantissimi gli spunti di analisi che il giornalista ed ex direttore de La Stampa e la Repubblica Maurizio Molinari propone nel suo nuovo libro La scossa globale,  (Rizzoli) e che ha illustrato domenica 30 novembre nell’Aula Magna A. Benatoff della Scuola ebraica di Milano in un incontro organizzato da Kesher con i membri della Comunità, intitolata Trump, un anno dopo: cosa cambia in Medio Oriente. 

«Nella regione del Medio Oriente, di cui fa parte Israele, molti Stati hanno già accettato di avere rapporti con lo Stato ebraico, e l’ostilità esistente su vari aspetti non preclude che i rapporti si possano stringere. Questa è l’idea di una necessaria connettività, che oggi domina in Medio Oriente, sotto la spinta di Donald Trump, che – come anche Biden prima di lui – punta a creare un sistema integrato economico e militare che trasformi il Medio Oriente in una piattaforma di commercio e di sicurezza fra India e l’Occidente in alternativa alla Cina».

Questo è solo uno degli innumerevoli interessantissimi spunti di analisi che il giornalista ed ex direttore de La Stampa e la Repubblica Maurizio Molinari propone nel suo nuovo libro La scossa globale,  (Rizzoli) e che ha illustrato domenica 30 novembre nell’Aula Magna A. Benatoff della Scuola ebraica di Milano in un incontro organizzato da Kesher con i membri della Comunità, intitolata Trump, un anno dopo: cosa cambia in Medio Oriente, dedicata al primo anno di presidenza Trump dopo la sua rielezione. (Agli inizi di novembre del 2024, alla vigilia delle elezioni presidenziali statunitensi, lo stesso Molinari aveva dedicato un incontro incentrato sulla strategia in Medio Oriente del presidente che sarebbe stato eletto di lì a breve).

Una serata, quella di questo 30 novembre, che con la moderazione della direttrice dei media della comunità Fiona Diwan, ha offerto ai presenti informazioni inedite di prima mano e soprattutto un approccio nuovo, nonché molto informato, sull’evoluzione che sta vivendo il mondo.

L’attacco alla Stampa e la Fratellanza Musulmana: dal locale al globale

L’incontro si è aperto con una riflessione sull’irruzione di manifestanti propal venerdì 28 novembre nella redazione de La Stampa a Torino, giornale per il quale Molinari ha lavorato per vent’anni sia come inviato che come direttore. «A memoria d’uomo non si è mai verificato dopo la seconda guerra mondiale un evento di questo tipo in Italia» ha dichiarato il giornalista, spiegando come la manifestazione sia nata come protesta per l’arresto e il previsto rimpatrio dell’imam torinese Mohammed Shahin, che in una manifestazione aveva giusticato le aggressioni del 7 ottobre da parte di Hamas, dicendo che si dovevano contestualizzare, e che era stato quindi fermato dalle autorità italiane. Di fatto, le persone che manifestavano difendevano uno che legittimava le atrocità del 7 ottobre.

Quello che però ha colpito di più Molinari è che chi ha invaso la redazione del quotidiano erano per lo più giovani italiani. «Mentre all’indomani del sabato nero erano soprattutto gruppi di integralisti stranieri di prima e seconda generazione a favore delle istanze di Hamas, oggi è un numero importante di italiani a sostenere le stesse tesi. E questo non è un fatto estemporaneo, ma è la cartina di tornasole di qualcosa di molto più complesso, che ci obbliga a riflettere su cosa succede se nella Repubblica italiana quando maturano dei gruppi che aggrediscono valori fondanti della nostra Costituzione, come è avvenuto il 28 novembre a Torino. Per gli aggressori i contenuti del giornale – peraltro non sempre a favore di Israele – non erano importanti: era invece urgente essere violenti contro un’espressione delle istituzioni. Questo è un movimento talmente estremo che cavalcando le posizioni più fondamentaliste di Hamas arriva ad attaccare i fondamenti della vita democratica in Italia». Ne consegue un clima di totale incertezza e imprevedibilità.

Da qui è seguita un’analisi della Fratellanza musulmana, movimento a cui l’imam Shahin appartiene, nato nel 1928 in Egitto in ostilità con il laicismo di Ataturk, che dopo il collasso dell’Impero ottomano aveva abolito il califfato. «Nel mondo musulmano chi si sente tradito da questa decisione si riunisce con l’obiettivo di ricostituire questo Califfato, e in un mondo in cui la pressione della modernità occidentale è dominante, per difendere le origini dell’islam è legittimo anche l’uso della violenza». La Fratellanza Musulmana si diffonde in tutti i Paesi arabi, e ispira terroristi come Osama bin Laden e ai suoi principi aderisce Hamas al momento della sua nascita, nel 1988. (Non in tutti i Paesi arabi, però, la Fratellanza Musulmana assume connotazioni violente).

La Fratellanza Musulmana è però invisa a molti Stati arabi perché si tratta di un movimento rivoluzionario che punta a rovesciare i leader dei paesi arabi che considera corrotti e troppo vicini all’occidente per sostituirli con leader fedeli all’Islam. Per questo motivo dagli anni ’60 i Fratelli musulmani hanno subito una pressione molto forte nei loro Paesi di origine, tanto da decidere di emigrare. E qui entra in scena l’Occidente. «L’Occidente li ha accolti come oppositori oppressi dai regimi nei loro paesi, con un intento democratico – ha continuato Molinari -. Prima la Gran Bretagna, poi la Francia, il Belgio e la Germania e poi i paesi scandinavi hanno accolto i grandi leader della Fratellanza musulmana, che hanno creato una rete di moschee parallele alle altre e in competizione con queste, sviluppandosi e diffondendosi».

In questo contesto il Qatar (paese in cui fuggono i leader cacciati dall’Egitto di Nasser, diventando Stato rifugio della parte più aggressiva del movimento) e la Turchia – il cui obiettivo è diventare lo stato leader nel mondo sunnita – sono di fatto dei provveditori della Fratellanza nell’islam sunnita. E Hamas, che è l’espressione della versione più violenta di questa ideologia, oggi può non volere disarmarsi, proprio perché questi due Stati sostengono che sia possibile una transizione politica senza disarmo.

Un nuovo ordine internazionale guidato da una nuova figura di leader

Un altro aspetto fondamentale affrontato da Molinari è il nuovo ordine mondiale che si sta delineando sotto la presidenza di Trump, che vuole riportare gli Usa in primo piano (“America first”) e portare la pace nel mondo attraverso la forza.

«Il suo obiettivo è esercitare il massimo della deterrenza grazie al potere economico e militare dell’America in modo che i nemici facciano un passo indietro, e le guerre non siano così necessarie – ha spiegato -. E questo è strettamente legato alla nuova idea di leadership nazionale che Trump incarna (ma evidente anche in capi di Stato come Milei in Argentina, Khamenei in Iran e Modi in India, Xi Jin Ping in Cina, ndr). Mentre dalla seconda guerra mondiale gli interessi nazionali degli Stati erano incarnati dai loro leader, oggi abbiamo leader che hanno un’identità così forte che rappresentano il loro paese. Per Putin è importante stabilire la superiorità dell’identità eurasiatica, per Xi in Cina è tornare a essere un impero grazie all’ innovazione tecnologica, mentre per Trump è tornare a essere “grande” (come sintetizzato dallo slogan “Make America Great Again”-MAGA) da un punto di vista economico, allontanare gli immigrati clandestini e usare la dottrina della pace attraverso la forza. Tanto che oggi non si pensa al partito repubblicano, ma al partito Trump».

In quest’ottica va dunque vista la politica estera portata avanti da Trump, che punta ad avere un ruolo di primo piano, attraverso il leader, nella cessazione delle ostilità nel mondo, per raggiungere comunque l’obiettivo di riportare gli Usa a essere la prima forza mondiale. In questo senso deve essere vista la politica dei dazi – applicata diversamente a seconda dei Paesi -, utilizzati come strumento per ottenere concessioni dagli altri Stati considerati avversari (in primis Cina e Russia).

In questa visione neo-mercantilistica, in cui gli Usa accentrano la produzione e il controllo delle materie prime nel mondo, spiega Molinari, rientra la volontà di dominare la Groenlandia, area in cui c’è una riserva importante di terre rare che mai nessuno ha toccato, così come di controllare il canale di Panama e le rotte artiche.

«L’Artico con lo scioglimento dei ghiacciai diventerà in un prossimo futuro percorribile – continua – e si aprono quindi tre possibili rotte: un passaggio a nord-ovest che passa davanti alle coste del Canada, una rotta del nord davanti alle coste della Siberia, e una terza, trans-polare, che attraversa il Polo nord da una parte all’altra. Queste rotte consentono a una nave cargo di trasportare container non più in mesi, ma in pochi giorni. La ricerca delle materie prime sta quindi condizionando la geopolitica, e per questo si parla di geo-economia, dove sono gli interessi economici a guidare le azioni politiche».

Una nuova connettività in Medio Oriente

«Per il Medio Oriente Macron e Trump hanno due visioni opposte.  Trump vuole per Gaza una forza di interposizione interaraba che la amministri, per assicurarsi un corridoio commerciale fra Mumbay e New York – la cosiddetta “via del cotone” contrapposta alla “via della Seta voluta dalla Cina – mentre Macron vuole che, con il riconoscimento di uno Stato palestinese, venga siglato un patto euro-arabo. Quale di queste due opposte visioni prevarrà, e come gli Accordi di Abramo possono mettere parola fine alle decisioni che verranno prese in merito al futuro di Gaza?».

Per rispondere alla stimolante domanda posta da Fiona Diwan, Molinari ha ricordato come a fine luglio, dopo l’incontro dell’inviato di Trump per il medio oriente Steve Witkoff, con l’emiro del Qatar Al Thani in Sardegna, la tregua a Gaza fosse cosa ormai quasi fatta. Il giorno dopo, però, Emmanuel Macron annuncia l’intenzione di riconoscere lo Stato di Palestina, portando Hamas a tirarsi fuori dall’intesa, e quindi al fallimento dell’accordo.

«Il motivo dell’annuncio di Macron è legato a una visione opposta a quella di Trump del riassetto del medio oriente: gli Usa (Trump e prima ancora Biden) puntano a creare una connettività fra i paesi della regione, cioè creare un sistema integrato economico e militare che trasformi il Medio oriente in una piattaforma di commercio e di sicurezza fra India e occidente in alternativa alla Cina. In questo quadro gli Accordi di Abramo sono un tassello importante di questo processo più ampio per portare beni e servizi attraverso questa rotta. E per questo il tamponamento della guerra a gaza è per Trump un’occasione per rilanciare gli Accordi di Abramo: e per questo all’incontro a Sharm el-Sheikh hanno partecipato tutti i Paesi arabi o musulmani, compresi Indonesia, Pakistan, Turchia. L’obiettivo è sempre limitare la Cina, che con l’adesione dell’Indonesia sarebbe circondata».

Per Macron invece, creando un nuovo stato palestinese, la Francia avrebbe i suoi interessi difesi e l’Europa tornerebbe al centro dello scacchiere. Sono due visioni quindi completamente contrapposte: la francese più novecentesca, mentre quella americana totalmente nuova.

Molinari ha quindi ricordato una riunione ristretta ad Abu Dhabi nei giorni dei negoziati a Sharm fra i rappresentanti dei paesi arabi, di pochi paesi europei e israeliani, a cui lui ha partecipato. «Mi ha impressionato il fatto di vedere come sia gli israeliani che gli arabi – che su molti punti avevano visioni opposte e si attaccavano con forza – concordassero in toto sul fatto che  la creazione di uno Stato palestinese proposta da Macron ripropone l’accordo di Sykes-Picot del 1916 con cui Francia e Gran Bretagna definiscono le rispettive sfere di influenza in Medio oriente, e che di fatto porta alla genesi del conflitto attuale. A dimostrazione di quanto sia condivisa oggi questa idea di una necessaria connettività fra i vari Paesi del medio Oriente, e che nonostante le divergenze si possa, e si debba, lavorare insieme».

 

(A breve verrà pubblicato l’articolo relativo alla conferenza)